Beppe Sala: «Lo smart working? Grande occasione: ma è tempo di riprenderci la vita»

di Giuseppe Sala*

Caro Direttore,
in questo passaggio storico noi tutti, come comunità, abbiamo fatto i conti con una pandemia mondiale, che ha lasciato strascichi pesanti e ne annuncia altri molto preoccupanti.

Con la sincerità che cerco di mettere sempre nel dire cosa penso, torno a confessare che la situazione mi preoccupa, e molto. Abbiamo evitato il collasso della nostra società intraprendendo nuove modalità di vita. Tra queste, il lavoro a distanza. È stato chiamato smart working, ma forse un po’ impropriamente. Ci sono nubi su quell’aggettivo, smart. Le persone che hanno lavorato da casa, spesso, lo hanno fatto con limiti variabili di tempo, al di fuori di un contesto di regole e tutele adeguate per questo nuovo strumento e, sicuramente in molti casi, con grande sacrificio.

Penso a tutte le famiglie, ma in particolare all’impegno delle donne. Penso a tutti coloro che hanno dovuto conciliare questo lavoro in lockdown con la presenza dei figli, dei cari, in situazioni di grave incertezza e fatica. E vorrei mettere in luce l’elemento più preoccupante: la costrizione che deriva dal non avere relazioni fisiche con gli altri.

La nostra società, lo diciamo in molti, è da cambiare. Produce ingiustizia sociale, è sperequata. Dobbiamo trovare il modo di innovarla insieme. Ma non si cambia dall’oggi al domani. I cambiamenti repentini vengono quasi sempre pagati dai più deboli, da chi per diverse ragioni non è pronto al cambiamento, o semplicemente non ha gli strumenti necessari per farlo.

Lo smart working non è solo una grande opportunità, ma rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma dell’organizzazione del lavoro.

Il Comune di Milano ha da tempo cominciato a sperimentare, positivamente, questa modalità di lavoro, che non consiste semplicemente nello svolgere le proprie mansioni da casa, ma richiede un nuovo modo, e un diverso grado di autonomia, nello svolgere l’incarico a cui si è delegati. La pandemia di questi mesi ha costretto ad accelerare il ricorso a questo strumento, ma per forza di cose è stato un utilizzo in emergenza. Senza una gestione ordinata del processo di transizione.

Penso che lo smart working debba rientrare tra i diritti dei lavoratori nella nuova era digitale, in un possibile ripensamento adeguato ai tempi, dei diritti e dei doveri in generale. Forse di un nuovo Statuto dei lavoratori. Lo smart working è quindi uno strumento fondamentale per costruire un nuovo modello di sviluppo, ma non può essere preso in considerazione senza valutare sino in fondo anche tutti gli effetti collaterali e le ripercussioni che una adozione massiccia di questa modalità — ripeto, senza un percorso di transizione ben governato — può generare sulle città.

Lo smart working, così come la scuola, non possono essere trattati come temi isolati, perché oltre alla loro ragione specifica — per il primo l’organizzazione del lavoro, per la seconda l’istruzione — hanno una profonda incidenza sulla vita di tutti i giorni di milioni di persone. Non posso pensare ad una cosa slegata dall’altra. È quello che un sindaco fa e deve fare, guardare al complesso della situazione.

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