Tutti promossi? Sbagliato. E le scuole riaprano il 25 agosto

Ad esempio, iniziando il nuovo anno scolastico il 25 agosto; poi fino al 15 ottobre, cioè in 50 giorni, recuperare il trimestre perduto; a questo punto in una settimana o due svolgere gli scrutini non fatti nel giugno precedente e sostituire con gli scrutini anche gli esami di licenza saltati; infine dare inizio al nuovo anno il 1° novembre. Magari prevedendo vacanze più brevi a Natale e a Pasqua ed evitando inutili perdite di tempo con il ridicolo rito delle finte «occupazioni» e con le gite scolastiche. Il tutto naturalmente previo una non certo difficile riformulazione-riduzione ad hoc dei programmi (pardon, delle indicazioni nazionali) da farsi nel giro di un mese ad opera di un agile gruppo di lavoro presso il Ministero dell’Istruzione.

È una proposta certo criticabile, non discuto, e altre se ne possono immaginare, ma il punto è chiaro: nel momento in cui il Paese attraversa la crisi più grave della sua storia repubblicana, sarebbe stato giusto, a me pare, che i giovani non fossero avvolti da una improbabile bambagia protettiva, che non gli fosse servita la solita pappa dolce della benevolenza per decreto – pappa e bambagia che peraltro non hanno impedito che nelle settimane scorse un terzo degli alunni italiani non abbiano potuto fruire delle meraviglie della teledidattica spesso a causa della loro condizione d’indigenza e, a vergogna di tutti noi, nella più completa e generale indifferenza – bensì che anche loro fossero chiamati a guardare in faccia la realtà e a fare i sacrifici necessari: rinunciare alla normalità, alle solite vacanze, studiare di più.

Nulla è più istruttivo dei sacrifici. Lo sanno bene coloro che nel dopoguerra dovettero farne tanti per rimettere in piedi il Paese. Nulla come i sacrifici serve per togliersi idee sbagliate dalla testa, per imparare ad apprezzare alcune cose fondamentali della vita, per capire l’importanza della solidarietà, il legame che tiene insieme, che deve tenere insieme, una comunità; per capire che accanto ai diritti esistono i doveri. Al pari di tutti i sistemi scolastici occidentali e in armonia con lo spirito dei tempi, la scuola italiana ha messo al bando tutto ciò. Lo ha cancellato dal suo modo d’essere e dal suo modo di raccontare ai giovani il mondo: immagino considerandolo «superato» ideologicamente sospetto e pedagogicamente inconsistente. Quando poi si è accorta del vuoto così creatosi ha cercato di riempirlo con la chiacchiera politicamente edificante, destinata a lasciare il tempo che trova, di un insegnamento come «Cittadinanza e Costituzione».

Ma i tempi sono cambiati, stanno drammaticamente cambiando. Se fino a ieri suggerivano l’indirizzo scolastico appena detto, dopo quanto sta succedendo oggi (ma davvero siamo al dopo?), quell’indirizzo appare del tutto incongruo all’atmosfera che chissà per quanto tempo ancora caratterizzerà le nostre società. E infatti non andiamo forse ripetendo tutti da settimane che proprio il colpo ricevuto deve obbligarci a «ripensare tutto», che «nulla può o deve essere come prima»? Le autorità scolastiche, allora, avrebbero potuto capirlo tra le prime e dare l’esempio. Capire che nelle aule non avrebbe più potuto esserci posto per la bonarietà vacua e indulgente, per il demo-paternalismo attuali. Che con i tempi che si annunciano c’è bisogno di qualcosa di ben diverso: soprattutto di una nuova serietà.

CORRIERE.IT

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