La confusione sotto il plateau

Dunque Borrelli, il capo della struttura tecnica dell’emergenza, mentre ancora non è chiaro quel che si farà o non si farà, fa sapere agli italiani che forse servirà un altro mese di chiusura, ma non viene smentito da nessun livello politico. Tranne poi presentarsi alla conferenza stampa della sera con un “sono stato frainteso”, neanche fosse la quarta fila di un partito che ha sbagliato una dichiarazione di giornata. È chiaro che, all’interno di questo disordine istituzionale, è legittimo chiedersi, senza alcuna malizia: “Borrelli ha lasciato trapelare un messaggio che gli altri non si sentono di dire, tra un timore per il bel tempo il Primo maggio e le mascherine che non arrivano? Oppure il capo della Protezione civile non ha freddezza, competenza, consapevolezza del ruolo, e il suo è stato, banalmente, un clamoroso errore?”. In tal caso ci sarebbe una inquietante coazione al ripetere dopo che, sempre in un’intervista a Repubblica, qualche giorno fa aveva spiegato che il numero dei contagiati è dieci volte la cifre ufficiali, senza specificare poi a cosa serva la conferenza stampa delle sei in cui annuncia proprio i numeri ufficiali.

È il quadro di una assenza della plancia di comando, proprio nel momento più difficile della storia nazionale, e di una fragilità estrema della politica, che ha affidato ai tecnici sovranità delle scelte e l’onere dei messaggi difficili. Perché il premier innanzitutto non ha il coraggio di un discorso di verità al paese, tra un “ci riabbracceremo presto” e una serrata somministrata col contagocce di un decreto a settimana. Verità: un discorso autentico e crudo, con la mente fredda e il cuore caldo, sui sacrifici in nome dell’emergenza sanitaria, sui costi impressionati in relazione all’emergenza economica, su questa morsa del diavolo in cui si trova l’Italia, per cui allentare non si può perché il paese dove collassa l’Inps alla prima prova non sa gestire, con questi numeri, una riapertura graduale, ma questo rallenta la ricostruzione ai limiti di comprometterla. E saranno dolori, lacrime e sangue.

Una cultura da Grande Fratello, in attesa della prossima puntata, che fa il paio con l’Eterno Riposo del leader dell’opposizione recitato con l’ex conduttrice proprio di quel format, e non a caso, per un anno, i due si sono tanto amati. È il default di una classe dirigente, perché anche l’opposizione sta mancando al suo ruolo, incapace di andare oltre se stessa in nome degli interessi del paese, tra un’apertura a Draghi nei giorni pari e la proposta di uscita dall’euro nei giorni dispari. Gli aspiranti Churchill, da un lato, e i tanti cantori dell’unità nazionale dall’altro dimenticano che, durante la guerra, Churchill aveva nel suo governo i laburisti o che il generale De Gaulle, da colonnello, quando scoppiò la guerra entrò nel governo di Paul Reynaud, un radicale e anticlericale, praticamente il suo opposto, non uno con cui aveva festeggiato l’anno prima i decreti sicurezza.

Si capisce perché Nicola Zingaretti, nelle condizioni date, abbia proposto una “cabina di regia”, ovvero un luogo politico dove prendere le decisioni per la cosiddetta fase due. È un tentativo di mettere ordine in una situazione sfuggita di mano, tra la ridda di pareri tecnici, l’eclissi della politica, lo scricchiolìo della catena istituzionale tra Stato centrale, Regioni, Comuni su ogni cosa. Un tentativo che rivela una consapevolezza e una preoccupazione estrema. In tempi normali, le cabine di regia certificano lo sfilacciamento del quadro. Chissà, magari stavolta la cabina crea miracolosamente una regia. 

L’HUFFPOST

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