Strage di Bologna, ecco perché non si trova un Innominato

di MICHELE BRAMBILLA

Ricorre oggi il quarantesimo anniversario della bomba alla stazione di Bologna, la strage più grave – per numero di vittime – dell’Italia del dopoguerra. Come per tutte le stragi che hanno insanguinato il nostro Paese, anche per il massacro del 2 agosto 1980 non tutta la verità è stata raggiunta dalle infinite inchieste. Manca sempre il tassello più importante: il nome, i nomi di chi ha ideato. 
L’altro giorno l’arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Zuppi, ha lanciato un appello alle coscienze: “Chi sa, parli”. Mi ha ricordato il titolo di un editoriale scritto da Carlo Maria Martini sul Corriere della Sera all’indomani della strage del rapido 904 (23 dicembre 1984): “Ascolta, Innominato”.

Ascolta Innominato, ovvero ascolta tu coscienza di peccatore. Che tu abbia una notte tormentata come l’ebbe il rapitore di Lucia, che tu capisca il male compiuto, che tu ti possa ravvedere, che tu possa rendere giustizia a chi da tanti anni la chiede. “Chiediamo ancora che chi sa qualcosa trovi i modi per comunicare tutto ciò che può aiutare la verità, perché anche se scappiamo dal giudizio degli uomini non scappiamo dalla nostra coscienza e soprattutto dal giudizio di Dio”, ha detto Zuppi. È la domanda che mi sono sempre posto, essendomi occupato di tante stragi italiane, da piazza Fontana in poi: possibile – con tanta gente coinvolta – che non ce ne sia uno che trovi, magari in punto di morte, la forza per dire “siamo stati noi”?

La risposta, la disillusione, me la diede anni fa un ex terrorista di destra. I mandanti di quelle stragi – mi disse – sono militari, o comunque uomini dello Stato che ragionano con la logica militare, secondo la quale alcuni morti (anche innocenti) sono il prezzo da pagare per un bene superiore. Se ad esempio voglio che l’Italia non prenda una certa piega politica, faccio il bene dell’Italia se una bomba mi serve a raggiungere questo scopo.

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