Tutto quello che senza l’Unione europea non avremmo mai avuto

Nessuno Stato, da solo, avrebbe potuto creare qualcosa come l’Erasmus. Nel 1987, quando iniziò il programma di scambi culturali 3.244 giovani partirono da 11 Paesi della Cee per studiare all’estero. Da allora, le partenze annuali sono centuplicate e 9 milioni di studenti hanno visto le loro vite cambiate: età media 24 anni, accolti in 5.000 istituti di 33 Paesi diversi, fra gli altri 843.000 italiani. Nel 2021-2027 partiranno altri 12 milioni di giovani. Terminati gli studi, cercheranno un lavoro nel mercato unico europeo.

Il più grande mercato al mondo: 508 milioni di cittadini, 24 milioni di imprese e 14.000 miliardi di Pil annuale; un sistema che dal 1990 al 2017 ha creato 3,6 milioni di posti di lavoro in più, e aumentato di 1.050 euro il Pil pro-capite di ogni cittadino, grazie al libero scambio.

A questo pilastro è ancorato l’euro. Prima valuta internazionale in grado di fronteggiare lo strapotere del dollaro, e — in Europa — del marco tedesco. Applicato dal 2002 è stato uno shock, ma garantisce la stabilità dei prezzi e dei cambi. Nell’89 pagavamo il 9, 99% di interessi sul debito pubblico, ora il 2, 83% . L’inflazione viaggiava al 6,60%, oggi all’1,20%.

Costa meno viaggiare e telefonare

L’Europa ha spesso fatto bene al nostro portafoglio, anche aprendo le barriere alla concorrenza. Secondo i dati della Commissione Europea, una famiglia di 4 persone nel 1992 spendeva 16 volte in più per andare in aereo da Milano a Parigi, rispetto al 2017. Gli effetti del calo prezzi si sono visti bene: 360 milioni di passeggeri Ue nel 1993, contro i 918 milioni nel 2015. Oggi telefonare in un qualunque Paese europeo costa uguale, dal giugno 2017 Bruxelles ha abolito i supplementi esteri. E dallo scorso 15 maggio la tariffa massima per ogni chiamata sia da cellulare sia da telefono fisso fra Paesi Ue è stata in ogni caso fissata a 19 centesimi. Dal 2012, le tariffe per il trasferimento dati sono calate del 90%.

Ambiente: chi sporca paga

L’80% delle norme ambientali provengono da direttive Ue. Bruxelles ha introdotto il principio «chi inquina, paga». Sono diciassette le procedure di infrazione ancora aperte contro l’Italia: 204 milioni pagati solo per le discariche abusive, 151 per la gestione dei rifiuti in Campania, 25 per il mancato trattamento delle acque reflue urbane, e così via. L’Ue ha fissato già nel 1999 gli standard minimi per la qualità dell’aria: limiti a biossido di zolfo, di azoto, polveri sottili e piombo. Nel 2016 la percentuale della popolazione urbana europea esposta alle polveri sottili PM 2,5 (responsabili nel 2015 di 422.000 morti premature per esposizione a lungo termine) è stata la più bassa dal 2006. Resta una minaccia paurosa, certo, ma avrebbero raggiunto risultati migliori, da soli, gli Stati nazionali?

Sicurezza alimentare

Nascono a Bruxelles gli standard minimi di sicurezza della catena alimentare, con l’obbligo di etichettatura: indicazione della composizione degli alimenti, origine, e contenuti allergeni. Su tutto vigila il Rasff, o «Sistema di allerta rapido per cibi e mangimi». In ogni nazione è nato un punto di raccolta che notifica a tutte le altre, in tempo reale, i sospetti di eventuali contaminazioni. Se l’Efsa, l’Agenzia Ue per la sicurezza alimentare con sede a Parma, conferma la validità dell’allarme, tutti gli Stati ritirano il prodotto. Fra il 9 e il 10 maggio scorsi, in 24 ore, il Rasff dirama 23 notifiche a tutta la Ue. Tre esempi: «Dal Belgio, rischio di esplosione in vino frizzante dall’Argentina»; «Dall’Italia, presenza di pepe contenente carbendazim (un fungicida, ndr) in frutta importata dall’Uganda»; «Dal Belgio, pesce non dichiarato in lasagna preconfezionata, rischio serio». Vero, il Rasff non è riuscito a bloccare le uova contaminate olandesi, o la carne dei bovini malati dalla Polonia; ma se non esistesse, e senza l’Ue non esisterebbe, le nostre cucine sarebbero tutte meno sicure.

Allerta prodotti tossici

Funziona allo stesso modo il «Safety Gate», o «Cancello di sicurezza»: una rete di comunicazione-allerta fra gli Stati, che vigila sui rischi dei prodotti in commercio non aderenti alle norme Ue (tessili, giocattoli, cosmetici, spesso venduti online), e fa scattare il sequestro in tutta Europa. Solo nel 2018 la rete ha diramato 2.257 notifiche: per l’Italia riguardavano soprattutto sostanze chimiche (34%), giocattoli (23%) ed apparecchi elettrici (13%). In tutta la Ue, nel 64% dei casi, i prodotti a rischio provenivano dalla Cina. Esempi: la bambola cinese «Happy Day» contiene ftalato, una sostanza che danneggia la crescita del sistema riproduttivo delle bambine; la crema prodotta in Marocco «Face scrub» contiene zirconio, mutagenico che può raggiungere facilmente cervello e placenta, con rischio cancerogeno. Anche grazie alle notifiche giunte da Bruxelles, nel 2017 la nostra Guardia di finanza e l’Agenzia delle dogane hanno sequestrato 125 milioni di «pezzi non sicuri».

Segnalazione fake news

In vista delle elezioni europee è stato ideato anche un sistema d’allerta contro le «fake news». Funziona come gli altri: i singoli Stati segnalano alla Commissione un articolo o un video «strano», giornalisti ed accademici al di sopra di ogni sospetto lo verificano, e se è una bufala, la Commissione la «liquida» come tale. Anche i giganti dell’ Hi-Tech hanno dovuto attivarsi su pressione della Commissione. A marzo, Google ha comunicato alla Commissione Europea di non aver accettato 12.000 annunci elettorali perché non rispondevano ai requisiti di verifica. Facebook ha appena chiuso 23 pagine italiane, con 2,4 milioni di «follower», accusate di diffondere notizie false in appoggio a Lega e Movimento Cinque Stelle.

Il piatto della bilancia

Abbiamo ceduto un po’ della nostra sovranità, abbiamo guadagnato in stabilità. Certo, c’ è ancora molto da aggiustare e da fare, a partire dall’equità fiscale fra gli Stati, ma se verranno completate tutte le riforme, secondo le stime dell’Ufficio Studi del Parlamento Europeo, il Pil dell’unione potrà crescere di 1.751 miliardi l’anno.

Spetta sempre ai politici fare leggi e riforme. E gli unici politici direttamente eletti dai cittadini sono quelli dell’Europarlamento. La «dis-unione» europea, come per anni l’abbiamo chiamata, è un po’ come la democrazia nella famosa definizione di Churchill: «La peggiore forma di governo, eccettuate tutte le altre». Per questo, domenica, sarà importante andare a votare.

CORRIERE.IT

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