I volenterosi carnefici della disunità nazionale

MASSIMO GIANNINI

Manca il gas: per l’autunno il governo studia già i possibili razionamenti elettrici. Manca il grano: 50 milioni di umani rischiano la carestia, mentre i prezzi medi dei beni alimentari mordono già ora sui bilanci delle famiglie per 554 euro in più all’anno. Manca l’acqua: il Po agonizza col 72 per cento della sua portata bruciato dalla siccità, mentre dal Piemonte alla Puglia centinaia di comuni tagliano l’erogazione notturna nelle case di milioni di famiglie e il 52 per cento delle aziende agricole è a un passo dalla chiusura. Mancano i semiconduttori: le grandi filiere produttive globali, dalle automobili agli elettrodomestici, hanno smesso di girare, mentre in Cina sono fermi 1 milione di container pieni e il loro singolo costo medio di spedizione da Shanghai a Los Angeles è passato da 3.500 a 20.000 dollari.

Una settimana fa un esperto del settore mi spiegava che i tempi di consegna di una macchina di media cilindrata, per chi se la può permettere, oscillano tra i 9 e gli 11 mesi, mentre la benzina e il diesel sfondano il tetto dei 2 euro al litro. Cinque giorni fa, a Roma, la bolletta della luce arrivata a casa di mia madre, vedova e pensionata, è lievitata da 85 a 298 euro. Tre giorni fa, a Gazoldo degli Ippoliti, Emma e Antonio Marcegaglia mi raccontavano che la bolletta energetica del loro gruppo siderurgico, 7,7 miliardi di fatturato annuo, è passata in due mesi da 105 a 450 milioni. La guerra ci sta togliendo il “caldo abbraccio” della modernità. L’impatto è traumatico. E non è solo economico, è psichico. Esistenziale, sociale, culturale. Mi torna in mente “Sabato”, splendido romanzo di Ian McEwan uscito nel 2005, che racconta il mondo sconvolto dall’attacco alle Torri Gemelle.

E la tormentata vigilia della sporca invasione dell’Iraq, decisa da Bush e Blair in base alle prove false sulle “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein. Un’atroce fake news fabbricata da Cia e MI6, ma questo lo avremmo scoperto solo dopo il massacro di 151 mila civili iracheni, anche grazie ai Wikileaks di quel Julian Assange che la Gran Bretagna ha appena estradato negli Stati Uniti. Tutto torna, in questo gioco di specchi che la Storia si sta divertendo a costruire intorno a noi, scomponendo e sovrapponendo facce e fatti del passato e del presente.

Il protagonista del romanzo di McEwan è Henry Perowne, noto e stimato neurochirurgo londinese. Vita agiata, certezze borghesi, ma paura che tutto possa svanire da un momento all’altro. Capitano imprevisti, in un weekend che si profilava solido e rassicurante come tutti gli altri e invece non lo sarà. Henry studia la sindrome di Huntington, che è una grave malattia degenerativa del cervello ma è anche la nota teoria dello “scontro di civiltà”. All’alba di questo “sabato” in cui tutto sta per cambiare, il neurochirurgo si alza dal letto e si ritrova davanti alla finestra, appagato dal suo corpo tonico e curato, “in piena forma e in completa libertà”. Cerca di liberarsi dall’angoscia sottile che lo insidia, di fronte ai tempi “sconcertanti e terribili” che sta vivendo, insieme a qualche miliardo di suoi simili. E mentre è sotto la doccia, come fa ogni mattina da decenni, nel gesto più naturale e ormai quasi inconsapevole del suo quotidiano, immagina per un attimo un altro futuro, orribile ma possibile, in cui vecchi cenciosi e infreddoliti racconteranno ai loro figli ignari intorno a un fuoco di “un tempo in cui si stava nudi in pieno inverno, sotto getti di acqua calda e pulita, con in mano pezzi di sapone profumato…”.

Siamo a questo, dunque? All’inizio della fine di tutte le certezze morali e materiali che l’Occidente ha saputo pensare, realizzare e ordinare sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale e sulle rovine dei due totalitarismi del Novecento? Può darsi che sia ancora presto per dirlo. Ma quello che stiamo scoprendo sulla nostra pelle è comunque la sorprendente fragilità delle nostre “conquiste”. Quelle più grandi: la democrazia e l’autodeterminazione dei popoli, il liberalismo e il multilateralismo, i diritti e l’habeas corpus. E quelle più minute: i consumi individuali e i servizi collettivi, il pane e le rose, l’acqua calda e l’aria condizionata. Il Manifesto geo-politico, imperiale e neo-sovietico russo l’ha riassunto Putin in persona, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo: l’Occidente è in crisi, l’ordine mondiale unipolare creato dall’America non c’è più, l’Unione europea ha perso la sua sovranità, la Russia vincerà resistendo alle sanzioni e l’Ucraina sarà russa perché come Stato non esiste e non è mai esistita. Nonostante gli sforzi, l’Azione Parallela d’Europa non cambia il corso degli eventi. Il treno notturno che ha portato a Kiev Draghi, Macron e Scholz è stato un Orient Express ricco di riferimenti simbolici ma povero di contenuti politici, come ha scritto giustamente Lucia Annunziata. L’apertura delle porte di Bruxelles all’Ucraina sarà una procedura lunga, con esiti tutti da verificare al Consiglio dei 27 che giovedì e venerdì prossimi si dovranno esprimere all’unanimità. Nel frattempo, il Cremlino tratta l’Europa come un non-interlocutore, come ha sottolineato Anna Zafesova: “Fosse per loro – dice lo Zar – produrremo solo petrolio, gas, corda e selleria”. Viceversa, per Putin è più importante avere “l’indipendenza e la sovranità che il packaging”. Recise le radici comuni eurasiatiche, per Mosca conta di più “espandere le nostre relazioni con tutti gli altri interessati”, a partire da Cina e India, cioè “la stragrande maggioranza della popolazione mondiale”.

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