Archive for Febbraio, 2022

Cos’è lo Swift, come funziona e perché può essere un’arma a doppio taglio

domenica, Febbraio 27th, 2022

di HuffPost

L’esclusione della Russia dal circuito di pagamenti Swift è una delle misure sul tavolo per punire il paese dopo l’invasione dell’Ucraina, ma la sanzione potrebbe non essere così efficace come si pensa per le sue ramificate implicazioni sul sistema degli scambi internazionali, tanto da poter diventare un’arma a doppio taglio. A fare il punto sull’argomento è uno studio pubblicato nei giorni scorsi dall’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, firmato da Luca Fantacci e Lucio Gobbi. La Russia, puntualizzano gli autori, si sta già di fatto preparando a questa eventualità, avendo sviluppato dal 2014 a questa parte dei circuiti alternativi di pagamento che attenuerebbero gli effetti negativi della sanzione, che anzi potrebbe finire per ritorcersi contro i paesi occidentali.

Lo Swift (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) e’ un consorzio internazionale di banche con sede in Belgio che collega attraverso una rete informatica circa 11.000 istituzioni finanziarie in oltre 200 paesi di tutto il mondo. Il consorzio fu costituito nel 1977 per evitare che l’infrastruttura dei pagamenti internazionali fosse monopolizzata dall’americana Citibank e ha sempre agito come una societa’ privata. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle del 2001 pero’ gli Stati Uniti ne chiesero l’accesso per rintracciare la rete di finanziamento dei fondamentalisti islamici. L’importanza dell’uso di Swift in un quadro sanzionatorio e’ emersa nel 2012, quando su pressione degli Usa venne disconnesso il sistema bancario dell’Iran, nell’ambito delle misure studiate per fermarne il programma nucleare. Swift blocca non solo i paesi ma anche gli intermediari che, in violazione delle sanzioni, effettuino transazioni con i soggetti colpiti, diventando cosi’ un’arma economica potente.

Il caso russo presenta pero’ caratteristiche diverse. Gia’ nel 2014, con l’invasione in Crimea, alcune banche locali sono state inserite dagli Stati Uniti in una lista nera. La banca centrale russa sviluppo’ allora un proprio sistema di pagamento, Mir, che intermedia circa il 25% di tutte le transazioni nazionali con carta, ma che e’ difficilmente utilizzabile all’estero. In seguito il governo russo ha sviluppato un’altra rete di pagamenti, il System for Transfer of Financial Messages (SPFS) che nel 2021 ha intermediato circa 13 milioni di messaggi tra i piu’ di 400 intermediari finanziari aderenti al sistema (tra cui Unicredit e Deutsche Bank) per un totale pari al 20% dei trasferimenti nazionali. Nel caso in cui le banche russe fossero disconnesse da Swift il sistema finanziario russo potrebbe appoggiarsi inoltre al sistema di pagamento interbancario transfrontaliero cinese (CIPS), gestito dalla People’s Bank of China, che ha utenti in oltre cento Paesi.

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Guardi l’Ucraina e vedi la Cina

domenica, Febbraio 27th, 2022

di  Mattia Feltri

Questa notte la Cina si è astenuta sul documento dell’Organizzazione della nazione unite che condanna – anzi deplora – l’intervento armato della Russia in Ucraina. Non sono sicuro sia una buona notizia. Dico deplora anziché condanna, infatti, perché la sostituzione di questo termine con quello è stata una delle limature al testo necessarie per scongiurare il voto negativo dei cinesi. L’equidistanza di Pechino non è tale: un’equidistanza fra aggressore e aggredito è già un riconoscimento delle ragioni dell’aggressore, ma sembra più il surplace del ciclista in attesa del momento giusto per sferrare l’attacco. Uno dei tanti errori che possiamo commettere in questo momento, è di guardare all’Ucraina e non vedere la Cina.

Proprio stamane Luca Diotallevi ha ricordato sul Messaggero il documento sottoscritto il 4 febbraio da Xi Jinping e Vladimir Putin in occasione dell’apertura delle Olimpiadi invernali. Due punti in particolare spiegano quale opinione di noi – delle nostre democrazie liberali occidentali – abbiano i due alleati. Primo, i diritti umani non sono quelli codificati in Occidente, prima nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, poi nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino con la Rivoluzione francese, infine con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dopo la Seconda guerra mondiale. Ecco, i diritti dell’uomo non sono affatto universali, hanno convenuto Xi e Putin: siccome esistono gli  Stati e gli Stati sono sovrani, ogni Stato decide quali sono i diritti di cui i cittadini possono godere. Né altri Stati hanno facoltà di insegnare al mondo quali siano i diritti, tantomeno di esercitare pressioni, e quindi Russia e Cina potranno continuare a far fuori gli oppositori (oltre a tutto il resto su gay, minoranze etniche, rappresentanza, giustizia) e nessuno deve sentirsi autorizzato ad alzare il ditino per insegnare il giusto e lo sbagliato.

Secondo punto: le democrazie continuino a fare le democrazie, se gli va, e del resto vediamo come sono ridotte, ma le democrazie occidentali non sono il compimento del bene; altri le interpretano in altro modo, e cioè nel caso di Putin una democratura in piedi da due decenni abbondanti e in quello di Xi uno Stato totalitario con un solo partito al potere dalla metà del secolo scorso. E infatti s’è vista la fine che ha fatto la democrazia rappresentativa di Hong Kong e quale rischi di fare la democrazia ucraina. Ecco, non serve essere raffinati analisti per temere che l’equidistanza furba di Pechino sia un riconoscimento dell’azione russa in attesa che diventi l’azione cinese su Taiwan, altro scandalo di democrazia rappresentativa, e per di più su un’isola che la Cina considera sua e da riprendersi appena è il caso.

L’enormità della partita è di un’evidenza spettacolare, ma di nuovo viene interpretata in Occidente con disarmante meschineria: ci si chiede se valga la pena morire per Kiev come si chiedeva nel 1939 se valesse la pena morire per Danzica, e si conta di sbattere Putin al muro con una serie molto discussa e piuttosto trattenuta di sanzioni economiche. Il risultato è straordinario: gli effetti delle sanzioni sono temute più dai sanzionatori che dal sanzionato. Se non fosse chiaro, traduco: Putin se ne sbatte ampiamente delle sanzioni, mentre noi siamo angosciati all’idea di trascorrere un inverno al freddo, e ci rinfacciamo le responsabilità dentro all’Unione europea in base all’andamento dei rispettivi conti di bilancio. Se Putin se ne sbatte è perché questa guerra non ha semplici presupposti economici né semplici ripercussioni economiche: è molto di più, è la spada che periodicamente viene puntata alla gola delle democrazie liberali per ridurle in ginocchio e ridisegnare gli equilibri del mondo. L’ultima volta è stata con la Seconda guerra mondiale (aperta, non dimentichiamolo mai, dal patto di spartizione della Polonia fra il nazismo tedesco e il comunismo russo), e ora siamo punto e a capo.

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Dove si nasconde il tesoro del Cremlino

domenica, Febbraio 27th, 2022

Forbes Wealth Team

Le sanzioni di Unione Europea e Stati Uniti minacciano anche le proprietà dichiarate da Vladimir Putin. Ma quanto è grande la sua fortuna? E in che modo, in qualità di funzionario pubblico, l’ha accumulata? Capire il patrimonio netto di Putin è un enigma più difficile di quello relativo agli eredi, ad altri capi di Stato e persino di quello dei signori della droga. L’editore fondatore di Forbes Russia, Paul Klebnikov, ha rischiato la vita per questa causa, fucilato per le strade di Mosca nel 2004 per le indagini sui primi oligarchi della Russia. Per capire a quanto ammonta la ricchezza che Biden e l’Ue minacciano di sanzionare per l’invasione russa in Ucraina, basandosi su fonti e competenze, abbiamo sviluppato alcune teorie.

Il modello Khodorkovsky

Il viaggio di Forbes è iniziato con una ricerca sui miliardari russi, iniziata nel 1997 e pubblicata nel 2002, con il focus sull’oligarca russo in ascesa di nome Mikhail Khodorkovsky. La sua compagnia, la Yukos, rappresentava il 17% della produzione petrolifera russa. E la sua influenza era significativa al Cremlino. Il suo patrimonio valeva 3,7 miliardi di dollari ed era l’uomo più ricco della Russia. La fortuna di Khodorkovsky raddoppiò nel corso dell’anno successivo, complici i legami con Putin. Nell’ottobre 2003, invece, era finito in carcere, condannato per frode ed evasione fiscale (che ha negato).

Non c’erano dubbi sul fatto che ci fosse Putin dietro il suo arresto: il destino di Khodorkovsky fu una potente lezione per gli altri oligarchi russi. Eppure la domanda rimane: quanta della fortuna di Khodorkovsky Putin ha fatto sua? Bill Browder, un finanziere americano esperto delle leggi Magnitsky che consentono ai governi di imporre sanzioni mirate ai trasgressori dei diritti umani congelando i loro beni, insiste sul fatto che Putin, dopo l’arresto di Khodorkovsky, abbia stretto un accordo con i principali oligarchi del Paese: «L’accordo era: “Dammi il 50% della tua ricchezza e ti lascerò tenere l’altro 50%”», afferma Browder. «Se non lo fai, prenderà il 100% della tua ricchezza e ti getterà in prigione». Sulla base di questa matematica, Browder ha calcolato nel 2017 che il patrimonio di Putin valesse 200 miliardi di dollari. Cifra che lo avrebbe reso la persona più ricca del mondo in quel momento. Il calcolo di Browder era semplice: sommava i patrimoni netti di tutti gli oligarchi russi e li divideva per due.

Il “modello Mafia

Un altro scenario è che la fortuna di Putin derivi dal fatto di aiutare la sua cerchia ristretta di amici e familiari a diventare ricca, assegnando loro contratti governativi o proprietà di imprese. In cambio, secondo questa teoria, riceverebbe tangenti in contanti o partecipazioni nelle società. In un certo senso, suona come una struttura mafiosa, per cui soldati e capi (in questo caso miliardari) sono in perenne debito con il capo (Putin). Loro fanno il lavoro sporco, lui prende la sua percentuale.

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Madre Russia, semi dell’odio e nuovi doveri a Occidente

domenica, Febbraio 27th, 2022

MASSIMO GIANNINI

Ha ragione da vendere, il presidente Volodymir Zelensky, l’Attor Comico già trasfigurato in eroe della Resistenza ucraina. Quando le bombe cadono a Kiev, questo succede anche in Europa. Quando i missili uccidono il suo popolo, è la morte di tutti gli europei. Quando chiede protezione all’Europa, lo fa anche perché il suo Paese è una giovane democrazia che rischia di soffocare nell’abbraccio mortale della Madre Russia. E ha ancora più ragione quando si chiede: l’Europa ha la forza sufficiente per fermare questa aggressione? E cosa aspettarsi ancora dagli Stati europei? L’annullamento dei visti per i russi? Il taglio del circuito finanziario Swift? Il completo isolamento della Russia? Il richiamo degli ambasciatori? L’embargo petrolifero? La chiusura dei cieli?

Sono le stesse domande che ci facciamo noi. Mentre assistiamo sgomenti a questo nuovo tramonto della civiltà occidentale. Mentre osserviamo la capitale-fantasma, dove gli umani vagano come le “anime morte” di Gogol, ucraino anche lui, i missili Grad devastano i palazzi e i tank travolgono le auto. In superficie la follia della guerra distribuisce morte e dolore. Nel sottosuolo, come nei racconti di Dostoevskij, la vita continua, resiste, vuole vivere. Ma non basta che da una stazione della metropolitana trasformata in rifugio arrivi il pianto di una bimba appena nata, e che qualcuno dica “chiamiamola Mir”, che significa pace. La pace non c’è. La pace è lontana. Putin non la vuole, benché isolato e forse disperato persegue il suo disegno imperiale e a questo punto criminale, che il consigliere per la politica estera del Cremlino Dmitrij Suslov descrive così: la pazienza russa è finita.

«L’Occidente per cecità o per scelta ha ignorato le nostre preoccupazioni”, ora si entra in una nuova realtà geopolitica, «non si tratta di ricostruire l’Urss ma di ristabilire l’unione dei tre Paesi slavi», il dopo Guerra Fredda è finito e «se non siamo a una nuova Cortina di ferro poco ci manca, ci considereremo di nuovo nemici». Questo è quanto. Ed è un’enormità.

L’America e l’Europa la pace la vorrebbero. Ma non trovano strumenti per imporla. Non sappiamo e non vogliamo opporre alla forza bruta post-sovietica una forza ancora più grande. Restiamo impantanati in quella che Domenico Quirico chiama la via malsicura e ipocrita delle parole, che spesso è solo “smercio da bottegai dell’umanesimo”. Il dibattito sulle sanzioni, che solca l’Atlantico da Washington a Bruxelles, certifica la nostra difficoltà. Più che Società delle nazioni, siamo una grande Società per azioni, dove gli interessi economici sovrastano i principi etici. Discutiamo da giorni sull’eventualità di tagliare fuori la Russia dall’accordo finanziario denominato “Swift”. Viene considerata la vera “arma atomica” per piegare l’Autocrate. Qualcuno sostiene che è ancora presto per usarla: e qui io mi chiedo, “presto” rispetto a cosa, visto che la guerra è già scoppiata e il massacro dei civili è già cominciato? Qualcun altro osserva che quest’arma-fine-di-mondo farà male più a noi che a Putin: e qui fa fede la sconfortante realpolitik del ministro del Tesoro Daniele Franco, che dice: «Se escludiamo la Russia da Swift l’Italia non è più in condizione di pagare il gas». Dunque, di cosa parliamo? E come fa il premier Draghi, giustamente ansioso di ricucire lo strappo con Zelensky consumato proprio a causa delle nostre titubanze su “Swift”, a garantirgli adesso che il governo italiano sostiene con forza la “cacciata” di Mosca dai circuiti bancari? Siamo pronti a spegnere la luce e i termosifoni, e a sopportare la decrescita infelice delle domeniche a piedi e dell’austerity? Sarebbe l’edificante “alternativa dell’angelo” di cui scrive Vito Mancuso, che tra lo spirito di Monaco e lo spirito di Marte sceglie un’altra strada, quella di chi è pronto ad accettare sacrifici individuali e collettivi, in nome della giustizia, della libertà, della democrazia. Avremo meno gas e staremo al freddo? Vorrà dire che staremo a casa “con due maglioni e i mutandoni di lana”. Nulla è gratis, nella vita come nella Storia.

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Guerra Ucraina-Russia, le ultime notizie: Putin lancia l’assalto totale, distrutti gasdotti e depositi di petrolio

domenica, Febbraio 27th, 2022

di Francesco Battistini, Lorenzo Cremonesi, Andrea Nicastro, Paolo Foschi e Redazione Online

Le news sulla guerra, in diretta: Putin intensifica le operazioni militari, bombardamenti intensi su Kiev e su altre città, ma l’avanzata delle truppe ha incontrato più resistenze del previsto. L’Occidente vara sanzioni durissime contro la Russia

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Russia e Ucraina sono al quarto giorno di guerra. Pesantissimi bombardamenti nella notte su Kiev, colpiti un deposito di carburante, un gasdotto e l’aeroporto. Le truppe russe sono entrate a Kharkiv, dove si combatte in queste ore una feroce battaglia nelle strade. Qui un’analisi sulle operazioni in corso.
• La Russia si dice pronta a negoziati con l’Ucraina, ma «in Bielorussia». L’Ucraina ha replicato di essere a sua volta pronta, ma non in Bielorussia — Paese da cui sono partite le truppe russe che stanno devastando Kiev.
• Le forze armate ucraine hanno reso noto che già 37 mila volontari ucraini si sono arruolati per combattere contro la Russia. La situazione dei profughi è già drammatica (qui il reportage da Leopoli di Lorenzo Cremonesi).
• Primo bilancio dell’Onu sulle vittime civili: i morti sono almeno 64, 240 i feriti. Il dato è però probabilmente largamente sotto stimato.
•La Russia è sempre più isolata nella comunità internazionale: Stati Uniti, Canada, Unione Europea e Gran Bretagna hanno inasprito le sanzioni, annunciando l’esclusione di Mosca dal sistema swift per la transazioni bancaria (Qui la spiegazione di che cosa sia e perché sia importante).
• Fonti Usa hanno annunciato che adesso inizierà la caccia a tutti i beni degli oligarchi russi , compresi yacht, immobili e attività economiche. «O la terza guerra mondiale, o le sanzioni»: queste le parole di Joe Biden
• L’Italia invia oggi aerei e uomini in Romania, per rafforzare il fianco Est della Nato; da tutta Europa sono in arrivo in Ucraina anche armi e altri aiuti (qui l’articolo di Guido Olimpio).
Le motivazioni della crisi sono spiegate in questo approfondimento
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Ore 9.00 – Zelensky: «La notte è stata dura, la Russia sa compiendo un genocidio»
In un nuovo messaggio sui social, il presidente ucraino Zelensky ha detto che la notte appena trascorsa è stata «dura»: «Sncora sparatorie, ancora bombardamenti di quartieri abitati, infrastrutture civili. Non c’è nulla oggi che l’occupante non consideri un obiettivo legittimo, stanno compiendo un genocidio».

Ore 8.37 – La Russia si dice «pronta ai negoziati, in Bielorussia». Zelenzky: «Anche noi siamo pronti, ma non in Bielorussia»
Il Cremlino ha annunciato di essere pronto a negoziati con l’Ucraina a Gomel, in Bielorussia. Un annuncio pressoché identico era stato fatto anche nella giornata di ieri, e seguito da condizioni che prevedevano condizioni che l’Ucraina ritiene inaccettabili: lo stop a qualunque aspirazione all’ingresso nell’Ue e nella Nato, il completo disarmo e la «finlandizzazione» del Paese.

Dopo il «no» dell’Ucraina, ieri, Putin ha ordinato l’assalto totale e la ripresa dell’avanzata nel Paese.

Oggi il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto che «una delegazione composta da rappresentanti del ministero degli Esteri, del ministero della Difesa e di altre agenzie, compresa l’amministrazione presidenziale, è già in Bielorussia per colloqui con gli ucraini. Siamo pronti».

Volodymyr Zelensky ha però risposto di essere sì, a sua volta, pronto a colloqui, «ma non in Bielorussia, non in un Paese da cui partono missili verso di noi».

La Bielorussia è un Paese strettamente legato alla Russia (in questa intervista al Corriere la dissidente bielorussia Tikhanovskaja la definisce, «con vergogna, l’hangar militare di Mosa»): da lì truppe russe hanno invaso l’Ucraina, entrando da Nord, per assaltare Kiev.

Zelensky ha indicato come possibili luoghi per i negoziati Varsavia, Bratislava, Budapest, Baku, Istanbul.

Di fatto — come ha spiegato il consigliere della presidenza ucraina, Mikhail Podolyak — la delegazione russa è arrivata a Gomel, in Bielorussia, «sapendo che è inutile»: la pozione del presidente ucraino Zelensky resta quella di accettare «solo negoziati reali, zero ultimatum».

Ore 8.35 – L’appello di Zelensky: «Creata una legione di stranieri, arruolatevi»
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nel primo messaggio sui suoi canali social del giorno, ha annunciato che l’Ucraina sta creando una Legione straniera per arruolare i volontari provenienti dall’estero: «Questa sarà la prova del vostro sostegno al nostro Paese». (Qui il racconto, firmato da Francesco Battistini, di come Zelensky stia combattendo una battaglia anche via social).

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Perché l’avanzata della Russia ha rallentato, in Ucraina? L’aggiornamento militare

domenica, Febbraio 27th, 2022

di Andrea Marinelli e Guido Olimpio

I russi incontrano una resistenza inaspettata dallo Stato maggiore, e nei primi due giorni di combattimenti non sono riusciti a conquistare nessuno degli obiettivi prefissati. E secondo fonti britanniche potrebbero aver incontrato «acuti problemi logistici»

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L’avanzata dei soldati di Putin è stata rallentata da esercito e volontari ucraini, ma anche da problemi logistici. Al terzo giorno di guerra, le truppe russe non sono ancora riuscite a prendere il controllo delle principali città ucraine: il Cremlino ha ordinato un’offensiva a tutto campo, i combattimenti proseguono a Kharkiv, nel nordest, la seconda città più grande del Paese, dove l’esercito sta rispondendo all’offensiva russa, e a Mariupol, nel Donbass, città portuale sul Mar d’Azov, area in cui i soldati di Mosca guadagnano posizioni.

Kiev è colpita soprattutto da missili — anche nei quartieri residenziali — ma sono stati segnalati scontri con nuclei di sabotatori infiltratisi dietro le linee e individuati dalle unità di difesa. Un aspetto particolare del conflitto. Nei combattimenti alla periferia della città — principalmente sulla Prospekt Peremohy, l’autostrada che attraversa la capitale da est a ovest e che dista circa 4 chilometri dal ministero della Difesa — ci sono stati 35 feriti, ha detto sabato mattina il sindaco Vitalij Klitchko, spiegando che ancora non c’è una forte presenza di soldati russi.

Secondo il ministero della Difesa britannico, sabato il grosso dell’esercito moscovita era infatti ancora a una trentina di chilometri dal centro: i russi si starebbe riorganizzando dopo aver fallito il primo tentativo di raggiungere il distretto governativo della capitale. Secondo il governo ucraino, l’esercito avrebbe respinto anche l’assalto a una base militare nei sobborghi della città. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha affermato che si combatte anche a Odessa, il grande porto sul Mar Nero, nel Sudovest del Paese, e che molte città dell’Ovest, come Leopoli, sono bersagliate dai missili.

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Putin, lo zar «folle» che si crede onnipotente: «Nella sua mente una realtà parallela»

domenica, Febbraio 27th, 2022

di Paolo Valentino

Ossessioni, incubi e pensieri segreti: «Da quando ha modificato la Costituzione diventando presidente a vita la sua psicologia è cambiata»

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La notte in cui cadde il Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, il tenente colonnello Vladimir Putin , capo della stazione del Kgb a Dresda, chiamò la guarnigione sovietica di stanza a Potsdam chiedendo aiuto e sollecitando un intervento armato. Una folla inferocita aveva circondato il consolato dell’Urss e minacciava di assaltarlo. La risposta fu negativa: «Non abbiamo l’autorizzazione da Mosca: il centro tace».

Quella frase ha segnato per sempre la sua vita.

La paralisi del potere e il caos della piazza sono da allora i suoi incubi.

Come disse nel 2000, l’anno in cui fu eletto presidente della Russia, «in quelle circostanze funziona una cosa sola: devi colpire per primo e colpire così duro che il tuo avversario non dev’essere più in grado di reggersi in piedi».

«Avremmo evitato molti problemi — aveva aggiunto — se non avessimo lasciato così frettolosamente l’Europa Orientale».

Il più macroscopico, secondo Putin, fu il successivo crollo dell’Unione Sovietica, quando l’indipendenza delle Repubbliche, soprattutto quelle slave «fece dei russi il più grande gruppo etnico del mondo a essere diviso da confini di Stato».

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Putin e il capo dei servizi esterni della Russia, Sergei Naryshkin, da lui «sgridato» in diretta

Forse è utile tornare a quell’episodio lontano nel nostro viaggio nella mente dello zar, per cercare di capirne le motivazioni profonde che lo hanno portato a ordinare la più vasta operazione militare in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale . E soprattutto per capire quanto residuo equilibrio e ragionevolezza albergano ancora in lui.

Se questo è il retroterra, è chiaro che Putin abbia deciso, trent’anni dopo, di agire in nome dell’unità del popolo russo .

Meno lineari sono i processi che hanno convinto il leader del Cremlino a scatenare l’apocalisse e lanciare una guerra distruttiva, che probabilmente lo vedrà prevalere ma rischia di trasformarsi in una vittoria di Pirro, ritorcendosi sulla Russia con gravissime conseguenze politiche, economiche e strategiche.

Qualunque sarà l’esito della partita ucraina, è evidente infatti che nei prossimi anni un nuovo intermarium, una linea divisoria da mare a mare, scenderà dal Baltico al Mar Nero separando di nuovo il continente tra due blocchi nemici.

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L’attacco a Kiev, la libertà fa paura

sabato, Febbraio 26th, 2022

di   Ernesto Galli della Loggia |

Come mai l’effettiva e ormai antica partecipazione alla Nato dei Paesi baltici, della Estonia, della Lituania e della Lettonia, tutti Paesi confinanti con la Russia e con contingenti di truppe Nato presenti da tempo nel loro territorio, non ha mai suscitato l’ira funesta dell’Imperatore del Nord e la sua minaccia alla loro indipendenza?

Come mai la suscettibilità nazionale del despota moscovita non ha mai mostrato eccessiva preoccupazione per il fatto che la Polonia — membro anch’essa della Nato e confinante anch’essa con la russa Kaliningrad — potrebbe, se volesse, sbriciolare in poche ore con un opportuno lancio di semplici missili da crociera la base della flotta russa del Baltico? E come mai invece la semplice, del tutto remota, ipotetica, eventualità che l’Ucraina aderisse alla medesima Nato lo ha spinto addirittura a replicare contro Kiev un Blitzkrieg di schietto stampo hitleriano?

C’è una sola risposta possibile a queste domande, ed è che molto probabilmente nell’azione militare di Putin l’ipotetica adesione di Kiev alla Nato non c’entra nulla, al contrario di quanto cercano di far credere i filoputiniani di casa nostra per i quali in un modo o nell’altro la colpa di qualunque cosa di brutto succede nel mondo è sempre degli Stati Uniti e dei loro alleati, cioè dell’Occidente.

In realtà l’Ucraina andava rimessa in riga e sottoposta al trattamento Ungheria ’56 e Praga ’68 perché agli occhi di Putin rappresentava sì un pericolo, ma non un pericolo militare in quanto presunto avamposto del «nemico secolare», bensì il pericolo di un contagio. Del contagio della libertà.

Nel trentennio della sua indipendenza l’Ucraina si é mostrata innanzi tutto capace, a differenza della Russia, di fare i conti con la realtà del passato comunista. Un passato — bisogna ricordarlo — che per lei ha principalmente voluto dire negli anni Trenta una feroce collettivizzazione della terra e il conseguente massacro premeditato di due-tre milioni di persone per decisione presa a Mosca dal potere sovietico. Non basta. La società ucraina, priva dell’ombroso sospetto verso l’Occidente che ha sempre dominato il sentire comune dei russi, è stata anzi aperta alle sue molteplici influenze attraverso la Polonia a nord e a sud attraverso la grande metropoli marittima di Odessa e la sua vivacissima vita intellettuale: influenze tradizionalmente percorse e innervate, in entrambi i casi, dal multiforme fermento di una vasta presenza ebraica. Ad rendere ancora più vario e mobile un tale panorama, ben diverso da quello della Russia profonda, una tradizione religiosa frastagliata che accanto al Cristianesimo ortodosso ha visto da sempre il cattolicesimo uniate, forte di alcuni milioni di fedeli e più recentemente un milione circa di protestanti.

È questo sfondo storico, questa vitalità sociale, che spiegano la capacità dell’Ucraina di uscire in modo relativamente positivo dalla cappa di piombo dell’economia statalista del periodo sovietico. Di avviare quindi uno sviluppo, che aiutato non da ultimo da un poderoso flusso di rimesse dei suoi numerosi emigranti, le ha consentito pur tra gli alti e bassi del ciclo mondiale di conseguire traguardi di crescita anche industriale non indifferenti, ad esempio nel settore aerospaziale. Ma non solo: è lo sfondo storico di cui ho detto che le ha consentito soprattutto di riuscire a stabilire un regime passabilmente democratico dopo essersi liberata dei tentativi di Mosca di imporre a Kiev il suo protettorato.

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L’Occidente affronta la sua ora più buia

sabato, Febbraio 26th, 2022

MASSIMO GIANNINI

È l’ora più buia, di nuovo. La guerra. La sporca guerra, ancora una volta. Il fantasma sovietico uscito dagli armadi del Secolo che credevamo breve. Il morto post-totalitario che afferra noi vivi e ci ricorda il tragico Novecento che non vuole finire. Si fatica anche solo a pensarla, questa aggressione militare decisa da un Vladimir Putin sospeso tra la follia neo-imperiale e la fobia anti-occidentale. Dalla carta geografica che lo Zar di Mosca torna a sfregiare con la sua dissennata campagna di riconquista rispuntano luoghi e fonemi dai quali grondano il sangue e la Storia. La Crimea, l’assedio di Sebastopoli del 1853, i soldati piemontesi del Regno di Sardegna in armi con l’Impero ottomano, la Francia e la Gran Bretagna. Odessa, l’epopea di Esenin, la carrozzina della “Corazzata Potemkin”. Kirkyv, il 1918, il primo partito bolscevico ucraino. Piazza Maidan a Kiev, la rivoluzione arancione, il crollo del governo filo-russo di Viktor Janukovic, la repubblica indipendente. Tutto torna, oggi, in questo martoriato Atlante dove Occidente e Oriente si incontrano e si scontrano.

Dunque era vero. L’offensiva ibrida delle ultime settimane, fatta di spostamenti di truppe ai confini, di cyber-attacchi digitali, e di disinformazione politica. Le farneticazioni ideologiche sull’Ucraina “inventata da Lenin”, le esercitazioni nucleari trasmesse in tv e anticipate di sei mesi, come già accadde nel 2014, alla vigilia dell’invasione della Crimea. Le finte aperture diplomatiche con i capi di Stato europei, accolti inutilmente al Cremlino, seduti a un tavolo assurdo lungo sei metri, in un’immagine surreale che sembra tratta da un film di Stanley Kubrick, e poi rispediti a casa con le pive nel sacco. Il grottesco “riconoscimento” delle repubbliche indipendenti del Donetsk e il Lugansk, che era di fatto già un’annessione. Tutto era programmato. Tutto era scritto da un truce copione che già contemplava la guerra.

Avevamo ironizzato sulle previsioni dell’intelligence americana, che troppe volte aveva previsto l’attacco. Hanno sbagliato la data e l’ora, ma alla fine i servizi segreti di Langley hanno avuto ragione. Quella di Putin non è “un’operazione militare mirata”, come sostiene lui stesso nell’ennesimo messaggio notturno alla nazione, che solo adesso scopriamo registrato quattro giorni prima. È invece una guerra totale. All’Ucraina, certo, che viene stretta in una morsa tra Sud-Est, dalle rive del Mar Nero, a Nord-Ovest, dalla Bielorussia. Ma anche all’Occidente, che viene sbattuto di fronte a una sfida terribile. Come rispondere all’attacco dell’Autocrate di Mosca, che non si accontenta di aver ritrovato un posto al tavolo della sicurezza globale ma rompe con i tank le bombe ed i missili il cordone sanitario della Nato lungo i suoi confini e reclama un ritorno alla geografia politica della Grande Madre Russia sovietica o addirittura pre-sovietica? Le sanzioni, così come le avevamo immaginate in questi giorni, danno la misura della nostra drammatica impreparazione.

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Kiev può cambiare l’identità di Lega e Fdi

sabato, Febbraio 26th, 2022

di Stefano Folli

Suscita qualche sorriso lo sforzo messo in campo da Matteo Salvini per ricostruirsi un’immagine in politica estera dopo l’invasione russa. Il video di lui che si fa il segno della croce davanti al portone chiuso della rappresentanza diplomatica ucraina in Italia ha il sapore dell’espediente un po’ troppo affrettato per essere credibile: qualcosa da realizzare subito, prima che Putin arrivi a Kiev e sia troppo tardi per prenderne le distanze. Purtroppo per il leader della Lega il passato non passa quando gli anni recenti sono costellati di tweet e anche di filmati televisivi in cui il presidente russo era esaltato come straordinario statista e si invocava persino l’uscita dell’Italia dalla Nato per non irritarlo.


Vero che la coerenza in politica è merce rara e forse non è nemmeno la maggiore virtù, ma l’abilità consiste appunto nel mascherare ciò che coerente non è, diluendolo in un progressivo mutare delle idee. Salvini invece è stato preso alla sprovvista dagli eventi e si è precipitato a infilarsi da un giorno all’altro la camicia atlantista, quando è noto che anche la sua visita negli Stati Uniti da ministro dell’Interno, nel 2019, fu un fallimento proprio a causa dei suoi rapporti opachi con Mosca. Non stupisce allora che ieri il suo intervento in Senato a supporto della linea Draghi sia apparso goffo e con passaggi sorprendenti: come quando ha persino rimproverato all’Unione europea di non essersi accorta per tempo delle minacce incombenti sull’Ucraina. Come sempre, peraltro, le maggiori preoccupazioni di Salvini sono tattiche: non farsi scavalcare da Fratelli d’Italia, garantirsi che in politica estera tutto il Parlamento si riconosca in un’unica mozione: dunque le forze di maggioranza ma anche l’opposizione.


Si vedrà. Intanto però Giorgia Meloni è stata ancora una volta più rapida di riflessi. Mentre il capo leghista tentava di districarsi dal retaggio “putinista”, lei era negli Stati Uniti a una riunione di repubblicani americani e vari personaggi europei. Un mondo conservatore piuttosto articolato, presente anche Trump appena reduce dalla gaffe su “Putin, un genio”. E tuttavia trovarsi su quella sponda dell’Atlantico nei giorni caldi dell’Ucraina, permette alla Meloni di mettere una certa distanza tra le proprie ambizioni e il “sovranismo” europeo che flirta con gli autocrati, da Orbàn al russo. La strada da percorrere è lunga, ma la guerra in Ucraina oggi diventa uno spartiacque. Se è vero che l’obiettivo di Putin consiste nel dimostrare il declino inesorabile delle democrazie liberali, per cui l’attacco all’Ucraina è solo il primo passo di un disegno globale, nutrito di odio verso l’Occidente e i suoi valori, è chiaro che le destre nazionaliste e non liberali devono ripensare se stesse. Si parla dei gruppi che hanno guardato alle esperienze dell’Est come a una valida alternativa al sistema euro-atlantico, descritto come ormai anacronistico e superato dalla Storia.

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