I paradisi fiscali della porta accanto: tra Irlanda, Olanda & Co., all’Italia mancano 7 miliardi

di MAURIZIO RICCI

Smettete di pensare ai paradisi fiscali come scenari di acque cristalline e alberi di cocco. Nei veri paradisi fiscali, di solito piove e il bagno in mare lo fanno solo gli ardimentosi al picco dell’estate. Secondo i calcoli del Fondo monetario internazionale, a livello mondiale, i profitti che le aziende internazionali imboscano e fanno riapparire nei paradisi fiscali sono pari ad oltre 650 miliardi di dollari l’anno. E dov’è che riappaiono? In Irlanda, anzitutto. Un gruppo di economisti, fra cui un superesperto della materia, come Gabriel Zucman, calcola, infatti, che, di quei 650 miliardi, ben 100 emergano a Dublino e dintorni. Subito dopo l’Irlanda, viene l’Olanda, con 57 miliardi di profitti che i cervelli tributari delle multinazionali ritengono saggio far risultare in bilancio all’ombra delle dighe sull’oceano, per sfruttare una legislazione fiscale compiacente: aliquote basse (l’aliquota media effettiva sui profitti è il 10 per cento in Olanda, contro il 19 per cento in Italia), ma anche minor vincoli ai movimenti valutari. All’Italia, secondo la ricerca, il dumping fiscale degli altri paesi europei costa fino a 7 miliardi di euro ogni anno, in mancati incassi tributari.

La trasmigrazione dei profitti ha ormai volumi tali da superare la dimensione della routine diffusa. E’ ormai una vera e propria caratteristica di sistema del capitalismo del XXI secolo. Zucman e colleghi calcolano che il 40 per cento dei profitti delle multinazionali venga trasferito verso paesi con tassazioni di favore. Per metà, si tratta di soldi che fanno capo ad azionisti americani,  a cominciare da quelli dei giganti del Big Tech. Ma anche le aziende europee hanno un peso di primo piano, come li hanno i sei paesi della Ue, che fungono da rifugi fiscali: Irlanda, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Cipro e Malta. Il fenomeno, anzi, è primariamente intraeuropeo: l’80 per cento dei profitti che le multinazionali europee dirottano per motivi fiscali finisce non ai Caraibi, ma in altri paesi europei.

Lo aveva già segnalato, questa primavera, la stessa Commissione Ue, nelle sue raccomandazioni ai singoli paesi membri, in cui chiedeva un maggior rigore fiscale ai paesi con le legislazioni più morbide, anche se, nel documento di Bruxelles, il sesto paradiso europeo non era il Belgio, ma l’Ungheria. In ogni caso, ne risulta che la grande corsa a tagliare le tasse sul capitale, inaugurata nell’era Reagan-Thatcher, che fra il 1985 e il 2018 ha dimezzato l’aliquota media effettiva globale sui profitti aziendali dal 49 al 24 per cento ha in larga misura alimentato le operazioni di dumping tributario, che mettono in competizione i diversi sistemi fiscali. Così si spiega che in una grande economia, come quella italiana, le tasse sui profitti arrivino solo al 3 per cento del Pil, mentre nella piccola Malta pesano per l’8 per cento.

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