Ancora una batosta per May: ora la questione Brexit passa nelle mani del Parlamento

dal nostro corrispondente ANTONELLO GUERRERA

LONDRA. Come nella satira del “cavaliere nero” dei Monty Python, cui viene mozzata una parte del corpo ogni volta ma lui continua ad agitarsi e lottare, stanotte dal Parlamento britannico è arrivata l’ennesima mazzata per l’irriducibile Theresa May: questo perché è passato con 329 contro 302 l’emendamento Letwin (un parlamentare conservatore che pure appoggia il suo piano) che di fatto fa sì che la Camera dei Comuini britannica strappi il timone alla premier sulla Brexit nei prossimi giorni di dibattito e di voti sulla Brexit, oramai diventato pantano e psicodramma nazionale. Questo significa che il Parlamento avrà la libertà di organizzare votazioni in aula su possibili piani alternativi a quello May (il quale a oggi non ha tuttora i numeri), e questo è qualcosa di inedito. Non a caso secondo la premier crea un “pericoloso precedente parlamentare”, perché in genere nel Parlamento inglese è sempre l’esecutivo a dare il passo e decidere che cosa viene messo ai voti. Da oggi non sarà più così.

L’ennesimo duro colpo per May e il suo esecutivo, che ha già subito uno smottamento, per ora limitato alle dimissioni di tre sottosegretari che hanno votato per l’emendamento Letwin (per convenzione i membri del governo non possono votare contro lo stesso). Inoltre, la decisione dell’aula produrrà ancora più confusione. I voti sugli emendamenti dei piani alternativi (tra i quali il piano Corbyn con la sua unione doganale permanente, o il modello Norvegia o addirittura la richiesta di un secondo referendum) che a questo punto verranno messi alla prova della Camera da mercoledì non sono legalmente vincolanti (proprio perché non presentati dal governo), ma allo stesso tempo l’esecutivo May non potrà ignorarli. O forse sì, come ha fatto intendere oggi la premier: “Non assicuro di tenerne conto se questi andranno contro il risultato del referendum del 2016”. Se May facesse davvero una cosa del genere, aggraverebbe ancora di più lo scontro costituzionale nel Parlamento britannico, con conseguenze ancora tutte da decifrare.

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