Recovery fund, come spendere i soldi: vigilanza e rapidità i vincoli

di Federico Fubini

Il negoziato sfiancante

Può apparire snervante lo spettacolo dei leader di ventisette gloriose nazioni che fanno l’alba litigando su un avverbio. L’Olanda voleva un «decisively» («con fermezza», ma anche «in modo definitivo») per descrivere le «discussioni» da tenere in Consiglio europeo sul caso di un Paese deviante nell’uso del Recovery Fund. L’Italia chiedeva qualcosa di meno «definitivo», per l’appunto, perché quelle «discussioni» non conducessero veti nazionali sull’esborso dei soldi a un governo in ritardo sulle riforme.

Gli insulti a Rutte

Mark Rutte, il premier dell’Aia, all’uscita dal vertice ha scritto un semplice tweet: «Un buon risultato che salvaguarda gli interessi olandesi e renderà l’Europa più forte e più resiliente». In poche ore ha incassato quasi duemila commenti dagli elettori (si vota alle politiche fra otto mesi), quasi tutti così: «Vergognati, sei un grande bastardo, un ladro. Per anni abbiamo tagliato su tutto, lavoriamo dieci anni più di italiani e francesi. Regalagli il tuo cane». Oppure: «Marcisci, sporco bugiardo. Impoverisci l’Olanda per corrompere l’Europa del Sud». O ancora: «Pensi davvero che Francia e Italia, dopo essersene infischiate del Patto di stabilità, faranno le riforme?».

La sfida dei tempi

È su questo sfondo che ora all’Italia si offrono 209 miliardi di euro: è il 12% del reddito nazionale di quest’anno, una cifra pari al crollo dell’economia in corso. Significa poter quasi raddoppiare gli investimenti pubblici per ciascuni dei prossimi sei anni, un’occasione irripetibile di risollevare il Paese. Tutta l’operazione del Recovery Fund in fondo può essere letta come il tentativo di Francia, Germania e anche dell’Olanda di salvare l’Italia – troppo grande per poter fallire senza minacciare l’euro – risparmiandole l’umiliazione politicamente destabilizzante della Troika. Ciò non significa che al governo di Roma sarà lasciata fare qualunque cosa. In primo luogo ci saranno richieste precise sui tempi, strettissimi. Il punto A18 delle conclusioni si afferma che i governi dovranno «preparare i piani di ripresa e resilienza specificando il programma di riforme e di investimenti per il 2021-2023». Questi documenti devono arrivare a Bruxelles entro metà ottobre: centinaia di pagine di progetti precisi, con costi, tempi, rendimenti, impatto, anche perché (punto A15) il 70% dei trasferimenti diretti «vanno impegnati negli anni 2021 e 2022». Non c’è dunque un giorno da perdere. Al «Corriere della Sera» il 17 luglio il ministro dell’Economia aveva detto che la struttura incaricata di redigere il piano sarebbe stata formata lunedì di questa settimana. Ma ancora se ne sa poco e da Bruxelles il premier Giuseppe Conte è parso prendere altro tempo. Resta da capire se l’amministrazione italiana ha la capacità di eseguire in fretta e bene piani di questa portata.

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