La Leopolda dell’egolatria

Leopolda del decennale, che ha l’ambizione di un nuovo inizio, si diceva così anche gli altri anni, aperta dalla canzone di Jovanotti, sul Lungomare del mondo, quella che inizia con “da oggi chiudo i conti col passato”. Ma che, come sempre, racchiude passato, presente e futuro, nel culto del Capo. Che si presenta, già nel primo pomeriggio, per inaugurare una “mostra” di foto del suo fotografo Tiberio Barchielli, prematuramente scomparso. Foto di Renzi negli anni di governo: al G20, con Obama e Michelle, scamiciato sull’aereo presidenziale, con Gabrielli e con Marchionne, insomma solo Renzi. “Altro che Salvini, lui sì che sa parlare con tutti”, commentano i militanti che sarebbe meglio chiamare fan. E ci risiamo, con quel lutto mai elaborato e l’orologio che, emotivamente, è fermo al 4 dicembre.

È la Leopolda dell’egolatria, forse ancora più degli altri anni, perché più libera dell’“impiccio” del Pd, il Capo come tutto, porte aperte a chi si riconosce in lui, da destra o da sinistra. Lo chiamano Macron qui dentro, è il più classico trasformismo populista italico. E di gente di centrodestra ce n’è parecchia. Ettore Rosato è circondato da un gruppo di calabresi. Uno di loro, Marcello, molto amico della forzista Jole Santelli dice: “Io vengo da Forza Italia, in Calabria è un fiume in piena”. Poco più un là c’è un ex consigliere campano, ex Udeur, Peppino Manzo: “Il rampantismo di Renzi mi piace, in fondo questo è un partito di centro, mi ci riconosco”. In fondo, la politica è anche questa, i vuoti non esistono, in Italia poi, si riempiono che è una meraviglia: “Io – dice Alfredo – cantavo ‘Menomale che Silvio c’è’, ma adesso Silvio non c’è più. E quindi…”.

Sul palco parla Marco Fortis, l’economista “ottimista”, già collaboratore di Tremonti, molto inserito nel mondo che conta tra finanza e industria sin da quando iniziò a collaborare con Carlo Sama, il famoso “Carlo il bello”, ex manager del gruppo Montedison e cognato di Raul Gardini. Poi nei cda di Edison, Eridania Beghin Say e Antibioticos, qualche anno fa Renzi lo voleva alla Consob, stoppato perché non proprio super partes. Ad applaudirlo, sotto il palco, c’è anche Catello Vitiello, ex Cinque stelle, ex massone “in sonno” del Grand’oriente d’Italia: “Questo progetto di Renzi mi piace, mi ci riconosco perché non è né di destra né di sinistra”. Ecco. Di “nuovi” parlamentari ce ne sono pochi, di Pd nessuno. A un certo punto passa a fare un saluto l’europarlamentare Simona Bonafè, segretario del Pd in Toscana quando arriva, per un saluto, anche Dario Nardella: “Sono nel Pd, anzi sono e resto orgogliosamente nel Pd”.

A un certo punto viene spontaneo chiedersi quale sia il progetto politico, l’idea di paese, quale sistema di alleanze. Ti fai un giro in sala, e ti dicono tutti la stessa cosa. Tal Giuseppe, con una giacca simil militare, la mette giù così: “Conte è un deficiente, noi abbiam bisogno di crescere, poi…”. Annuisce un toscano vicino a lui: “Per un po’ dura, poi dopo che cresciamo, Matteo gli dà sue colpi di quelli boni”. Per fare cosa non si sa, perché l’egolatria è questo, affidarsi, poi quando sarà, toccherà al Capo costruirci una teoria sopra e alla curva applaudire. Olè.

L’HUFFPOST

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