Le metamorfosi

I gruppi, e anche i gruppi politici, proprio come le persone, sono condizionati dalla loro storia pregressa. Come le persone, anche i gruppi qualche volta cambiano. Ma non possono mai cambiare completamente. Né la natura né la storia (individuale o collettiva ) «fanno salti». Ma — si dice — Giuseppe Conte è cambiato. Non c’è dubbio che sopravvivere politicamente a un rivolgimento parlamentare di questa portata riuscendo a conservare la premiership ha rivelato qualità politiche che nessuno un tempo immaginava che egli possedesse. Forse, una tale impresa resterà negli annali della democrazia parlamentare. Ciò però non contraddice quanto sto sostenendo, ossia che persone e gruppi sono comunque prigionieri della loro storia e i loro cambiamenti, se ci sono, possono essere solo parziali. I mutamenti di fronte, il trasformismo, il formarsi e il disfarsi delle alleanze che la vita parlamentare abitualmente conosce non possono spezzare le continuità culturali e politiche, non cambiano le identità (o meglio: possono cambiarle parzialmente ma, per lo più, solo quando si affaccia una nuova generazione).

L ’alleanza fra 5 Stelle e Pd sarà una cosa in parte diversa da quella fra 5 Stelle e Lega. Ma ci sarà anche molta continuità, garantita dalla presenza (maggioritaria) dei 5 Stelle. Non si sa se per merito di Conte o di Grillo o di entrambi, dopo il devastante risultato delle elezioni europee, i dirigenti 5 Stelle hanno capito che, per salvare il salvabile, bisognava ridefinire il profilo internazionale del partito. L’attuale governo esiste perché i grillini, rompendo il fronte con la Lega, hanno contribuito con il proprio voto alla elezione del presidente della Commissione europea. È stata quella la singola mossa vincente grazie alla quale hanno di colpo conquistato «rispettabilità» in Europa e permesso al Pd di allearsi con loro. Sicuramente miti e suggestioni terzomondiste continueranno a circolare dentro il partito e torneranno a manifestarsi pubblicamente, forse anche riprendendo il sopravvento, il giorno in cui esso andrà all’opposizione. Ma per ora, e finché il governo durerà — è la novità giustamente apprezzata da Alesina e Giavazzi sul Corriere di ieri — la tradizionale collocazione internazionale dell’Italia non verrà messa in discussione dai 5 Stelle: sempre che, naturalmente, il neoministro degli Esteri Luigi Di Maio, l’ex amico dei gilet gialli francesi, accetti di obbedire, senza discutere, agli ordini dei nostri diplomatici di professione.

Quindi ci attende un futuro luminoso di stabilità e di progresso? Per niente. I conflitti entro la coalizione cominceranno molto presto (e metteranno a dura prova le celebrate capacità di mediazione di Dario Franceschini). Cito solo due temi: giustizia ed economia. Il fatto che il titolare della giustizia sia lo stesso del precedente governo prova che il giustizialismo esagitato dei 5 Stelle («buona galera a tutti») e il giustizialismo un po’ più sobrio, in doppio petto, di una parte del Pd possono felicemente convivere. Ma ci sono anche molti del Partito democratico che non ci stanno. Si attendono scintille e botte.

Il secondo tema riguarda l’economia. Un governo per la crescita economica? Ma come può esserlo un esecutivo espressione di una coalizione nella quale la componente maggioritaria è formata da nemici giurati della crescita, per i quali la crescita è un disvalore? Tanto il ministro dell’economia Roberto Gualtieri quanto il neocommissario europeo Paolo Gentiloni avranno il loro daffare per contrastare le pulsioni «peroniste» (assistenzialismo mediante tosatura economica dei ceti medi: altro che crescita) dei 5 Stelle. Sia perché costoro controllano ministeri (Ambiente, Lavoro, e altri) in grado di porre veti potenti sulle misure pro crescita sia perché il Parlamento conta e i 5 Stelle sono la parte maggioritaria della coalizione di governo. Si aggiunga che il Pd ha recuperato per l’occasione anche i suoi (ex) fuoriusciti «da sinistra», affini, per ricette economiche, ai 5 Stelle.

Per certi versi non è cambiato nulla. Siamo, come siamo sempre stati, una «democrazia difficile», costantemente a rischio di fare una brutta fine per l’opera di forze illiberali. Di destra e di sinistra. Per giunta, avendo gettato via, nel trentennio passato, ogni occasione per dare a questo Paese forti istituzioni, per farne un’autentica democrazia governante, ora che il mondo è entrato in acque internazionali assai agitate, arriviamo nudi alla meta, non siamo attrezzati per fronteggiare la doppia sfida: quella che viene dall’indebolimento dei tradizionali ancoraggi internazionali dell’Italia e quella che proviene dall’interno (dall’azione di forze illiberali di destra e di sinistra). Non resta che affidarsi alla magia. Quella faccenda dei ranocchi trasformati in principi.

CORRIERE.IT

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