Sla, leucemie, tumori: le morti misteriose nel calcio. Dall’Epo alle gocce di Micoren ai beta-bloccanti: ecco l’armadietto farmaceutico degli orrori

Paolo Russo

Rossi, Mihajlovic, Vialli, Saltutti, Beatrice, Benedetti, Bertuzzo, Rognoni, Zuccheri, Petrini, Viganò, Imbriani, Ferruccio Mazzola, Borgonovo, Zucchini, Aldo Maldera, Rosato, Musiello, Pinotti. La rosa completa di una squadra di calcio. Che c’era e non c’è più. Morti tutti tra i 36 e i 68 anni per Sla, tumore, leucemia, malattie rare e infarto. Come quello che nel 2003 si portò via a 56 anni Nello Saltutti, centrocampista della viola, la squadra che piange un “undici” tra titolari e riserve colpiti e uccisi dalla Sla. «Se avessi saputo che per tutta quella roba avrei perso amici, e rischiato di morire anch’io, non credo che potendo tornare indietro, rifarei tutto da capo. E mi domando, se valga ancora la pena che un giovane sacrifichi tutta la sua vita per un calcio del genere». Si chiude così l’ultima intervista a Nello, pubblicata su “Palla avvelenata”, volume che corre parallelo all’indagine Guariniello sulle malattie e le morti sospette nel calcio. “Quando ero ancora nella Primavera già mi davano di tutto, l’infermeria del Milan era una cosa impressionante, e non so se sarà stato un caso, ma io da un metro e sessanta, in un anno ero passato ai miei 175 centimetri. Strano no?” riflette Saltutti. Che di cose ne racconta tante. Come la flebo a cui passava ore attaccato Bruno Beatrice, suo amico inseparabile nella Fiorentina, morto di leucemia linfoblastica nell’87. «Durante il ritiro -racconta il buon Nello- Bruno era sempre sotto flebo, dal venerdì sera alla domenica; lo avevano convinto che con quelle avrebbe corso il doppio. Tanto per capirci, era uno che al naturale andava molto più forte di Davids, perciò gli chiedevo: ma che bisogno hai di farti iniettare tutte quelle schifezze? A noi dicevano: sono solo vitamine, prendetele e starete meglio. Ma chissà che ci davano invece…». Nel 2005 la procura di Firenze aprì un’indagine conclusasi con una archiviazione 4 anni dopo, perché i calciatori di quella generazione non sapevano mica cosa gli veniva somministrato. Prima di una partita tosta contro il Manchester United tra Nello e suoi compagni di squadra nello spogliatoio venne fatto girare un termos con “caffè speciale”. “Bevetelo, ci dissero, vi farà bene”. E impresa fu. Saltutti che allora giocava da punta divenne immarcabile, fece il gol dell’1 a 1 e all’indomani i tabloid inglesi lo ribattezzarono il “levriero italiano”.

Ora delle tante, troppe morti precoci tra gli eroi della pelota si torna a parlare dopo gli addii di Sinisa e Gianluca Vialli, seguiti all’allarme lanciato dagli ex campioni del Mondo e compagni azzurri di Pablito, Baggio e zio Bergomi.

Sui casi di Sla, 34 quelli accertati, c’è uno studio condotto dal prestigioso Istituto farmaceutico “Mario Negri” effettuato su ben 23mila e passa calciatori di seria A, B e C, dalla stagione ’59-60 a quella 1.999-2000. Ebbene, i ricercatori hanno rilevato che una correlazione c’è, perché l’incidenza della malattia è due volte superiore rispetto alla popolazione che non tira calci alla palla di mestiere. Addirittura sei volte maggiore se si considerano solo i giocatori di serie A. Tra i quali l’insorgenza della Sla è peraltro molto precoce: 45 anni, anziché 65 com’è in media nella popolazione generale. Le cause più probabili sono un mix tra traumi cranici e predisposizione genetica, mentre è più difficile provare la responsabilità di certi fertilizzanti tossici utilizzati nei campi di gioco e dell’abuso di farmaci. Questi ultimi per via del fatto che su di loro i fari si sono iniziati ad accendere solo quando, in tempi più recenti, sono stati messi fuori commercio o inseriti nella lista di quelli dopanti.

Me le inchieste di questi anni, pur non arrivando a sentenza, ci permettono di ricostruire un armadietto degli orrori farmaceutiche e delle pratiche da apprendisti stregoni alle quali sono stati sottoposti i giocatori.

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