L’abbaglio elettorale del salario minimo: rischio boomerang per occupazione e stipendi

Perché sindacati e imprese non lo vogliono

Al di là del fatto che non amano si metta il naso nel loro orto, i sindacati sostengono che un minimo uguale per tutti è ingiusto: anche al livello più basso, in ospedale si fa un lavoro più qualificato che in un call center. Ma, soprattutto, insieme agli imprenditori, pensano sia una mina ingovernabile, nascosta sotto una parola di gergo: “riparametrazione”. Nei contratti, i livelli salariali sono scaglionati secondo regole precise: un caporeparto, ad esempio, può prendere il doppio di un neoassunto. Ma se, in virtù del minimo legale, lo stipendio del neoassunto salisse da 100 a 110, dovrebbe salire, proporzionalmente anche quello del caporeparto da 200 a 220. E così per tutti. L’introduzione del minimo legale può diventare, insomma, la leva per un aumento salariale generalizzato. Raramente la propaganda elettorale ha tentato, in modo più scoperto, di far volare un tacchino.

Tetto o pavimento?

Il nodo, insomma, è la cifra. Ma il problema esistenziale di qualsiasi minimo legale è che, pensato per impedire che i salari scendano sotto quel livello, può impedire, invece, che lo superino. Un minimo uguale per tutti troppo alto può indurre l’imprenditore a non assumere o a ridurre le ore lavorate. Un minimo troppo basso, in un paese di microimprese e lavoro precario, può far scoprire che, all’ennesimo rinnovo del contratto temporaneo, lo stipendio è sceso. Qual è, allora, il livello giusto? Sicuramente, non quello previsto nelle proposte di legge del M5S (9 euro lordi l’ora) e del Pd (9 euro netti). L’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati, ha calcolato che, per non penalizzare l’occupazione, il minimo deve oscillare fra il 40 e il 60 per cento del salario mediano (quello che si colloca esattamente a metà della scala degli stipendi ed è diverso e più basso dello stipendio medio). Con 9 euro, in Italia (stipendio mediano un po’ sopra gli 11 euro) siamo al 75-80 per cento. Francia, Germania e Spagna sono invece appunto fra il 60 e il 40 per cento dei rispettivi salari mediani. Per stare nello stessa forchetta, il minimo italiano dovrebbe essere di 5-7 euro l’ora. Paradossalmente, è il livello, in linea con l’Ocse, che propongono i partiti estremisti in Parlamento, la sinistra di Leu e la destra di FdI: il 50 per cento del salario (medio in questo caso), cioè 7 euro.

Uguale dappertutto?

Leu e FdI affrontano anche con realismo il problema di una differenziazione regionale del minimo. Oggi, i salari al Nord sono, mediamente, più alti del 17 per cento, secondo alcuni calcoli, rispetto al Sud. Un minimo uguale a metà strada scoraggerebbe l’occupazione al Sud e schiaccerebbe i salari al Nord. Esattamente l’effetto contrario a quello voluto.

Fumo europeo
Se in Italia, il salario minimo è una scorciatoia facile per evitare il compito più gravoso e meno luccicante della regolamentazione dei contratti, un salario minimo europeo, di cui hanno parlato sia Macron, sia il presidente del Consiglio, Conte, è puro miraggio. Per prevenire il dumping salariale di cui si preoccupa il presidente francese esistono forse altre strade, ma un minimo legale comune ed uguale non sta in piedi. Lo squilibrio italiano fra Nord e Sud, al confronto, è marginale. Attualmente, in Bulgaria il salario medio equivale a 2,26 euro l’ora, in Danimarca (sono valori al lordo delle tasse) supera i 21 euro. Anche fra Francia e Spagna ci sono 4 euro di differenza. Del resto, negli Stati Uniti il salario minimo esiste ovunque, ma in Georgia è 5,15 dollari l’ora, in California 11.

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