L’attacco Usa, il sistema creato nell’ombra e il peso sul futuro

Autorizzava operazioni segrete, muoveva pedine, sviluppava una diplomazia parallela. Amava le ombre, però non si nascondeva. Innescava i suoi uomini, appiccava il fuoco e si presentava per garantire che non sarebbe successo di nuovo oppure che sarebbe stato ancora più serio. La doppia provocazione del tiro di razzi contro un’installazione Usa a Kirkuk e l’assalto all’ambasciata Usa a Bagdad hanno preparato il terreno reso già fertile dal contrasto storico con il Grande Satana, tra la fine dell’intesa nucleare voluta dalla Casa Bianca, le sanzioni economiche, le manovre. Il suo sistema ha funzionato per anni, portando in dote a Teheran influenza nell’area, rapporti, appoggi. Ma il generale è rimasto spiazzato dalle proteste estese in Libano e Iraq, paesi dove è stato spesso lui a manovrare. I contestatori hanno preso di mira i governi e l’eccessivo peso dei khomeinisti, padroni in casa altrui. Il «regista» non ha compreso che proprio la funzione di snodo insostituibile lo ha trasformato nell’obiettivo ideale per The Donald, presidente alle prese con guai interni e noto per rompere le regole. Probabilmente Soleimani si considerava coperto dall’immunità, aveva tante volte incrociato gli americani in Iraq e non lo avevano toccato. Oltre un anno fa, in un intervento ricordato da The Guardian, si era rivolto così a Trump: «Ti avverto, siamo vicini a te in luoghi dove tu non puoi immaginare… Tu inizierai la guerra, ma saremo noi a finirla».

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