Fondi per Genova e Trieste. Nell’intesa Italia-cina spunta il 5G, Washington già in allarme

alessandro barbera roma

Sette pagine, sei paragrafi e una parola in fondo a una parentesi che farà sobbalzare dalla sedia qualche alto funzionario di Casa Bianca e Dipartimento di Stato. Paragrafo due, punto due: «Le parti collaboreranno nello sviluppo della connettività infrastrutturale, compresi aspetti quali le modalità di finanziamento, interoperabilità e la logistica, in settori di reciproco interesse (quali strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia e telecomunicazioni)». La sigla «5G» non c’è, ma è come se ci fosse. L’accordo sulla via della Seta fra Roma e Pechino contiene tutto ciò che agli occhi degli Stati Uniti non avrebbe dovuto esserci. Lo avevano già fatto Portogallo, Grecia, Ungheria e Polonia, ma l’Italia ha scelto di essere il primo dei grandi partner europei e del G7 a firmare comunque. La cosa non è passata inosservata a Berlino e Parigi, e soprattutto a Bruxelles, che su questa partita si è mostrata incapace di incidere. Solo il tempo dimostrerà se questo sia stata la prova di una scelta lungimirante, o se nel lungo periodo si ritorcerà contro gli interessi italiani. Una cosa è certa: per il momento le intese concretamente firmate sono poca cosa rispetto ai rischi geopolitici – quelli sì rilevanti – che paventa Washington.

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