La Rai di Mario Draghi: taglio ai costi e ai canali. E le altre tv soffrono con poche idee

IL FOCOLARE CHE NON SCALDA
Il mercato televisivo è stagnante, uguale a sé stesso, spaventato dal crollo dei consumi, ma confortato dai numeri. La platea media nel giorno, durante il periodo più rilevante che va dall’ultima settimana di settembre alla prima di giugno, è stata di 11,245 milioni e dunque è cresciuta in maniera consistente – più 7,8 per cento rispetto 2018/19 – con la reclusione di massa per il virus. La pandemia ha consolidato le abitudini. Ha apportato più spettatori che con gradualità, non di corsa, si allontanano finalmente liberi di uscire. Le oscillazioni sono minime. Le tendenze, però, sono interessanti. I canali generalisti, quelli con i palinsesti che mescolano informazione e varietà e dirette e serie tv, sono in lenta e inesorabile contrazione: Rai2 è la peggiore in prima serata, seconda Canale5, terza Rai1.

Mediaset ha frammentato l’offerta e raccoglie dove e come può, si ripete e si rinnova con prudenza, ma si conferma ben sopra il 32 per cento di share e al solito tampina Viale Mazzini. La multinazionale Discovery beneficia della crescita di Nove, che è un canale generalista, ma ha un palinsesto meno vasto e vario di Canale5 o di Rai2. Ha un’identità più marcata. Per lo stesso motivo, senza particolari invenzioni, le più recenti risalgono a vent’anni fa e oltre con Angelo Guglielmi e Paolo Ruffini, Rai3 si scopre la rete più in forma della televisione italiana con un rialzo del 10 per cento. La7 è il luogo dove si discute di più di politica, si fa più informazione, si percepisce un profilo editoriale più preciso e perciò si accende quando c’è tensione politica e soprattutto in prima serata, quando il pubblico smette di conversare, ascolta chi conversa e prende spunto per conversare e riflettere poi sui temi di attualità.

Pier Silvio Berlusconi, vice presidente di Mediaset  (ansa)

La7 sta sulle cose che accadono. Sky sta sugli eventi, lo sport. Però non ha più il sapore di nuovo. Non è più centrale, né per gli eventi, né per lo sport. Ha appena abdicato, per ragioni di bilancio, al ruolo di padrone del calcio in Italia: il vero movente d’acquisto di centinaia di migliaia di abbonati. Sky fa parte di una multinazionale, del gruppo americano di Comcast, ma i concorrenti di Prime Video e Netflix sono di un’altra categoria perché godono di altre strutture, più leggere e più ricche. La televisione verticale che fa Sky, decine di palinsesti da riempire, richiede risorse non più disponibili. I proprietari di Comcast la osservano con distacco dalla Pennsylvania, la vendono, chissà se la vendono, e nel frattempo la convertono anche in una società telefonica. Si sono intrufolati nel settore di Tim e Tim, alleata di Dazn, l’ha sbranata strappandole l’esclusiva della Serie A. Nel calcio si parla di fine di un ciclo. A Sky il ciclo finisce con un piano di esuberi di 3.000 dipendenti.

RIDATECI IL PASSATO
L’azienda televisiva più digitale è quella che si mantiene saldamente nei memorabili anni ’80, memorabili per i decreti del governo Craxi, per l’elicottero di Silvio Berlusconi, per l’assalto al dominio della bolsa Rai. Mediaset fa 10,92 milioni di accessi al giorno, estratti di programmi, filmati, servizi, spalmati ovunque. La scorsa stagione erano 5,74, la metà. La Rai ha sempre la sua crescita contenuta: fa 3,23 milioni, non raddoppia di certo. Il resto arretra, pare incredibile perché i video rimbalzano sui social dove transitano milioni di italiani, una comunità in costante espansione: male Sky, male Discovery, malissimo La7. Il gruppo di Urbano Cairo ha smarrito 300.000 visualizzazioni al giorno.


Per misurare la vicinanza ai giovani ci sono le interazioni sui social che comprendono Facebook, Instagram, Twitter e Youtube: svetta Canale5 con il 31 per cento del totale e dopo un sorpasso a Skysport. La sorpresa: Rai1 sul podio scalzando Netflix. È successo perché la Rai con il Festival di Sanremo e il prologo Amasanremo ha coinvolto il pubblico che si concentra attorno alle trasmissioni di Maria De Filippi. Può stupire: pure la Rai si frequenta col presente.

Mediaset ha le statistiche migliori, ma è la più esposta ai pericoli: troppo legata alla pubblicità che non è più dominata dalla televisione, troppo piccina per competere all’estero. Per Mediaset è vitale mettere su un’azienda europea. Ci provano da anni. La diatriba legale con Vivendi li ha frenati. Si sono riappacificati, però non basta. Mediaset è l’azionista principale di Prosiebensat1 in Germania. I Berlusconi sono entrati in casa tedesca con molta circospezione. Lì se vogliono ti cacciano in un attimo. Non significa niente che siamo in Europa. Il dubbio è se Mediaset sarà preda o predatore, a capo della tavola o in un angolo della mensa. Deve rischiare. Acquistare o essere acquistata. Pier Silvio e Marina Berlusconi, i figli che vogliono emulare il papà, comprensibile, devono rassegnarsi: gli anni ’80 non durano per sempre.

Urbano Cairo, proprietario di La7 e Rcs  (ansa)

Per gli altri c’è un equivoco: la tv innovativa non è la tv che rivaleggia con Netflix. Non ha senso. La pandemia l’ha dimostrato. Netflix come Chili o come Prime Video, le piattaforme di distribuzione e a volte di fabbricazione di contenuti, hanno raccolto più pubblico pagante. Però lo spettatore che guarda le serie tv su Netflix può cercare anche un classico programma d’informazione. E in questo segmento si muove La7. Cairo ha risanato l’azienda che ha ricevuto da Tim, ma senza macinare utili: o si accontenta del livello raggiunto o prova a salire un po’. La Rai deve adempiere a un compito più semplice e al momento più complesso: fare servizio pubblico e asciugare il debito (pubblico). Un programma già visto, però non è mai andato in onda.

L’ESPRESSO

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