Piazza Fontana, 50 anni dopo. “Non chiamiamola strage di Stato”. Intervista a Miguel Gotor

Cinquant’anni fa, come oggi, il 12 dicembre, la bomba deflagrò dentro la Banca dell’Agricoltura e fu strage in Piazza Fontana, a Milano. Un carico di morte e una scia di sangue che grondò sul nostro Paese fino alle stragi del 1993.  Cinquant’anni sono un periodo di tempo molto lungo se rapportato alla vita di una persona, ma certamente non sono così tanti se rapportati alla vita di un Paese, di una Nazione. Eppure in molti non sanno come sono andate veramente le cose quel giorno, a piazza Fontana. Spiega all’Huffpost lo storico Miguel Gotor, che insegna all’Università di Torino, autore per Einaudi del libro “L’Italia nel Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon”: “Secondo un sondaggio, oggi tre studenti su quattro pensano che le Brigate rosse abbiano messo la bomba a Piazza Fontana. È come se a distanza di cinquant’anni ancora continuassero nell’immaginario collettivo e nella memoria nazionale gli effetti dei depistaggi e l’attività di disinformazione degli apparati dello Stato che servirono a coprire le responsabilità dei neofascisti, per accreditare al loro posto una pista anarchica o genericamente ‘rossa’. Non ci fu solo la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, che può essere considerato la diciottesima vittima della strage, ma per svariati anni l’anarchico Pietro Valpreda fu additato come responsabile dell’eccidio. Pensi che in un documento dell’epoca era definito ‘ballerino pasoliniano’, quasi con uno stigma antropologico”.

Bisogna allora diffondere la memoria e le conoscenze?

Sì, certo. Per questo sono importanti gli anniversari civili come questo e potrà aiuterà anche la reintroduzione del tema di storia all’esame di maturità. Del resto, la storia è una delle principali forme di educazione civica.

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