Un Paese che non cresce investire, non solo conservare

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di   Ferruccio de Bortoli

Perché non cresciamo più o cresciamo troppo poco? La prima risposta è nell’andamento demografico. Un Paese che invecchia — e dal quale i giovani fuggono — tende ad aggrapparsi al patrimonio esistente anziché cercare nuove fonti di reddito. Privilegia la rendita, teme il rischio. Ha molta nostalgia, poche ambizioni. Siamo sempre la terza economia dell’area euro ma scontiamo un ritardo strutturale nell’adeguarci alla sfida globale delle tecnologie avanzate. La crescita è sinonimo di investimenti, ricerca, conoscenza, studio, formazione del capitale umano. Non di troppa spesa corrente, lentezze, sprechi, giustizia incerta, burocrazia inefficiente. Nel derby quotidiano tra innovazione e conservazione prevale spesso quest’ultima. Vette di eccellenza, paludi di sottosviluppo.

Un Paese che cresce decide, non rinvia. Si assume le proprie responsabilità, non dà la colpa agli altri. L’Italia è la seconda manifattura d’Europa. Ne siamo orgogliosi. Ma il valore aggiunto è creato soprattutto dalle imprese con grandi dimensioni e mercati globali. Il nanismo è una condanna, non una romantica ricchezza. Se fossimo veramente preoccupati di costruire un domani migliore per i nostri figli e nipoti dovremmo smetterla di consumare il futuro in anticipo. Non esistono più «torte» da dividere. Semmai sacrifici da distribuire equamente con attenzione ai più deboli.

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