Perché il green new deal europeo rischia di essere un colossale flop

di Gloria Riva

Dopo la globalizzazione e la digitalizzazione, il capitalismo mondiale si prepara a una terza grande sfida: trasformarsi in un’economia pulita e circolare, per ridurre l’inquinamento, fermare i cambiamenti climatici, senza tuttavia tagliare posti di lavoro, anzi aumentando il benessere delle famiglie. L’Europa in particolare si è candidata a diventare il primo continente a impatto zero e la presidente della Commissione europea, Ursula Von Der Leyen, ha lanciato il Green New Deal, un patto verde da mille miliardi per la carbon neutrality, che tuttavia ha alcuni lati oscuri. A partire dai soldi a disposizione, che sono meno della metà rispetto a quelli che servirebbero per spegnere l’emergenza climatica entro il 2050, fino alle tempistiche: il patto europeo arriverebbe a compimento con vent’anni di ritardo rispetto agli obiettivi dell’agenda 2030. Inoltre per l’Italia c’è il serio rischio di non riuscire a intercettare i finanziamenti che servirebbero a rilanciare le aree più critiche, rendendo quindi incolmabile il divario con l’Europa più avanzata.

Per quanto riguarda i finanziamenti, nonostante mille miliardi sembrino una cifra pazzesca, va detto che quei soldi saranno sgranati in dieci anni – quindi cento miliardi l’anno – e da suddividere fra 27 paesi. In base alle stime della Commissione stessa, per raggiungere la neutralità climatica al 2050 servirebbero almeno 260 miliardi di euro di investimenti annui, 2.600 miliardi in un decennio. Altre stime suggeriscono invece una cifra minima dieci volte superiore. Per avere un metro di paragone, basti pensare che il Green Deal proposto dai democratici americani, in particolare da Alexandra Ocasio-Cortez, è proprio di 2.500 miliardi di dollari in dieci anni.

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