La notte in cui si litigò più per Casalino che per Benetton

A mezzanotte anche il più mite di tutti, mai una parola fuori posto, mai uno scatto, modi che gli valsero il soprannome dell’Arnaldo Forlani del Pd, anche lui sbotta, e questo misura la temperatura della situazione. Lorenzo Guerini si avvicina a Giuseppe Conte mostrando sul suo iPhone la prima pagina del Fatto, quella dove compare mezzo Pd sotto la scritta “United dem of Benetton”: “Guarda il tuo amico Casalino – dice avvicinandoglielo ad altezza viso – ha fatto la prima pagina contro di noi. Adesso basta, così non si può andare avanti in questo modo”. Non si scompone più di tanto il premier, più teso del solito, quasi non aspettasse altro: “Tu mi parli del Fatto? La tua amica De Micheli ha fatto uscire un documento riservato contro di noi, da avvocato ci sarebbero anche dei profili legali su cui intervenire”.

Palazzo Chigi, interno notte, tra le più lunghe del Governo: “Paola – prosegue il premier – è stata una scorrettezza inammissibile”. È nero. Nel suo volto c’è una richiesta implicita di dimissioni, anche se la parola non è pronunciata. La lettera in questione è quella in cui la ministra dei Trasporti chiede di riflettere sui rischi della revoca, facendo capire che se c’è una responsabilità è di palazzo Chigi, che prima ha ritardato il dossier e poi ha prospettato una soluzione da danno erariale: “Sai bene che non ho fatto uscire io quella lettera – è la risposta della ministra – qui c’è qualcuno che ha giocato a farmi passare da amica dei Benetton. A me dei Benetton non frega nulla, sto difendendo il lavoro di un anno”.

L’ombra di Casalino avvolge il conclave di Governo, in un clima di sospetti, veleni, voci di rimpasto. Neanche il Pd ha gradito la fuga di notizie. Boccia, Provenzano, Amendola, che però non crocifiggono la ministra. Prima che arrivino i cartoni di pizze già tagliate e le birre ghiacciate all’una di notte, la prima riunione separata. Via i capidelegazione. Conte si riunisce, nella stanza accanto, con De Micheli e Gualtieri, con grande stupore di Dario Franceschini: “Perché – domanda stizzito il ministro della Cultura – non si può sentire Paola?”. Il premier è ultimativo: “O chiudiamo o si revoca”. Il decreto di revoca è pronto. È in una delle due cartelline che ha portato Gualtieri, col via libera di Zingaretti, che ha coperto la linea di Conte, superando la prudenza del suo stesso capodelegazione Franceschini. Boccia e Provenzano parlano fitto fitto, mentre azzannano uno spicchio di pizza alla diavola: “Nicola ha fatto un capolavoro politico, dicendo che la lettera di Autostrade era insufficiente. Perché da quel momento i Benetton ha capito che non c’erano più margini. E ha evitato di regalare una prateria a Di Maio”.

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