La nuova ricostruzione: i simboli e le regole del gioco

di Antonio Polito

Scegliendo il 2 giugno come data per mettere fine al lockdown della piazza, Giorgia Meloni e Matteo Salvini erano certamente consapevoli del valore simbolico della data. Oltre a essere il primo «ponte» dopo la clausura, il 2 giugno è infatti anche l’anniversario del referendum popolare che fece nascere la Repubblica e dell’elezione della prima assemblea democratica dopo il Ventennio fascista. L’atto fondatore, dunque, delle radici comuni della cittadinanza italiana, ciò che oggi ci unisce più di ogni altra cosa: siamo tutti repubblicani, siamo tutti democratici.

Voltare pagina fu il compito del referendum, preceduto e seguito da governi di unità nazionale in cui sedevano insieme i partiti che si sarebbero presto divisi per diventare nemici giurati, avversari «di sistema». Alle prese con la ricostruzione post-bellica, essi agirono come dietro un «velo di ignoranza»: nessuno sapeva chi avrebbe vinto le successive elezioni, dunque si misero d’accordo sulle regole comuni, la Repubblica e la Costituzione, rinviando il momento della competizione tra le fazioni. Fecero una scommessa sul bene del Paese, sperando di incassarne un giorno la posta.

È un’analogia che dovrebbe far riflettere l’opposizione. Oggi il suo ruolo, in attesa delle elezioni che verranno e dinanzi a un Paese in ginocchio, deve essere quello di «governare» già da subito, con capacità di proposta e pretesa di ascolto, e non siamo certi che la protesta sia il modo migliore per farsi sentire da chi governa; il quale, da sempre, usa il pretesto della partigianeria altrui per poter gestire in esclusiva gli affari pubblici.

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