Passano gli anni e gli evasori restano

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di   Gian Antonio Stella

Fin dall’inizio, «gli esattori si trovarono alle prese con contribuenti abituati da secoli a giustificare la frode fiscale come legittima difesa dai soprusi di un governo straniero», scriveva Mario Costa Cardol nel libro Ingovernabili da Torino. «Già prima che l’Unità fosse compiuta, il Piemonte aveva avuto brutte gatte da pelare con le denunce dei liguri: Genova, di fronte al fisco, risultava tre volte più povera di Torino, mentre era vero piuttosto il contrario. Le denunce, che in Piemonte e in Savoia non si scostavano troppo dalla realtà, risultavano a Genova del tutto inverosimili. Genova, si sa, era mazziniana, e negare i soldi all’erario “piemontese” costituiva una virtù». Va da sé che per non pagare le tasse al Regno d’Italia ogni scusa era buona. E se i liguri rivendicavano di essere repubblicani, i romani e gli ex sudditi pontifici si appellavano alla loro fedeltà al Papa e al suo divieto, dopo la presa di Porta Pia, di collaborare coi piemontesi invasori.

I meridionali si dicevano devoti ai Borboni e la loro borghesia «viziata nel 1860 dai governanti garibaldini in cerca di popolarità (…) considerava un’offesa non già l’inasprimento, bensì la pura e semplice applicazione delle leggi tributarie». Quanto ai veneti, lacrimavano nel rimpianto della Serenissima: «Co San Marco governava se disnava e se senava / coi francesi bona zente se disnava solamente / co la casa de Lorena no se disna e no se sena…». E col regno di Sardegna?

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