Razionamenti non esclusi. È un inverno a rischio

Francesco Giubilei

Dal momento in cui è iniziata la corsa all’aumento del prezzo dell’energia a fine 2021 e con lo scoppio della guerra in Ucraina, l’Italia si è trovata a fare i conti con una situazione sempre più complicata in ambito energetico determinata (in prevalenza ma non solo) dall’eccessiva dipendenza dal gas russo. Il governo ha messo in campo una serie di misure per contrastare gli aumenti sconsiderati che stanno colpendo imprese e famiglie italiane agendo su due fronti: da un lato risposte nell’immediato, dall’altro proposte per soluzioni a medio e lungo termine. Così, dall’inizio della crisi energetica, secondo il think tank Bruegel, il governo Draghi ha speso 49,5 miliardi di euro per cercare di contenere i rincari, una cifra pari al 2,8% del nostro Pil. Nonostante l’enorme flusso di denaro, i risultati sono impercettibili e inducono a una riflessione su quanto accadrà in autunno e inverno. Nei mesi passati infatti, complice le temperature più miti, il consumo di energia è stato più basso rispetto alle stagioni fredde e, nonostante le momentanee interruzioni e la diminuzione dei flussi, il gasdotto Nord Stream ha funzionato garantendo comunque l’arrivo di gas dalla Russia. Lo scenario che abbiamo davanti è un inverno senza il gas russo se la chiusura di Nord Stream a tempo indeterminato (ufficialmente per manutenzione) dovesse essere confermata. In questo caso la diversificazione dei fornitori compiuta negli ultimi mesi, insieme all’utilizzo degli stoccaggi, potrebbe non bastare. Anche se gli stoccaggi fossero riempiti al 100% (l’obiettivo del governo è al 90%), potrebbero garantire solo il 20% del fabbisogno energetico e sarebbe comunque necessario ricevere gas da altri fornitori.

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