Coronavirus, così funzionano i test sierologici per ottenere la «patente di immunità»

di di Silvia Turin

I test sierologici sono eseguiti a partire dal sangue e ci dicono se (ora o in precedenza) siamo venuti a contatto con il Sars-CoV-2. Cercano gli anticorpi che l’organismo produce in risposta a un virus specifico e non sostituiscono gli ormai famosi «tamponi» che servono a capire se una persona è infetta e contagiosa. Gli anticorpi che i test cercano sono essenzialmente di due tipi: IgM (Immunoglobuline M), che si manifestano entro 7 giorni circa dalla comparsa dei sintomi e permettono di confermare la diagnosi di infezione con grande precisione e IgG (Immunoglobuline G), prodotti dopo 14 giorni, che sono la nostra «memoria immunitaria» e ci proteggono anche se, nel caso del Sars-CoV-2, non sappiamo bene per quanto tempo e in quale misura.

Le tipologie di test

A oggi sono disponibili tre tipi di test sierologici: due «quantitativi» da laboratorio con due tipologie di metodo diverse (in chemiluminescenza e in EIA) e uno «qualitativo» ad immunocromatografia, definibile «rapido» (con tempi di risposta di circa 15 minuti). I test rapidi hanno una minore precisione. Nella fase attuale dell’epidemia utilizzare solo questi test comporterebbe un problema importante: la diagnosi non rileverebbe un’infezione nelle sue fasi iniziali e la prima settimana spesso è quella in cui le persone rilasciano il virus nella massima concentrazione. Avere prodotto gli anticorpi, infatti, non significa non essere contagiosi. «Ecco perché questi test vanno bene per valutare gruppi di popolazione, ma sono pericolosi su una singola persona — sostiene Pregliasco, virologo dell’università Statale di Milano —: se ho un falso positivo, il soggetto penserà di essere immune e potrebbe infettare altre persone. Anche se si parla del 3% è comunque un rischio: non può essere l’unico paramento per programmare la ripartenza».

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