Archive for Ottobre, 2022

Il Ppe: piena fiducia in Forza Italia e in Tajani. Michel: l’Ue collaborerà con il governo italiano

giovedì, Ottobre 20th, 2022

Fabrizio De Feo

Dopo le polemiche scoppiate in Italia a causa della pubblicazione da parte di LaPresse delle parole pronunciate da Silvio Berlusconi davanti alla platea dei senatori di Forza Italia e le rivelazioni sui doni inviatigli dal presidente russo in occasione del suo compleanno, il dibattito si sposta a livello europeo.

Le reazioni non mancano, anche se nel Partito popolare europeo si fa notare che, al netto dei singoli commenti pronunciati dagli esponenti politici, la posizione dell’Italia, del centrodestra e del partito guidato dal Cavaliere, fatti alla mano, non è mai stata in discussione. Ci pensa, peraltro, anche Antonio Tajani a inviare un chiaro messaggio alle cancellerie europee: «Domani sarò al Summit del Ppe per confermare la posizione europeista, filo atlantica e di pieno sostegno all’Ucraina mia e di Forza Italia» dice il coordinatore azzurro. «In tutte le sedi istituzionali non è mai mancato il nostro voto a favore della libertà e contro l’invasione russa». In Europa Manfred Weber, presidente del Ppe, non si esprime sulla questione del presunto riavvicinamento con Putin del leader di Forza Italia e si limita a ribadire la posizione della sua famiglia europea: «La Russia ha attaccato nuovamente uccidendo innocenti, tra cui una donna incinta. Putin è un criminale di guerra. Il sostegno a Kiev ci unisce». Evita di entrare nel merito anche il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. «Non commento i commenti. La posizione dell’Ue è chiara: sosteniamo l’Ucraina, condanniamo la Russia e non accettiamo una guerra ingiustificata. Coopereremo con il governo italiano, basandoci sul rispetto delle istituzioni democratiche». Una posizione critica viene invece adottata dal capo delegazione polacco al Ppe. «Vorrei consigliare a Berlusconi di rimandare indietro la vodka» commenta Andrzej Halicki. «Non è il momento di avere contatti con Putin quando si è di fronte ad atti terroristici. Putin non è un amico, ma un criminale di guerra». Arrivano anche le dichiarazioni di Paulo Rangel, vicepresidente del gruppo Ppe al Parlamento Europeo, che si concentra sul ruolo di garanzia svolto da Antonio Tajani.

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I dubbi di un convinto filo Occidentale

giovedì, Ottobre 20th, 2022

Paolo Guzzanti

Davvero Silvio Berlusconi è meno atlantista di prima? Tutti coloro che si sono gettati a pesce sulle sue opinioni sulla guerra in Ucraina e le sue valutazioni su Zelensky, fanno di tutto per dichiararlo fuori gioco come se l’atlantismo fosse un articolo di fede e non il frutto della libertà di ragionamento e di opinione. Io ricordo benissimo, nei tempi di George Bush, quanto fosse forte e quasi scatenato il suo spirito atlantico e filoamericano di un filoamericanismo che non era neppure schierato con i repubblicani, perché ricordo perfettamente il momento della sua simpatia, ricambiata, per il presidente Bill Clinton.

E naturalmente tornano alla memoria il suo splendido discorso davanti al Congresso degli Stati Uniti e tutti i suoi interventi davanti al Parlamento europeo e nel partito popolare europeo. Basterebbe a dimostrare quanto sia rimasto sempre totalmente leale, oltre che fedele all’Alleanza atlantica, il fatto di aver sempre dato indicazione di voto ai suoi deputati sia nel Parlamento di Strasburgo che in quello italiano di votare sempre come l’Europa, anche per quanto riguarda la guerra in Ucraina che ha esplicitamente condannato come un atto irragionevole e deplorevole. Quindi le sue manifestazioni di opinione e le sue valutazioni politiche e storiche sono quelle di un uomo che esercita la sua conoscenza e la sua libertà, pur restando perfettamente aderente a tutti i principi e alle idee guida della stessa comunità che è, insieme, occidentale, atlantica, europea, senza tentennamenti ma con rispettate e rispettabili valutazioni delle cause degli effetti.

Spesso la comunità occidentale e atlantica è riuscita semmai a ferirlo, come accadde nel caso della Libia quando, sia Obama che Sarkozy, con atti di pura violenza distrussero un rapporto lungamente costruito proprio da Berlusconi con Mohammad Gheddafi per raggiungere una migliore autonomia energetica e per governare l’immigrazione. In quel caso ci fu una losca unanimità sia internazionale sia delle sinistre italiane oscenamente entusiaste del linciaggio disumano cui fu sottoposto il dittatore libico, anche perché quel genere di opinione pubblica godeva e brindava alla morte di un alleato di Berlusconi. E non ci fu verso di anteporre la logica all’odio, l’interesse nazionale al piacere di distruggere il bene. E poi certamente c’è da considerare un aspetto umano che tutti conoscono e che è tanto antico quanto autentico, quello del legame di amicizia con Vladimir Putin che nacque agli esordi di questo presidente russo dall’aspetto sportivo e occidentalizzante quando affermava, davanti al Parlamento bavarese a Monaco, di sentirsi occidentale come tutta la Russia e Berlusconi assunse nei suoi confronti un atteggiamento fraterno, se non addirittura paterno, perché lo scopo della sua politica era quello di creare una condizione di pace duratura che chiudesse tutte le ferite della guerra fredda e permettesse il massimo volume di scambi commerciali fra l’Europa e la Russia e in particolare tra Mosca e l’Italia.

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Rai, polemiche per il programma di Fiorello. Una lettera dei giornalisti del Tg1 per provare a ricucire con lo showman

giovedì, Ottobre 20th, 2022

Maria Corbi

Il giorno dopo che si capisce di aver fatto una c. ..ata è sempre il più difficile. In effetti lo è anche quando non lo si capisce, come l’Usigrai che ci tiene a rimanere un sindacato emulo della burocrazia sovietica, incapace di distinguere un regalo quando gli capita fra le mani. E in questo caso il direttore generale della Rai, Carlo Fuortes aveva preparato un bel pacchettino di addio, in attesa del benservito della nuova maggioranza.

Quale generosità più grande del convincere il signore degli ascolti a cimentarsi nelle prime ore del mattino con la rassegna stampa? Cinquanta minuti che avrebbero trainato con l’ironia una bella fetta della moscia mattinata targata Rai 1. Rallegrando i telespettatori in un momento della storia difficile per tutti.

Anche perché la mattina le notizie viaggiano sui tablet, sui podcast, alla radio. E a meno che non scoppi la guerra tra le due di notte e le sei di mattina i telegiornali sono copie conformi dei quotidiani della mattina. La differenza può farla un «graffio» di Fiorello come sui giornali una vignetta.

Il progetto è definito, nonostante Fuortes si sia affrettato a dire che non lo era per calmare le acque: Il nuovo show «Viva Asiago 10!» in onda sulla rete ammiraglia Rai, ma anche su Radio2 e RaiPlay, da lunedì 28 novembre. Prima tre settimane di rodaggio sulla piattaforma web con «Aspettando Viva Asiago 10!». Nel frattempo Fiorello, dicono, si offende per non essere stato accolto a braccia aperte. E anche il «ti vogliamo bene» dei giornalisti del Tg1 arrivato a riparazione dello sgarbo potrebbe non bastare. Anche perché meno di 24 ore prima proprio il cdr del Tg1 aveva definito l’arrivo di Fiore uno «sfregio dell’impegno quotidiano», Pirandello direbbe «tanta indignazione per niente». Flaiano aggiungerebbe «poche idee ma confuse». Una difesa del proprio orticello senza pensare che Fiorello lo renderebbe più fertile. Parla l’Usigrai, tacciono i giornalisti se non dietro comunicati collettivi. Tace anche la direttrice, Monica Maggioni che in questo momento di passaggio di consegne è attenta a non scivolare prima del previsto. Il suo pensiero trapela solo da comunicato del cdr di cui sopra dove si riferisce che anche la direttrice è preoccupata per questa riduzione degli spazi editoriali. Cinquanta minuti dati e tolti fanno scoppiare la guerra in una Rai in ambasce per i cambi di caselle dettati dalla nuova maggioranza ma non per la costruzione del futuro, quello che passa per la conquista delle nuove generazioni che guardano Fiorello, appunto, e non il Tg1 del mattino. Magari una collaborazione tra informazione istituzionale e satira avrebbe aperto ai giovani se non una porta, almeno una finestra, affacciata su viale Mazzini.

Invece è andata così. E nessuno si stupisce perché assistere alle vicende di Viale Mazzini è come accomodarsi davanti a una telenovela messicana dove sai quel che accadrà, anche se aspetti il colpo di scena. Tra i protagonisti di questa puntata il mitico Leonardo Metalli, membro del cdr che in una lettera a Fiore evoca Renzo Arbore capace di lavorare d’amore e d’accordo con il Tg2 ai tempi di Indietro tutta. E rimprovera i giornali che non hanno capito niente e come al solito hanno seminato confusione e zizzania. L’importante è non assumersi responsabilità, non fermarsi per ragionare, non cedere niente, né minuti, né privilegi. Tanto alla fine la strategia è vincente. Anche con Carlo Fuortes che invece di impuntarsi per la trasmissione di Fiorello ha iniziato a fare marcia indietro spiegando che si sta ancora cercando una giusta collocazione.

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“Il governo ha appena aumentato le tariffe di luce e gas”: se sentite questa frase sappiate che è una bufala

giovedì, Ottobre 20th, 2022

di Giuliano Balestreri

“Lo sa che il governo ha appena aumentato le tariffe di luce e gas?” è una delle frasi che è capitato di ascoltare durante una telefonata con un call center di un rivenditore di energia elettrica. Giuliano Balestreri, giornalista della redazione economia de La Stampa, ci spiega perché questa è un’affermazione totalmente scorretta.

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Una strada accidentata verso il prossimo governo

giovedì, Ottobre 20th, 2022

di Antonio Polito

Questa specie di crisi attualmente in corso prima ancora che l’esecutivo si formi certifica che il vecchio centrodestra è morto da tempo, e il nuovo non è nato

Ciò che sta accadendo in queste ore, una specie di crisi di governo prima ancora che il governo si formi, certifica che il vecchio centrodestra è morto da tempo, e
il nuovo non è nato
. La «coalizione» è stata sepolta nelle urne sotto una valanga di voti per Giorgia Meloni; mentre gli altri due partner sommati non arrivano nemmeno al risultato del pur ammaccatissimo Pd. Ogni lettura psicologica del comportamento che sta tenendo Berlusconi dice perciò solo una parte della verità. Non basta l’età, né le compagnie, né l’indole da scorpione che punge anche chi se lo sta portando sulle spalle al governo, né un residuo maschilista che lo spinge a contestare l’autorità esercitata da una giovane donna, che lui non a caso chiama con sprezzo «signora», e alla quale arriva a ricordare da dove viene il reddito del compagno; non basta tutto questo a spiegare perché, alla vigilia delle consultazioni, il Cavaliere se ne vada ancora in giro depositando trappole sulla strada della futura premier.

Influiscono, eccome, i tratti personali. Ma, come si diceva un tempo, il personale è politico. Politica è infatti la questione di fronte alla quale si trova ora Giorgia Meloni. Il Cavaliere non riesce ad accettare la morte del «suo» centrodestra. Lei deve dunque costruirne, forse perfino inventarne, uno nuovo, dando vita a una coalizione politica che oggi non c’è. E lo deve fare mentre mette su un governo. Se non le riesce, le sue speranze di durata ed efficacia si affievoliranno notevolmente. Con grave danno per l’Italia, che ha invece bisogno di un governo stabile e forte, e si è espressa nelle urne di conseguenza.

Da qui alla presentazione della lista dei ministri la leader del partito di maggioranza deve perciò risolvere due problemi. Il primo: non basta più che il suo governo sia «autorevole», come si era ripromessa di fare fin dall’inizio; ora l’asticella si è alzata, e deve dare anche prova di essere «affidabile». Perché Berlusconi, il capo del partito che esprimerà il ministro degli Esteri, si è appena dichiarato «il primo dei cinque veri amici» di Putin (chi saranno gli altri quattro? Lukashenko? Orbán? Khamenei?), considera Zelensky un poco di buono, e si rammarica che non sia riuscita l’«operazione speciale» concepita a Mosca per insediare con la forza a Kiev un «governo di persone per bene».

Così facendo il Cavaliere dissipa il capitale di credibilità europea che si era conquistato negli anni, diventando in Italia l’unico esponente del Partito Popolare. Posizione che avrebbe invece potuto dare a Forza Italia una grande rilevanza nel nuovo esecutivo, facendone un centro di gravità di fronte ad alleati che non hanno il suo pedigree internazionale.

A peggiorare le cose, non è affatto detto che anche Salvini, nel fondo del suo cuore, non la pensi come il Cavaliere. D’altra parte il neo-presidente leghista della Camera, Lorenzo Fontana, ha appena detto di considerare un «boomerang» le sanzioni che il suo Paese, insieme a tutta l’Europa, ha imposto alla Russia.

Alleanze internazionali a parte, vale la pena di ricordare ai leader della nuova maggioranza che la stabilità finanziaria, bene così prezioso in un Paese così indebitato, si garantisce anche con la credibilità politica (come abbiamo visto nei 20 mesi di Draghi: a proposito, grazie!). Se invece continuano a picconarla, aggravando i dubbi all’estero sulla nostra futura lealtà europea e atlantica, la stessa Meloni non potrebbe accettare il rischio di una crisi di sistema, che la travolgerebbe prima ancora di partire. Questo è un punto da «whatever it takes», da mantenere a qualsiasi prezzo. Anche al prezzo di non fare il governo come lei stessa ha detto ieri.

Il secondo problema che Meloni deve risolvere è affermare senza ombra di dubbio l’autorità che le deriva dalla Costituzione, una volta ottenuto l’incarico dal capo dello Stato. Nessun ministro le può essere imposto. Valeva per Licia Ronzulli, vale per Casellati alla Giustizia. Il potere di proporre i nomi a Mattarella spetta solo a lei, e solo al presidente spetta quello di nomina.

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Il Cav e la Donzella, una favola amara

giovedì, Ottobre 20th, 2022

CONCITA DE GREGORIO

Non c’è verso, bisogna sempre parlare di lui. Perché la politica italiana, cari amici stranieri che ci telefonate con la voce rotta dal pianto, dovete chiudere il pezzo e non capite la logica, si spiega così: con le parabole, il Cavaliere e la Donzella, le favole, c’era una volta un re al Cremlino e sono andati tre messaggeri a chiedergli aiutaci tu, l’operetta, c’è sempre una donna svestita nascosta dietro la tenda, cielo mio marito, la farsa, certo. Ma soprattutto – non siamo mica così ridicoli da farci bastare i foglietti che non erano quello mio, prendevo appunti da un altro, i pizzini i giochi delle tre carte funiculì funiculà la pizza buona lo so io dove la fanno, Apicella cantaci ‘na tarantella. No, questo è per l’elettorato “a cui rivolgersi come a un bambino di dieci anni” – regola numero uno – è per intrattenere le massaie al pomeriggio, un tempo davanti alla tv c’era anche la buonanima di mamma Rosa. Soprattutto, dicevo, la politica italiana si deve sempre leggere attraverso la psicoanalisi ma non vi spaventate, niente di impegnativo. È una tragedia psichica in fondo facile da comprendere, perché cova in ciascuno di noi. “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me” diceva ormai decenni fa il genio di Gaber e non aveva ancora visto niente, né i barboncini né le mongolfiere né i finti testimoni pure ottuagenari un filo rigidi d’imbarazzo, i colletti di pizzo da collegiale della neo eletta ultima finta moglie, 32 anni, cerchietto in testa come una bambina. Bisogna cominciare da qui. Tra i finti sposi corrono 54 anni. Berlusconi, 86, non porta le donne che potrebbero essergli figlie e nipoti all’altare: le sposa lui. Non deflette, non demorde. È sempre lui il marito, l’amante. Voi capite che il tema della successione – del passaggio di testimone, della rinuncia, della resa alla maestosa cavalcata del tempo – non lo sfiora. Proprio non la concepisce. Ci fu un tempo in cui discusse seriamente con il suo medico anche sindaco di Catania di una pozione capace di assicurare eterna giovinezza. È morto quasi dieci anni fa, Scapagnini: se l’aveva creata doveva essere una dose sola, forse Berlusconi la tiene nella stanza frigo dove conserva anche le casse di Lambrusco che scambia con la vodka di Putin. C’è un peculiare cimitero, in un allegato per amatori della suddetta politica italiana: è il catalogo dei cadaveri dei delfini di Silvio. Nomi ormai dimenticati, Pili il sardo bellino, Angelino Alfano nella stanza comunicante al partito, Fitto Parisi Frattini Toti un pochino Formigoni ma non tanto, per un attimo Moratti poi Carfagna, che ingrata, ora stai a vedere se non cade a un passo dalla Farnesina anche Tajani, i cui tweet disperati sulla “vittoria nei Castelli romani” fanno presagire il peggio. Del resto, la spiegazione fatta da Berlusconi al gruppo alla Camera su come sono andate le cose fra Russa e Ucraina – alla vigilia delle consultazioni al Quirinale, ore 10 di stamani – sono il classico colpo alla nuca. Si scherza ma non tanto, perché il passaggio che abbiamo di fronte è esattamente questo: che lo voglia o no Silvio B. sta per cedere il passo all’erede. La prossima premier del centrodestra sarà Giorgia Meloni. Il precedente – e l’unico – è stato lui. Quindi eccoci, al passaggio di consegne sempre abortito. Eccoci al delfino. Solo che non l’ha scelta lui, l’erede. Non è del suo partito, ha preso il triplo dei suoi voti, lo tratta con sufficienza, dice non mi faccio ricattare. Certo, Anche Rosy Bindi gli disse non sono a sua disposizione, ma fioccarono battute machiste e comunque non era destinata a succedergli. Meloni sì, prenderà il suo posto e lui non la può neppure corteggiare, non la può metaforicamente portare all’altare – nemmeno, al limite si sarebbe adattato, nel ruolo secondario del padre che dà il braccio: lei non lo lascia. Qualcosa è andato storto, ma è tardi. Fra due giorni l’incarico, forse sabato la lista dei ministri. È a lei che deve passare il testimone, e non potrà nemmeno fare uno-due-tre con le dita come fece con Salvini nel 2018, a far intendere sempre alle signore da casa che sì, giurava quello, ma l’agenda l’aveva scritta lui. Così finisce il pasto di Krono. Finisce la favola del principe azzurro, il king maker: l’unico leader che c’è in Europa sono io – ha detto ai quarantacinque deputati del gruppo, in tanti ridevano. Tanti gli dicevano “no meglio se non la racconti, com’è andata con l’Ucraina”, ma l’ha raccontata. Non è che si sia sbagliato, non è che non sapesse che di quarantacinque almeno la metà ma forse più l’avrebbero registrato e fatto girare: lo sapeva. E quindi ha detto questo. Ve lo dico io com’è andata: la guerra l’hanno provocata gli ucraini. È partita la favola. L’accordo del 2014 in Bielorussia, le delegazioni disperate dal Donbass che vanno da Putin a dire l’Ucraina non rispetta gli accordi aiutaci tu, Re Artù che nicchia, ci pensa, poi dice ok adesso metto un governo di persone per bene e di buon senso, in Ucraina, il buon senso non manca mai nelle storie di B., ma poi gli occidentali hanno mandato le armi e quella che doveva essere una guerra di due settimane è diventata una guerra che durerà “duecento e rotti anni”. Fine della quale guerra Silvio B. è sicuro di vedere, grazie alla pozione che custodisce nel frigo del Lambrusco, a fianco della moglie che nascerà nel 2210 ma noi no: noi di certo non la vedremo. Ora. Tutto questo potrebbe anche essere un modo per avere la delega alle telecomunicazioni, cosa che per via dei danè da sola gli interessa. Per avere parola sul ministro di Giustizia, far fuori Tajani che intanto desolatissimo twitta comunque la linea è la mia, in Europa domani a parlare a nome del Paese ci vado io. Si sospetta che le dichiarazioni di Silvio precedano quelle di Tajani nella scaletta dei notiziari nella Fox. Ma la chiave, la vera storia, è sempre l’altra.

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Berlusconi il putiniano: “La guerra è colpa di Zelensky”

giovedì, Ottobre 20th, 2022

Antonio Bravetti

ROMA. Sembra Nerone, è Silvio Berlusconi che osserva il centrodestra andare a fuoco. Un nuovo audio, a dir poco tenero nei confronti di Vladimir Putin, inguaia la coalizione vincitrice delle elezioni e mette a rischio la nascita del governo Meloni. Sono quasi quattro minuti di discorso, registrati durante una riunione a porte chiuse con i deputati di Forza Italia e resi noti sempre da LaPresse, in cui Berlusconi dice che la guerra tra Mosca e Kiev è colpa della resistenza ucraina. «Non posso dire cosa penso di Zelensky…», sibila tra le risate e gli applausi dei suoi. Solo in tarda serata, quando l’incendio politico è divampato, l’ex premier prova a correggere il tiro. Parla di «metodi di dossieraggio indegni di un Paese civile», del suo pensiero «stravolto e rovesciato» e precisa: «La mia posizione personale e quella di Forza Italia non si discostano da quella del governo italiano, dell’Unione Europea, dell’Alleanza Atlantica né sulla crisi Ucraina, né sugli altri grandi temi della politica internazionale».

Nuovo audio di Berlusconi: “Putin non voleva la guerra: Zelensky ha triplicato gli attacchi nel Donbass”

La registrazione diffusa ieri, però, racconta altro. «Sapete com’è avvenuta la cosa della Russia?», domanda Berlusconi, che subito avverte i presenti: «Anche su questo vi prego, però, il massimo riserbo. Promettete?». In sottofondo qualche risata, altro che «riserbo». Si sente Giorgio Mulé che prova a frenare il leader: «Non è il caso presidente, ci sono le finestre aperte». Ma il Cavaliere è già partito. «Ahia…», si arrende Mulé. Il racconto dell’ex premier assomiglia molto alla propaganda russa: «La cosa è andata così: nel 2014 a Minsk, in Bielorussia, si firma un accordo tra l’Ucraina e le due neocostituite repubbliche del Donbass per un accordo di pace senza che nessuno attaccasse l’altro. L’Ucraina butta al diavolo questo trattato un anno dopo e comincia ad attaccare le frontiere delle due repubbliche. Le due repubbliche subiscono vittime tra i militari che arrivano, mi si dice, a 5-6-7mila morti. Arriva Zelensky, triplica gli attacchi alle due repubbliche. Disperate, le due repubbliche mandano una delegazione a Mosca e finalmente riescono a parlare con Putin. Dicono: “Vladimir non sappiamo che fare, difendici tu”. Lui è contrario a qualsiasi iniziativa, resiste, subisce una pressione forte da tutta la Russia. E allora si decide a inventare una operazione speciale». Eccola, è la versione già offerta il 23 settembre scorso a Porta a Porta: «Le truppe dovevano entrare in Ucraina, in una settimana raggiungere Kiev, deporre il governo in carica, Zelensky eccetera, e mettere un governo già scelto dalla minoranza ucraina di persone perbene e di buon senso, un’altra settimana per tornare indietro. È entrato in Ucraina e si è trovato di fronte a una situazione imprevista e imprevedibile di resistenza da parte degli ucraini, che hanno cominciato dal terzo giorno a ricevere soldi e armi dall’Occidente. E la guerra, invece di essere una operazione di due settimane, è diventata una guerra di duecento e rotti anni». Subissato dalle critiche, quella volta provò a giustificarsi: «Riferivo parole di altri», disse.

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Consultazioni per il governo: quando avvengono e la data del nuovo esecutivo

giovedì, Ottobre 20th, 2022

di Claudio Bozza

Giovedì 20 ottobre, alle 10, il via di Mattarella nello Studio alla Vetrata; il nuovo governo — che dovrebbe essere guidato da Giorgia Meloni – potrebbe arrivare tra sabato e domenica. Ecco tutte le date delle consultazioni

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Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella Loggia d’Onore. Alle sue spalle il segretario generale del Quirinale Ugo Zampetti e il portavoce Giovanni Grasso

Continuano le scintille tra la premier in pectore Meloni e Berlusconi, ma dietro le quinte i mediatori lavorano per arrivare al traguardo. Il prossimo passaggio chiave, dopo l’insediamento delle Camere e l’inizio della XIX legislatura , sarà l’avvio delle consultazioni.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella riceverà i leader dei partiti, con i relativi capigruppo di Camera e Senato, a partire dalla mattinata di giovedì 20 ottobre.

Con una nota, solitamente letta dal segretario generale del Quirinale, Ugo Zampetti comunicherà l’apertura delle porte dello studio alla Vetrata, luogo nel quale Sergio Mattarella riceve le delegazioni.

Il calendario delle consultazioni

Il calendario ufficiale è stato diffuso dall’ufficio stampa della Presidenza della Repubblica: eccolo.

Giovedì 20 ottobre
— Il Presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, verrà sentito telefonicamente dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
— Ore 10:00: Presidente del Senato, il senatore Ignazio La Russa
— Ore 11:00: Presidente della Camera, l’onorevole Lorenzo Fontana
— Ore 12:00: Gruppo parlamentare «Per le autonomie (SVP-Patt, Campobase, Sud Chiama Nord)» del Senato.
— Ore 12:30: Gruppo misto del Senato.
— Ore 16:00: Gruppo misto della Camera.
— Ore 16:30: Rappresentanti della componente «Alleanza Verdi e Sinistra» del Gruppo misto della Camera.
— Ore 17:00: Gruppi parlamentari «Azione-Italia Viva-R.E.» del Senato e della Camera.
— Ore 18:00: Gruppi parlamentari «Movimento 5 Stelle» del Senato e della Camera.
— Ore 19:00: Gruppi parlamentari «Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista» del Senato e della Camera.

Venerdì 21 ottobre
— ore 10,30: Gruppi Parlamentari «Fratelli d’Italia», «Lega Salvini Premier-Partito Sardo d’Azione» e «Forza Italia Berlusconi Presidente» del Senato e della Camera, gruppo «Civici d’Italia – Noi Moderati (UDC – Coraggio Italia – Noi con l’Italia – Italia al Centro) – MAIE» del Senato e componente «Noi Moderati (Noi con l’Italia, Coraggio Italia, UDC, Italia al Centro) – MAIE» del Gruppo Misto della camera.

La prassi e le curiosità delle consultazioni

Per prassi salgono al Quirinale gli ex presidenti della Repubblica (dovrebbe esserci anche una telefonata con il presidente emerito Giorgio Napolitano), i due presidenti delle Camere appena eletti, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana , e i diversi capigruppo accompagnati dai leader.

Le coalizioni possono presentarsi in un’unica delegazione (come farà il centrodestra) o divisi per partito.

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Lo Studio alla Vetrata, dove il capo dello Stato riceve le delegazioni

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Meloni: «Noi per l’Ucraina, chi non ci sta è fuori dal governo, a costo di non fare il governo»

giovedì, Ottobre 20th, 2022

di Paola Di Caro

L’aria che tira fa pensare che la lista dei ministri e quella che arriverà dei sottosegretari potrà subire cambiamenti non di poco peso . Si parla molto di un possibile cambio alla Difesa proprio per dare un segnale di ferreo impegno militare

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ROMA- Le parole. E quegli applausi entusiasti dei parlamentari quando Silvio Berlusconi quasi irride Zelensky, momenti che secondo i fedelissimi di Giorgia Meloni rappresentano «il livello più infimo mai raggiunto da Forza Italia».

È stato tutto incredibilmente troppo, alla vigilia delle Consultazioni e a pochi giorni dal suo prevedibile incarico, perché la leader di Fratelli d’Italia non uscisse allo scoperto. Per rassicurare gli alleati internazionali, della Nato ed europei. Per avvertire i riottosi leader della coalizione che così non si può più continuare. Per ribadire che andrà dritta per la sua strada, sulla linea politica e sulla scelta della squadra. E per gridarlo quasi: o ci si comporta seriamente, rispettando il programma e i punti fermi su cui si fonda la coalizione, o «non si fa il governo».

A sera dunque, dopo un’altra giornata difficilissima, dopo lo sdegno, la ricerca di contromisure, i contatti frenetici, Meloni diffonde una nota durissima e fermissima. Che serve in primo luogo a dire al mondo che sarà lei e sempre più lei a garantire sull’affidabilità internazionale dell’Italia, non altri. Sia per la posizione sempre assunta, sia nella scelta delle persone più affidabili che entreranno nella sua squadra.

«Su una cosa sono stata, sono, e sarò sempre chiara. Intendo guidare un governo con una linea di politica estera chiara e inequivocabile. L’Italia è a pieno titolo, e a testa alta, parte dell’Europa e dell’Alleanza atlantica. Chi non fosse d’accordo con questo caposaldo non potrà far parte del governo, a costo di non fare il governo». Senza citare mai Berlusconi, Meloni insiste: «L’Italia con noi al governo non sarà mai l’anello debole dell’occidente, la nazione inaffidabile tanto cara a molti nostri detrattori. Rilancerà la sua credibilità e difenderà così i suoi interessi». E lo farà solo con chi ci sta: «Su questo chiederò chiarezza a tutti i ministri di un eventuale governo. La prima regola di un governo politico che ha un forte mandato dagli italiani è rispettare il programma che i cittadini hanno votato».

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Draghi e il suo addio: «I miei venti mesi straordinari»

giovedì, Ottobre 20th, 2022

di Monica Guerzoni

Il saluto del premier: ho imparato molte cose. Il ringraziamento di Mattarella: un lavoro eccellente

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Roma – Mario Draghi saluta, ringrazia e infila negli scatoloni la foto in cornice che lo ritrae con la squadra di governo sullo scalone di Palazzo Chigi. È il giorno degli addii e il dono pensato dalle ministre uscenti arriva al termine dell’ultimo Consiglio dei ministri. «È un ricordo molto bello, grazie a tutti», ricambia il presidente leggendo il biglietto. Di ritorno dal pranzo al Quirinale, in vista del Consiglio Ue, Draghi porta a tutti i ministri l’omaggio del presidente Sergio Mattarella, che ha ringraziato l’intero governo «per l’eccellente lavoro svolto e i lusinghieri risultati ottenuti».

Quanto al suo, di lavoro, il quasi ex capo del governo di unità nazionale è convinto di aver fatto le cose nel migliore dei modi. Lo dice lui stesso durante il breve saluto con i giornalisti: «Cosa ho imparato? Troppe, troppe cose… È stata un’esperienza straordinaria, di cui sono straordinariamente contento e che finisce in maniera molto soddisfacente. La cosa più importante è la buona coscienza del lavoro fatto». Draghi ringrazia i «chigisti» che lo hanno seguito in questi mesi difficili tra «pandemia, guerra e crisi energetica», riconosce all’informazione di aver svolto «un servizio fondamentale e straordinario, per i cittadini e per la democrazia italiana». E rivendica di aver risposto sempre alle domande «al meglio possibile e con tutta la sincerità», per il profondo rispetto «che si deve a una stampa libera».

Il pensiero dei giornalisti corre alla conferenza stampa dello scorso maggio, quando il premier criticò duramente l’intervista del ministro russo Lavrov su Rete4. Nel Paese di Putin «non c’è libertà di espressione», sottolineò Draghi, mentre «in Italia c’è libertà di esprimere le opinioni, anche quando sono false e aberranti».

Scherza sulle tante, lunghissime conferenze stampa alle spalle («nessuno di voi se lo aspettava») e prova a sfuggire alle curiosità dei giornalisti: «Non ci sono domande, vero?». Ecco invece che la domanda su Berlusconi e Putin arriva e Draghi chiede pietà: «Basta, basta!». È ottimista sul futuro dell’Italia? Il presidente di nuovo sfugge, agitando le mani in segno di saluto e muovendosi verso l’uscita: «Grazie». E poi, tornando sui suoi passi: «Se non rispondo questo viene interpretato come una risposta». Non è finita. E le foto di Mussolini nei palazzi, vanno rimosse o no? «Ho detto che non rispondo. Basta. E non applaudite!».

Nel pomeriggio, l’ultimo Cdm. All’ordine del giorno c’è il decreto legge con le misure urgenti per arginare la crisi energetica e prorogare fino al 18 novembre la riduzione delle accise sui carburanti. Sul tavolo anche il parere dell’Ufficio parlamentare di bilancio, in cui è scritto che gli interventi in favore delle famiglie attivati dal governo hanno attenuato dell’88% l’impatto dell’inflazione su 5 milioni di famiglie meno abbienti. Draghi legge i numeri e poi, senza dissimulare l’orgoglio, condivide con i ministri l’ultima riflessione politica del suo mandato: «Qualcuno ci ha accusati di non aver fatto nulla sul piano sociale, ma finalmente emerge la verità sul lavoro che abbiamo fatto». Niente nomi, ma è chiaro che la frecciata è rivolta a Giuseppe Conte.

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