Omicidio di Lecce, 15 minuti di tortura e 30 di pulizia nei «pizzini del terrore» di Antonio De Marco



«Non avendo molti amici — ha raccontato De Marco — e trascorrendo molto tempo in casa da solo, mi sono sentito molto triste. Sono andato a trovare Daniele ed Eleonora convinto di trovare entrambi. Sono entrato in casa con le chiavi. Erano seduti in cucina. Ho incontrato Daniele nel corridoio, si è spaventato perché avevo il passamontagna. Dopo aver avuto una colluttazione con lui, li ho uccisi».

Il suo piano, ad eccezione della morte dei due fidanzati, suoi inquilini per quasi un anno, non è andato come aveva programmato. La coppia doveva essere legata (l’assassino aveva con sé anche delle fascette stringitubo), prima di essere torturata per un quarto d’ora e quindi uccisa. Un piano subito fallito perché Daniele ha provato a reagire, riuscendo anche a sfilargli la «maschera» che indossava, una calza di nylon con due fori per gli occhi ed una bocca disegnata.

«Quando ho colpito lui, ha cercato di aprire la porta per scappare. Ho ucciso prima lei e poi ho colpito nuovamente Daniele. Dopo avere lottato con loro, sono andato via senza scappare perché non avevo fiato. Il passamontagna mi è stato sfilato da Daniele, mi aveva riconosciuto. Ho sentito gridare “Andrea”, ma non hanno mai pronunciato il mio nome. Poi sono tornato a casa mia, in via Fleming, e ho dormito fino alla mattina successiva».

Riguardo alla «caccia al tesoro», fase centrale del suo piano, invece, ha riferito di non ricordare cosa intendesse dire né quando ha scritto quel biglietto. Nei cinque bigliettini, oltre al percorso per evitare le telecamere, anche la «scaletta» da seguire una volta entrato in casa: «legare tutti», «accendere tutti i fornelli e mettere l’acqua a bollire», «scrivere sul muro». E poi ancora: «nastrare le dita», «prendere i guanti», «coprire testa», «cambio maglietta vestizione», «prendere coltello e fascette», «slacciare scarpe». Pizzini del terrore ora sostituiti con un libretto di preghiere, diventato il suo unico compagno nelle lunghe giornate in cella.

CORRIERE.IT

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