Dai grandi fasti alla crisi, oggi l’ultimo volo di Alitalia

MARCO ZATTERIN

Dai grandi fasti alla crisi, oggi l’ultimo volo di Alitalia

Stasera l’ultimo volo, un Cagliari-Roma, decollo alle 22, sempre che sia in orario. Il primo fu da Torino per Roma e Catania, il 5 maggio 1947, su un trimotore Fiat F12E riverniciato di fresco. Biglietto a 7000 mila lire, che oggi sarebbero 145 euro e 53 cent. Era il principio di un’epopea che a lungo fu un trionfo, vent’anni abbondanti in cui l’Alitalia – che riuscì persino ad essere il settimo vettore mondiale e il terzo europeo – diventò il biglietto da vista di un Paese dinamico in preda alla ricostruzione e al boom economico. «Dove c’è Az c’è casa», potevano pensare i viaggiatori della penisola, a ragione, per giunta. I colori erano familiari, patriottici persino. L’equipaggio sorrideva gentile, il servizio era di classe, piacevano hostess e steward dall’abbronzatura semipermanente e l’accento romano che col tempo avrebbe fatto “molto Rai”, dunque nuovamente “casa”.

Finché durò la Repubblica numero uno, e non si alzò il vento della globalizzazione destinato a scatenare la concorrenza planetaria low-cost, nessuno pensò che quella Grande Bellezza costasse più cara del previsto e consentito. Gli “Arrivederci” che sottolineavano l’atterraggio sembravano non poter finire. Erano gli aerei del papa e delle star del cinema. Eppure, per ogni minuto di volo c’era sempre un prezzo extra da pagare, una spesa che si scaricava su conti dell’Iri, vale a dire sulle tasche di tutti.

Lo hanno detto in molti, ma Romano Prodi lo ha fatto meglio. Lui, che l’Alitalia l’ha avuta in dote come presidente dell’Iri e capo del governo, avvertì che non sarebbe stato possibile alcun risanamento «senza sacrifici e senza una strategia per il futuro». Ma nel tempo i primi sono stati fatti, non bene e in ritardo. E la seconda non si è mai vista con precisione e lungimiranza, persa nel palleggio inconcludente del lungo raggio contro corto raggio, di Malpensa contro Miami e simili disfide, senza contare i capricci politici, forieri tra l’altro dello strano volo Roma-Albenga di Scajola ministro. A furia di provarci, il professore bolognese una soluzione l’aveva trovata nella primavera del 2008, convincendo Air France a farsi carico del paziente italiano dimagrito. Era ovvio che bisognava crescere di taglia globale per non continuare a buttare soldi nello scarico di piani industriali obsoleti. Tuttavia, la politica nicchiava attaccata alla flebo del debito pubblico. C’era stato duello in parlamento e sui giornali, ma ora era quasi fatta, dopo 12 anni di tentativi, in un mercato ricco di turbolenze. Ma non successe.

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