Sul crocifisso nelle scuole un compromesso, non una rinuncia

Elena Loewenthal

È molto vero, «non costituisce un atto di discriminazione»: simbolo di un dolore indicibile, racconto di un cammino unico al mondo, il crocifisso di per sé non è né una provocazione né un simbolo di belligeranza teologica. Così si sono espresse le sezione unite della Corte di Cassazione in una sentenza depositata ieri, a suo modo rivoluzionaria.

Perché se non discrimina né esclude, «questo segno primario della fede cristiana esprime di per sé e l’esperienza vissuta di una comunità e la tradizione culturale di un popolo»: definisce cioè un’identità ben precisa. Per questo, prosegue la sentenza, l’esposizione di questo simbolo nelle aule scolastiche, così come di qualunque altro simbolo religioso, è soggetto a una decisione «in autonomia», sempre cercando un «ragionevole accomodamento». Il che potrebbe sembrare un’indicazione «farisaica», giusto per restare nel contesto delle metafore teologiche, e invece rappresenta, nel suo contesto, una svolta importante. Il riconoscimento di quel pluralismo etnico, religioso, storico, che è davvero e ovunque la cifra di questa contemporaneità. Anche a casa nostra, così come a casa di chiunque altro.

Perché è vero che il dialogo fra le religioni può arrivare sino a un certo punto, perché quando si tratta di confrontare diverse verità – e la fede non può che essere l’identificazione in una verità piuttosto che in un’altra – il terreno è tanto impervio quanto scivoloso, e l’unico equilibrio che si può raggiungere è fatto di cautela e rispetto. Ma quando si tratta, come si tratta oggi nel nostro mondo, di una convivenza quotidiana – e storica – fra fedi e appartenenze diverse, allora l’ «accomodamento» diventa una soluzione coraggiosa, oltre che l’unica. Un accomodamento che abbia per presupposto la rinuncia a qualsivoglia forma di proselitismo, di esclusione. Il crocifisso è un simbolo di dolore, racconta una storia fondativa della nostra comune storia. Però appartiene a una fede ben precisa, racconta quella storia e non altre. Non offende chi non si riconosce in quella storia, in quella fede, ma certamente non significa la stessa cosa, e dunque perde la sua ragion d’essere in quel luogo in quel momento, se non è condiviso. Si svuota del suo significato, come succederebbe a qualunque altro simbolo religioso. Per questo un «compromesso» che stia nel valutare caso per caso l’opportunità di esporlo o meno in una classe non è né mai sarà un gesto di debolezza, di rinuncia, ma la risposta a quel senso primario del compromesso che, come diceva il compianto Amos Oz, è sinonimo non di cedimento ma di vita. Insieme, nel reciproco rispetto, con responsabilità e gentilezza.

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