Guerra Russia-Ucraina: chi sta vincendo?

Francesca Sforza

Il sistema di Putin scricchiola dalle fondamenta, e il problema è capire dove finiranno tutti i pezzi nel caso in cui vada giù in modo ineluttabile, e chi ne sarà maggiormente colpito. Al momento il fronte più esposto è quello sul terreno, dove lo sbando delle forze russe mostra la fragilità di un’organizzazione militare caratterizzata da penuria, corruzione (spesso alla radice della penuria) e da un sistema di comunicazioni interne completamente saltato. Del resto, quando si affronta una campagna militare sulla base di informazioni raccolte per compiacere il comandante in capo, la catena di errori possibili è difficile da spezzare: chi si assumerà infatti il compito di individuare l’anello debole, mettendo in pericolo innanzitutto la propria incolumità e rischiando oltretutto di non trovare alcun sostegno?

A questo si aggiunge un’oggettiva debolezza sul campo, figlia non soltanto della cieca sudditanza dei generali al Cremlino, ma anche di un sistema di forniture arrivate all’Ucraina dagli Stati Uniti che hanno cambiato, da giugno, il corso della guerra. La decisione di Biden di inviare a Kiev sistemi missilistici di artiglieria ad alta mobilità ha infatti permesso agli ucraini di prendere di mira i depositi di munizioni e i posti di comando russi, così come i missili anti-radar ad alta velocità hanno potuto colpire i radar di difesa aerea russi, i droni e gli aerei equipaggiati sono stati più liberi di dare manforte all’offensiva di terra, e l’aviazione russa veniva messa sotto scacco dai cannoni antiaerei Ghepard forniti dai tedeschi.

Il sostegno occidentale non sarebbe stato così efficace se la leadership ucraina non fosse stata così determinata e unita (anche gli afghani furono dotati di mezzi altrettanto potenti, ma il loro governo era troppo corrotto e impopolare per usarli nel modo giusto) e tuttavia questo aspetto dà alla propaganda russa un argomento forte per sostenere che la guerra non è più contro l’Ucraina ma contro tutto l’Occidente.

Può essere sufficiente per indurre Putin a imporre la mobilitazione generale dei riservisti, e passare così dallo scenario «operazione speciale» a quello più esplicito di «guerra»? Al momento non ci sono molti elementi a favore di questa ipotesi, non solo per i rischi connessi a un crollo dei consensi fra la popolazione – già in corso per la verità, in conseguenza degli effetti delle sanzioni – ma anche per la linea comunicativa adottata dal Cremlino, che di fronte alla controffensiva ucraina ha parlato di ritirata «ordinata e composta» e di «ridislocazione» delle truppe da Balakliya e Izyum «per accrescere gli sforzi in direzione di Donetsk».

Allo stesso tempo, si segnala ieri la proposta di un gruppo di deputati della Duma di «rendere possibile la mobilitazione ai cittadini con tre o più figli a carico, se ne hanno voglia». Gli autori dell’iniziativa hanno sostenuto che oggi questa categoria di cittadini non può essere chiamata al servizio militare, a prescindere dalla sua volontà, e che per questo si vuole offrire loro questa possibilità «visto che molti vorrebbero farlo». Che sia un modo per sondare l’umore della popolazione in attesa di mosse successive?

C’è infine il rischio del precipizio nucleare, non sollevato nei comunicati ufficiali del Cremlino in questi giorni, ma percepito da chiunque abbia seguito l’andamento della guerra: una Russia con le spalle al muro e con una leadership isolata nelle sue ossessioni di potenza non potrebbe decidersi a innalzare il livello dello scontro esponendo tutti a rischi incalcolabili? Il presidente francese Macron è l’unico ad aver agito in linea con quest’allarme – e con le convinzioni da lui stesso espresse nel recente passato al proposito – e ad aver cercato un contatto nei giorni scorsi con Putin per riaprire i canali di comunicazione, ma il suo gesto non è riuscito a mobilitare altri leader – ciascuno in questo momento preso dalla gestione di situazioni interne. La conseguenza è un evidente esiliarsi della diplomazia europea dalla scena negoziale.

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