Crolli bancari: le colpe sono note

La vigilanza è fondamentale. L’inchiesta interna avviata alla banca centrale americana, la Fed, per il caso SVB, mostra che qualche domanda devono farsela al di là dell’Atlantico. L’aver abbassato di molto la guardia, e la vigilanza, su banche regionali che per le dimensioni possono però avere effetti sistemici è stato un errore. E analoghe domande devono porsi in Svizzera.

L’Europa, forse proprio perché ha subito pesantemente gli effetti della crisi del 2008, ha varato norme molto stringenti. I frequenti stress test della Bce per capire quanto le banche possano reggere agli urti delle crisi dovrebbero confortarci. La solidità degli istituti dovrebbe essere garantita. Quello che non è garantito è che la sfiducia si diffonda.

In Italia le perdite di Piazza Affari sempre superiori a quelle delle altre Borse ci fanno temere. In pancia degli istituti ci sono molti titoli di Stato. Che significa debito pubblico sempre troppo elevato. Ma va tenuto conto che le perdite superiori di Piazza Affari sono anche legate al fatto che il «peso» dei titoli bancari alla Borsa di Milano è molto superiore che nel resto d’Europa. E quindi quando arretrano quei titoli per noi la caduta è più marcata. Il dolore sarà sempre più elevato. A meno che, laddove le crisi si sono verificate, non si agisca rapidamente.

La Casa Bianca con Joe Biden ha usato per SVB parole analoghe a quelle di Mario Draghi nel 2012 quando di fronte alla crisi dell’euro disse che la Bce era pronta a fare qualsiasi cosa per salvare la moneta unica. Il celebre «Whatever it takes» che, c’è da chiedersi, se fosse stato pronunciato questa volta dalla politica sulla Grecia nel 2011 forse si sarebbe evitato l’approfondirsi della crisi.

Le parole di Biden, lunedì, sono servite addirittura a far guadagnare Wall Street. Già oggi si vedrà se la Banca centrale svizzera e la vigilanza Finma riusciranno a mettersi al fianco di Credit Suisse per poi però, e lo devono ai cittadini non solo elvetici, individuare responsabili e responsabilità. Anche perché fare finta che nel mondo della finanza la situazione non stia rapidamente cambiando sarebbe colpevole.

I tassi di interesse sono aumentati attorno al 4% negli Stati Uniti e di circa il 3% in Europa. Molti istituti bancari (SVB compresa), hanno pensato di continuare nelle strategie degli anni scorsi senza problemi. Anni in cui liquidità e tassi a zero erano la regola. Altri, in questi mesi, hanno creduto di poter guadagnare su mutui e prestiti mantenendo la remunerazione dei depositi quasi a zero. E contemporaneamente premiando soci e manager con dividendi e buy back. Non proprio un ricostituente per la fiducia e le aspettative di imprese e famiglie.

Ma anche banchieri centrali e politica devono fare qualche riflessione. È vero che l’inflazione è la tassa più ingiusta che taglia in modo non visibile ma reale gli stipendi, frena i consumi e gli investimenti. E quindi il rialzo dei tassi di interesse è lo strumento principe per combatterla. Ma, come sottolineato nei giorni scorsi dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, farlo è un conto, continuare ad agitarlo come spettro un altro. All’opposto, l’errore di una politica che vorrebbe una liquidità infinita a disposizione. La misura di parole e atti, l’azione, concertata, in momenti come questi, è decisiva. Ne va di una stabilità senza la quale la vera crisi è dietro l’angolo.

CORRIERE.IT

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