Merckx: «Avversari di una vita, poi amici. E adesso ho perso io»

di Marco Bonarrigo

Merckx: «Avversari di una vita, poi amici. E adesso ho perso io»

«Stavolta perdo io. Perdo prima di tutto un amico e poi l’avversario di una vita. Abbiamo gareggiato per anni sulle strade l’uno contro l’altro ma siamo diventati amici a fine carriera. L’avevo sentito due settimane fa così come capitava ogni tanto. Sono distrutto». Così un Eddy Merck commosso ricorda Gimondi, il Grande Avversario, il Grande Battuto e il Grande Amico che lo ospitava a Bergamo e giocava a sfidarlo nella sua corsa, in mezzo ai cicloamatori.

«Di Gimondi non ho mai visto una corsa, per motivi anagrafici ovviamente, e con Gimondi ho parlato cinque o sei volte in vita mia, in una di quelle serate dove ci si ritrova ciclisti vecchi e giovani, in attività o in pensione. Rispetto a tutti gli ex, mi colpiva la sua enorme modestia: aveva vinto tutto ma proprio tutto e non se ne vantava mai, anzi ci scherzava sopra». Così il vero, forse l’unico erede italiano del fuoriclasse di Sedrina, Vincenzo Nibali, il primo a vincere i tre grandi giri dopo di lui, il primo ad abbinare alla «tripletta» una serie impressionante di successi nelle corse di un giorno. «Mi colpisce — prosegue Nibali — pensare che sia morto a Giardini Naxos, a poche decine di chilometri da casa mia e da dove mi trovo in vacanza. Non sapevo amasse la Sicilia. Mi spiace moltissimo: il nostro sport vive di miti e lui era un mito assoluto».

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