Archive for Giugno, 2022

La Protezione Civile è in allerta per la siccità. L’allarme di Fabrizio Curcio: “Acqua razionata di giorno”

martedì, Giugno 28th, 2022

Gianni Di Capua

Non accenna a migliorare l’emergenza siccità in Italia. Entro un paio di settimane, assicura Fabrizio Curcio, a capo del dipartimento della Protezione civile, sarà decretato lo stato d’emergenza. È il tempo che serve, due settimane al massimo, a «chiarire le misure da applicare». «Ci stiamo lavorando con le Regioni che ci aiutano a capire le misure» necessarie nelle aree più colpite, ha spiegato intervistato da Sky Tg24. Non è da escludere «un razionamento dell’acqua, nelle fasce diurne», ha poi aggiunto. «Quest’anno abbiamo dovuto sopportare il 40-50% di acqua in meno e la siccità è un problema diffuso in tutta Italia. Bisogna capire le misure da mettere in campo per mitigarlo. Stiamo lavorando con le Regioni. Lo stato di emergenza va dichiarato dopo averle definite», ha aggiunto. Il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, ha ribadito di aver già preso contatti con la Protezione civile. «Se la situazione va avanti così – ha affermato il governatore del Friuli Venezia Giulia – verrà proclamato lo stato d’emergenza». Fedriga si è detto preoccupato della situazione nella sua regione: «Penso che non abbiamo mai visto una situazione del genere qui». Il rischio di una razionalizzazione è reale, come spiega Stefano Patuanelli, ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali. «La risorsa idrica è carente e c’è una necessità di utilizzo dell’acqua consapevole e diversificato, individuando quali sono le priorità che la legge individua già in modo chiaro: uso civile in primo luogo, uso per abbeverare gli animali in seconda battuta, agricoltura e poi parte industriale», afferma. Il livello del Po è a -3,4 metri rispetto allo zero idrometrico, oltre mezzo metro più basso che a Ferragosto di un anno fa, con la siccità che colpisce i raccolti, dal riso al girasole, dal mais alla soia, ma anche le coltivazioni di grano e di altri cereali e foraggi per l’alimentazione degli animali, in un momento in cui è necessario garantire la piena produzione con la guerra in Ucraina. Il Po appare intanto irriconoscibile con una grande distesa di sabbia che occupa la gran parte del letto del fiume fondamentale per l’ecosistema della Pianura padana dove per la mancanza di acqua. Le Regioni corrono ai ripari. Dopo aver decretato lo stato d’emergenza, Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, ha fatto sapere di essere in contatto con la Svizzera. «La richiesta che abbiamo avanzato è alla Svizzera per quanto riguarda il Ticino e l’acqua che scende dai loro bacini idroelettrici». Un po’ di sollievo dovrebbe arrivare nelle regioni del Nord già da oggi. Dalle prime ore, infatti, ci sarà il passaggio di un fronte perturbato che interesserà le regioni settentrionali e l’alta Toscana, con forti temporali, grandinate e associate raffiche di vento. La ventilazione, dai quadranti occidentali, determinerà un progressivo calo delle temperature, dapprima al Nord e, successivamente, anche al Centro-Sud. Sulla base delle previsioni disponibili, il Dipartimento della Protezione Civile d’intesa con le regioni coinvolte – alle quali spetta l’attivazione dei sistemi di protezione civile nei territori interessati – ha emesso un avviso di condizioni meteorologiche avverse.

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Scambio di accuse tra Salvini e Meloni per la “fatal Verona”. L’idea di un vertice per non dividersi

martedì, Giugno 28th, 2022

Paolo Bracalini

Altro che «pace di Verona», com’era stata battezzata al primo turno l’alleanza Lega-Fdi. Dopo il ballottaggio perso clamorosamente nella città scaligera si riapre il varco tra Salvini e la Meloni, che si rinfacciano vicendevolmente la sconfitta, lì ma anche altrove. È un braccio di ferro che va avanti da mesi e che è costato già parecchio al centrodestra e, se non risolto, rischia di portare ad altre sconfitte pesanti (il voto in Sicilia è dietro l’angolo ma gli accordi sono lontani, quello in Lombardia poco più dopo e già si registrano tensioni).

Entrambi i leader, il giorno dopo, non fanno nomi ma è molto chiaro a chi si riferiscano. Dice Salvini: «Non è possibile perdere città importanti perché il centrodestra si divide e sceglie di non allargarsi e di includere altre forze ed energie, per paura, per calcolo o per interesse di parte». Il calcolo e l’interesse di parte sarebbe ovviamente quelli della Meloni, che secondo il leader della Lega sta giocando da tempo una partita tutta per sè, anche a livello nazionale, per aumentare i consensi ai danni degli alleati (e infatti la Meloni commentando i risultati ci tiene a rivendicare che Fdi «ha fatto da traino alla coalizione al primo turno). La sua lettura è tutta all’inverso rispetto a Salvini: «Ho trovato curiosa la polemica sul mancato apparentamento a Verona da parte degli alleati con tanto di attacco al sindaco a urne aperte, mentre a Catanzaro Fdi sosteneva lealmente un candidato che ci aveva negato l’apparentamento. Occorre ricordarsi che l’avversario è sempre la sinistra e mai il partito alleato» commenta la Meloni, secondo la quale (soprattutto) la Lega sarebbe impegnata più a contrastare la crescita di Fdi e ad ostacolare la sua leadership più che a combattere gli avversari di sinistra. L’«attacco al sindaco ad urne aperte» di cui parla è un’altra frecciata diretta a Salvini, che in una intervista domenica mattina aveva dato per perdente Sboarina. I leghisti fanno notare gli errori della Meloni, «già aveva sbagliato alle comunali di Roma puntando su Michetti, Sboarina non ha ubbidito alla sua indicazione di apparentarsi e Musumeci sembra fare di testa sua». Morale leghista: le sue prove da leader di centrodestra non sono granché. I meloniani invece suggeriscono di guardare fuori Verona per vedere le colpe degli alleati: «Ad Alessandria, dove FdI è il primo partito, abbiamo perso con il candidato Lega, e a Monza dove non è stato rieletto il sindaco uscente di FI» dicono dal quartier generale della Meloni.

Entrambi, però, concordano nella necessità di incontrarsi, chiarirsi ed evitare nuove rotture. «Per me l’incontro si può fare anche domani» assicura Salvini, ieri impegnato in un vertice al Pirellone per cercare di disinnescare la «mina» Moratti, insieme a Giorgetti e Fontana, blindato dal segretario, mentre in mattinata Salvini si era sentito con Berlusconi, una telefonata «cordiale» in cui hanno ribadito la necessità di tenere unita la coalizione. «Chiederò di vederci il prima possibile per evitare ulteriori divisioni», sostiene anche la Meloni. Tutti d’accordo quindi nel vedersi e sanare le divisioni? Sarà, ma l’incontro chiarificatore era atteso già ad aprile e non c’è mai stato. E la grana Sicilia è pronta ad esplodere. Tanto che la Meloni avverte: «Basta litigi, a cominciare dalla Sicilia. Non si può rischiare di mettere a repentaglio il risultato delle politiche».

Numericamente, fanno notare dalla Lega statistiche alla mano, la coalizione passa da 54 a 58 sindaci, il centrosinistra da 48 a 38. Ma le città hanno pesi molto diversi, e le sconfitte al nord (Verona, Padova, Monza, Como, Lodi, Piacenza, Alessandria) pesano, soprattutto per il Carroccio, l’ex «partito del nord». Per la leadership di Salvini nel centrodestra è un altro colpo. Ma anche per quella della Lega, dove covano da mesi i malumori dei governisti (Giorgetti in testa) e dei governatori, da Zaia a Fedriga. Quest’ultimo esce bene dalle amministrative perchè la Lega in Friuli-Venezia Giulia ha ottenuto buoni risultati. E quindi si rafforzano le posizioni di chi guarda al presidente friulano come prossimo segretario federale leghista.

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L’Ue fissa l’obiettivo: stoccaggi di gas all’80% entro l’autunno

martedì, Giugno 28th, 2022

Andrea Muratore

Il Consiglio dell’Unione Europea ha dato via libera al regolamento che disciplina il futuro assetto degli stoccaggi di gas. Ogni Paese si dovrà impegnare a disporre di stoccaggi pari all’80% per la stagione invernale di fine 2022 e a portarli al 90% per quelli successivi per consolidare l’autonomia energetica dell’Unione Europea. In una fase in cui la guerra in Ucraina morde, i Paesi si impegnano inoltre a garantirsi sostegno reciproco per ovviare a casi in cui la disponibilità di stoccaggi sotterranei di uno Stato membro sia inferiore alle sue effettive necessità. Dato che alcuni Stati non hanno disponibilità infrastrutturale, potranno immagazzinare il 15% del loro consumo interno annuale di gas in scorte situate in altri Stati membri e attingervi in caso di necessità.

La scelta è avvenuta al termine di una riunione ad hoc dei ministri per la Transizione Energetica e dei loro omologhi dell’Ue. “Avendo concluso i negoziati in meno di due mesi, l’Ue dispone ora di uno strumento che richiede a tutti gli Stati membri di disporre di un adeguato stoccaggio del gas per il periodo invernale e che facilita la condivisione tra i paesi. Accolgo con favore questo regolamento altamente operativo che, nell’attuale contesto internazionale, ci consente di rafforzare la resilienza energetica dell’Europa e l’effettiva solidarietà tra gli Stati membri”, ha affermato la presidente di turno francese Agnès Pannier-Runacher. Per l’Italia era presente il ministro Roberto Cingolani.

Secondo i ministri europei, questa mossa può aiutare su tre fronti: ridurre la dipendenza dal gas russo, aumentare il potere contrattuale dell’Unione Europea e la gestione dei costi, ottimizzare i rifornimenti. Si agisce dunque nell’ottica della riduzione del potere di condizionamento di Mosca. Il Consiglio dell’Ue si è detto convinto che lo strumento rafforzerà la sicurezza dell’approvvigionamento di gas, in un contesto di distribuzione dei costi su tutti i Paesi e dunque di calo dell’onere generalizzato, e ha voluto mettere nero su bianco l’obiettivo della stabilità perseguito da Paesi come l’Italia e la Germania.

Il regolamento, secondo quanto riporta l’Ansa prevede anche “la certificazione obbligatoria di tutti i gestori dei siti di stoccaggio del gas sotterraneo da parte delle autorità degli Stati membri interessati”. Si pone dunque in essere il principio chiave della sicurezza degli approvvigionamenti e dello scrutinio sulle aziende del settore: esse dovranno garantire una certezza nella gestione tecnologica e operativa degli impianti ed essere, inoltre, al riparo da qualsiasi possibilità di infiltrazioni ostile, financo nel capitale sociale. Una procedura di certificazione rapida “si applicherà ai siti di stoccaggio con capacità superiori a 3,5 TWh che sono stati riempiti a livelli inferiori alla media Ue nel 2020 e 2021. Gli obblighi di riempimento della capacità di stoccaggio scadranno il 31 dicembre 2025, ma gli obblighi di certificazione degli operatori di magazzino continueranno ad applicarsi oltre tale data”, eccezion fatta per le nazioni insulari dell’Ue (Cipro, Malta, Irlanda) che non sono coinvolte nell’integrazione energetica col resto dell’Ue. Si pone dunque un principio destinato a durare nel tempo, e non è un fatto secondario.

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Il Bestiario, lo Sfigantropo

martedì, Giugno 28th, 2022

Giovanni Zola

Lo Sfigantropo è un animale mitologico con il corpo da comunista e la testa da comunista, ma non necessariamente dello stesso comunista.

Non c’è traccia dello Sfigantropo nella antica letteratura greca. Era infatti considerato un animale porta sfortuna e gli antichi sostenevano che se lo si fosse avvistato, un minuto dopo ti avrebbe chiamato il commercialista o la tua ex moglie e, nel peggiore dei casi, la tua ex moglie commercialista.

Lo Sfigantropo si nutre di sfiga. Non potrebbe esistere in condizioni di benessere. Per questo lo si ritrova negli eco sistemi devastati da pandemie, guerre e da suocere che si auto invitano a casa per il fine settimana.

Il paradosso è che lo Sfigantropo pensa di essere egli stesso l’antidoto alla sfiga vantandosene con pubblicazioni mai distribuite e diventate così rare da essere ricercate da collezionisti masochisti con la propensione a provare piacere a portare personalmente gli indumenti sporchi alle lavanderie automatiche.

Lo Sfigantropo è un convinto statalista. Per lui tutte le specie sono uguali, gli elefanti hanno il diritto/dovere di cinguettare e gli uccellini hanno il diritto/dovere di emettere 50 chilogrammi di sterco.

Come tutti gli animali, lo Sfigantropo ha un istinto naturale per auto curarsi. In caso di malattia esso si nutre di erbe anti infiammatorie, ma alle altre specie animali suggerisce d’andare in cerca di piante contenenti paracetamolo e di attendere un po’ quello che succede, ma mentre lo dice sogghigna.

Lo Sfigantropo possiede una sorta di pungiglione che a dir suo produce una sostanza benefica. Gli etologi non si spiegano l’ossessione dello Sfigantropo di pungere tutte le specie e di odiare gli animali che si rifiutano di farlo vietandogli addirittura di potersi nutrire. Poi ci chiediamo perché gli antichi non lo citano nelle loro opere neanche a pagarli.

Lo Sfigantropo, ricopre un ruolo incomprensibilmente importante nella gerarchia della natura, soprattutto considerando che recenti studi ci dicono che lo Sfigantropo gode solo del 2,5% di consenso del mondo animale. Non per altro quando lo Sfigantropo tira fuori la testa dalla propria tana, viene insultato peggio di una zanzara nascosta nelle mutande.

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Luxottica e Essilux, l’impero e la morte di Del Vecchio: con i Ray-Ban stories punta su social e metaverso

martedì, Giugno 28th, 2022

di Giuliana Ferraino

L’eredità di Leonardo del Vecchio è un gigante da 66 miliardi di capitalizzazione e 14,4 miliardi di fatturato (nel 2020) e 33 marchi in portafoglio, con 61 anni di storia alle spalle, ma pronto a competere sui sociale e a entrare nel metaverso grazie alla partnership negli «smart glasses» stretta con Mark Zuckerberg, il fondatore di Meta (ex Facebook). Oggi si chiama EssilorLuxottica, nome che riflette il matrimonio celebrato nel 2018 tra il gruppo francese delle lenti e il gruppo veneto delle montature e del retail ottico. Ma la storia è cominciata nel 1961, quando ad Agordò, piccolo paese ai piedi delle Dolomiti bellunesi, Del Vecchio fonda Luxottica, un nome che unisce le parole luce e ottica.

Lo sbarco al Mido nel 1971

All’inizio Luxottica produce componenti e accessori per aziende del settore ottico. Ma Del Vecchio ha un sogno: produrre l’occhiale finito con il marchio Luxottica, perciò amplia negli anni la gamma delle lavorazioni fino a gestire l’intero processo produttivo. Nel 1971 Luxottica presenta la sua prima collezione di occhiali alla Mostra internazionale dell’Ottica di Milano, il Mido. Il successo sancisce la sua trasformazione da terzista a produttore di occhiali.

Leonardo Del Vecchio intuisce l’importanza di commercializzare direttamente i propri prodotti e nel 1974, con l’acquisizione di Scarrone, distributore con una consolidata presenza sul mercato italiano, avvia un processo di integrazione verticale.

L’internazionalizzazione

Nel 1981 comincia l’internazionalizzazione del gruppo con l’apertura della consociata in Germania, mercato leader nella produzione di occhiali, e con l’acquisizione di Avant-Garde Optics, uno dei maggiori distributori dell’epoca negli Stati Uniti. L’acquisizione di altri distributori indipendenti, l’apertura di filiali e la creazione di joint-venture nei principali mercati esteri rafforzano la crescita.

L’alleanza con Giorgio Armani

Una data importante nella storia del gruppo è il 1988, quando Luxottica firma l’accordo di licenza con Giorgio Armani. E’ un periodo di particolare fermento creativo che cambia lo stesso concetto di occhiale da strumento di correzione della vista ad accessorio di moda. Leonardo Del Vecchio capisce subito le potenzialità di collaborare con i migliori stilisti e anticipa con grande capacità di visione quello che sarà un trend, siglando un accordo di licenza con Giorgio Armani. Questa prima alleanza, terminata nel 2003, avvia lo sviluppo di un prestigioso portafoglio di licenze, in cui nel 2013 torneranno anche i marchi del Gruppo Armani, che entra nel capitale della società come una quota di rilevo.

La quotazione a Wall Street

Nel 1990 Luxottica è la prima azienda italiana a sbarca in Borsa a New York. Gli Stati Uniti sono un mercato strategico per il gruppo e la quotazione a New York consente maggiore visibilità internazionale e la possibilità di accelerare ulteriormente la crescita di Luxottica.

Gli anni che seguono sono un crescendo di alleanze e acquisizioni: nello stesso 1990 Luxottica acquisisce Vogue Eyewear e rafforza la sua presenza nel settore moda e lifestyle. Nel 1992 viene siglato l’accordo di licenza di Brooks Brothers,il più antico retailer di abbigliamento degli Stati Uniti, fondato a New York nel 1818.

L’acquisizione di Persol, gli occhiali dei divi

Nel 1995 Luxottica compra Persol, marchio molto amato in Italia, celebrato da Marcello Mastroianni che lo indossa nel film Divorzio all’italiana. Ma del marchio diventano testimonial tanti altri attori famosi, inclusi Greta Garbo e Steve McQueen, che li scelgono sul set e nella vita privata.

Nello stesso anno Luxottica acquisisce LensCrafter, una delle principali catene di ottica del Nord America e diventa il primo produttore di occhiali a entrare direttamente nel retail ottico.

Lo sbarco in Cina

Nel 1997, Luxottica apre il primo stabilimento in Cina, a Dongguan nella provincia del Guangdong, in joint venture con un partner giapponese, poi interamente controllato dal 2001. Negli anni successivi Luxottica amplia la sua presenza nella provincia cinese, potenziando in modo significativo la capacità produttiva.

Ray-Ban , gli occhiali di top gun Maverick

Dopo aver siglato un accordo di licenza con Bulgari, nel 1999 il gruppo mette a segno il gran colpo comprando un mito americano: gli occhiali Ray-Ban, nati negli anni ‘30 per proteggere la vista degli aviatori americani abbagliati dal sole durante il volo. Il marchio Ray-Ban, che significa letteralmente «blocca raggio», viene registrato nel 1937 e comincia la vendita al pubblico. Sono gli occhiali di Top Gun Maverick. Ma piacevano anche a Marilyn Monroe. Con l’acquisizione della divisione eyewear di Bausch&Lomb. entrano nel portafoglio Luxottica, oltre a Ray−Ban, anche i marchi Revo, Arnette e Killer Loop.

Sempre nel 1999 entra nella scuderia di Agordo il marchio Chanel, grazie a un accordo di licenza con la maison di moda francese.

Piazza Affari e Sunglass Hut

Leonardo Del Vecchio celebra il 2000 con la quotazione di Luxottica in Piazza Affari, 10 anni dopo lo sbarco a Wall Street.
Il nuovo millennio comincia con un’altra acquisizione importante. Nel 2001, Luxottica si rafforza nel retail entrando nel segmento sole comprando Sunglass Hut, una delle principali catene specializzate nella vendita di occhiali da sole in Nord America, Australia e Regno Unito.

Prada e Versace

Il gruppo continua a espandersi nella distribuzione, quando nel 2003 compra Opsm, una delle principali catene in australia e Nuova Zelanda. Ma prosegue anche l’allargamento dei marchi in portafogli: il 2003 è anche l’anno degli accordi di licenza con il gruppo Prada e con Versace.

Contemporaneamente prosegue l’ampliamento della presenza retail in Nord America, con l’acquisizione di Cole National Luxottica si espande ulteriormente nel retail in Nord America e diventa proprietaria di Pearle Vision, Sears Optical e Target Optical. Poi in Cina attraverso l’acquisizione,nel 2005, delle catene di ottica Xueliang Optical a Pechino, Ming Long Optical nel Guangdong e l’anno successivo Modern Sight Optics a Shanghai.

Intanto entrano nel gruppo in licenza il marchio Donna Karana (Dkny), Dolce & Gabbana e Burberry.

Nel 2007 Luxottica toran a stupire il mondo dell’ottica con l’acquisizione della californiana Oakley, sinonimo di tecnologia innovativa, design inconfondibile e alte prestazioni.Con l’acquisizione di Oakley, entrano nel portafoglio Oliver Peoples e la licenza Paul Smith Spectacles.

Nello stesso anno viene siglata la licena con Ralph Lauren. L’anno dopo tocca a Tiffany. Poi nel 2009 a Tory Burch.

L’espansione nel mondo latino

Il 2011 segna l’espansione retail in America Latina. Luxottica acquisisce Multiópticas Internacional, società che controlla GMO, una delle principali catene di negozi di ottica in Cile, Perù, Ecuador e Colombia con i marchi Opticas GMO, Econópticas e Sun Planet. In Brasile nel 2012 il gruppo compra Tecnol, il principale operatore dell’eyewear nel paese sudamericano.

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Ucraina Russia, news sulla guerra di oggi | Medvedev: «La Nato in Crimea? Sarebbe la Terza Guerra mondiale»

martedì, Giugno 28th, 2022

di Lorenzo Cremonesi, Andrea Nicastro e Redazione Online

Le notizie di martedì 28 giugno sulla guerra, in diretta. Le navi dovrebbero partire dal porto di Odessa dopo lo sminamento. L’ex presidente ed ex premier russo: «Qualsiasi tentativo della Nato di invadere la Crimea equivarrebbe a una dichiarazione di guerra contro la Russia».

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Il centro commerciale colpito da due missili russi a Kremenchuk (Ap)

La guerra in Ucraina è arrivata al 125esimo giorno.
• Due missili russi hanno colpito un centro commerciale a Kremenchuk, in Ucraina: i morti sono almeno 18, decine i feriti.
G7, Zelensky chiede aiuto per cacciare i russi oltre le «linee pre-febbraio», prima che iniziasse l’invasione.
• Olaf Scholz: «Le relazioni con Mosca non torneranno più come prima».
• L’Onu e lo sblocco di grano e orzo: «Vicini al momento della verità».

Ore 08:39 – Kissinger guarda oltre la guerra: «Reintegrare la Russia nel sistema europeo»

(Luigi Ippolito, corrispondente da Londra) Hanno il respiro della grande Storia le parole di Henry Kissinger: ormai giunto a 99 anni, l’artefice di gran parte della politica estera americana del Novecento è probabilmente il più grande statista vivente. E dunque il suo giudizio su quanto accade oggi nel mondo va ascoltato con attenzione, proferito dalla sua voce lenta e profonda che non ha perso quell’accento tedesco delle origini. L’occasione è l’uscita del suo ultimo libro, Leadership, in cui Kissinger tratteggia sei esempi di capacità di guida politica — da Adenauer a De Gaulle, da Nixon a Sadat, da Lee Kwan Yew a Margaret Thatcher — che lui ha illustrato ieri, via Zoom, ai corrispondenti della capitale britannica. Tutti personaggi che ha conosciuto di persona: così come ha avuto esperienza diretta di Vladimir Putin, che fu ospite — racconta — a cena a casa sua a Washington.

«Rispettavo la sua intelligenza – rammenta Kissinger del presidente russo – era un attento calcolatore dal punto di vista di una società che lui interpretava come sotto assedio da parte del resto del mondo. L’ho trovato un intelligente analista della situazione internazionale dal punto di vista russo: che rimarrà tale e che dovrà essere considerato quando la guerra finirà». Perché questo è il punto centrale del suo ragionamento: va sconfitta l’invasione dell’Ucraina, «non la Russia come Stato e come entità storica». E dunque, quando le armi alla fine taceranno, «la questione del rapporto tra Russia ed Europa andrà presa molto seriamente». Il presupposto, sottolinea Kissinger, è che la Russia è stata parte della storia europea per cinquecento anni, è stata coinvolta in tutte le grandi crisi e «in alcuni dei grandi trionfi della storia europea»: e pertanto «dovrebbe essere la missione della diplomazia occidentale e di quella russa di tornare al corso storico per cui la Russia è parte del sistema europeo. La Russia deve svolgere un ruolo importante».

Ore 08:31 – Kiev: «Morti 35.250 soldati russi, distrutti 1.567 tank»

Ammonterebbero a 35.250 le perdite tra le fila russe dal giorno dell’attacco di Mosca all’Ucraina, lo scorso 24 febbraio. Lo rende noto il bollettino quotidiano dello Stato Maggiore delle Forze Armate ucraine, appena diffuso su Facebook, che riporta cifre che non è possibile verificare in modo indipendente. Secondo il resoconto dei militari ucraini, a oggi le perdite russe sarebbero di circa 35.250 uomini, 1.567 carri armati, 3.704 mezzi corazzati, 778 sistemi d’artiglieria, 243 lanciarazzi multipli, 102 sistemi di difesa antiaerea. Stando al bollettino, che specifica che i dati sono in aggiornamento, le forze russe avrebbero perso anche 217 aerei, 185 elicotteri, 2589 autoveicoli, 14 unità navali e 636 droni.

Ore 08:27 – Onu: «Deplorevole attacco a centro commerciale»

«Deplorevole». Così il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha definito l’attacco missilistico contro il centro commerciale Amstor a Kremenchuk, nella regione di Poltava, che ha fatto almeno 18 morti, dopo le «notizie inquietanti di una nuova ondata di attacchi aerei e bombardamenti» in Ucraina, con vittime civili. «Qualsiasi attacco contro un centro commerciale è assolutamente deplorevole», ha affermato, ricordando che nel fine settimana la capitale ucraina Kiev «è stata colpita di nuovo», così come zone nell’ovest del Paese, lontane dalla linea del fronte. «I combattimenti continuano nella regione del Donbass, dove i nostri colleghi nel campo umanitario stanno affrontando sfide enormi per raggiungere le persone con bisogni crescenti — ha detto —. Le sfide non sono dovute solo alla mancanza di sicurezza, ma anche alla mancanza di accesso a causa delle restrizioni amministrative imposte dalle parti».

Ore 08:27 – Kiev: 341 bambini uccisi e 622 feriti da inizio guerra

Sono 341 i bambini uccisi in Ucraina dal giorno dell’invasione russa del Paese. 622 i feriti. Lo rende noto l’ufficio del Procuratore generale ucraino, precisando che il maggior numero delle vittime si registra nelle regioni di Donetsk, Kharkiv, Kiev e Chernihiv. I bombardamenti di città e villaggi ucraini da parte delle forze armate russe — aggiunge la nota — hanno danneggiato 2.061 istituzioni educative, 213 delle quali sono andate completamente distrutte. L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani è stato in grado di confermare 4.731 morti e 5.900 feriti tra civili in Ucraina alla mezzanotte del 26 giugno. Secondo l’Onu, almeno 330 bambini sono stati uccisi e 489 sono rimasti feriti. L’organizzazione sottolinea che le cifre reali sono molto più alte e ancora da verificare.

Ore 08:25 – Macron: «Bombardamento del centro commerciale orrore assoluto»

«Il bombardamento di un centro commerciale a Kremenchuk da parte della Russia è un orrore assoluto. Condividiamo il dolore delle famiglie delle vittime. E la rabbia per una simile ignominia. Il popolo russo deve vedere la verità». Ad affermarlo è stato il presidente francese Emmanuel Macron, con un messaggio postato sul suo account Twitter, che acclude le immagini del centro commerciale colpito ieri, in fiamme e completamente avvolto dal fumo.

Ore 08:12 – Zelensky: «Premeditato l’attacco al centro commerciale, atto terroristico»

«L’attacco russo al centro commerciale di Kremenchuk è uno degli atti terroristici più temerari della storia europea. Una città tranquilla, un normale centro commerciale con al suo interno donne e bambini, civili. Prima dell’annuncio dell’allarme aereo c’erano circa mille persone». A dichiararlo nel suo messaggio quotidiano ai concittadini, è stato il presidente ucraino Zelensky, sottolineando che fortunatamente la maggior parte dei presenti è riuscita a mettersi in salvo. Zelensky ha poi però lamentato il fatto che diverse persone siano rimaste all’interno.

«Non è un errore dei missili», ha sottolineato parlando di attacco premeditato. «Tutti i feriti – ha poi voluto assicurare – hanno ricevuto l’assistenza necessaria: i medici di Kiev sono già andati a Kremenchuk», ha aggiunto, prima di esprimere le proprie condoglianze alle famiglie e agli amici delle vittime di questo «terribile attentato terroristico». Il presidente ha quindi ricordato ai concittadini che in caso di «allarme aereo vadano nei rifugi», avvertendo che la «Russia non si fermerà davanti a nulla». Zelensky ha quindi annunciato di aver chiesto ai membri del G7 di qualificare la Russia come stato «che sponsorizza il terrorismo». Lo stato russo «si è trasformato nell’organizzazione terroristica più grande del mondo. Questo è un fatto. E deve essere un assunto legale. Tutti nel mondo dovrebbero sapere che comprare o trasportare petrolio russo, mantenersi in contatto con le banche russe, pagare imposte o diritti allo stato russo è dare denaro ai terroristi», ha concluso.

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Il centro commerciale colpito da due missili russi a Kremenchuk, in Ucraina

martedì, Giugno 28th, 2022

Due missili hanno colpito, in pieno giorno, un centro commerciale a Kremenchuk: secondo quanto dichiarato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky all’interno ci sarebbero state mille persone; i morti accertati sono al momento 18, e 84 i feriti

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Nel pomeriggio di lunedì 27 giugno due missili russi hanno colpito un centro commerciale di Kremenchuk, città del centro dell’Ucraina nella regione di Poltava, a poco più di 300 chilometri da Kiev.

Secondo quanto ha riferito il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, al suo interno si trovavano oltre mille civili.

Secondo le autorità di Kiev, il bilancio delle vittime accertate, per ora, è di 18 morti e di oltre 84 feriti.

Le ultime notizie sulla guerra in Ucraina

Tenuto conto della vastità dell’incendio, le autorità temono che il numero possa aumentare in breve tempo. «Il centro commerciale è in fiamme, i soccorritori stanno combattendo contro le fiamme, è impossibile immaginare il numero di vittime», ha raccontato Zelensky su Telegram, postando il video della scena. La nube di fumo che si alza dall’edificio è così densa da oscurare il cielo.

Zelensky ha proseguito dicendo che la struttura non poneva «nessun pericolo per l’esercito russo» e non aveva «nessun valore strategico». Rappresentava «solo il tentativo delle persone di vivere una vita normale – ed è questo che fa adirare così tanto gli occupanti», ha aggiunto il presidente ucraino. «Inutile sperare nell’umanità da parte della Russia».

Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha detto che «la Russia è una rovina per l’umanità, e deve far fronte alle conseguenze di quanto fa. La risposta dovrebbe essere: più armi pesanti per l’Ucraina, più sanzioni contro la Russia, più aziende che lasciano la Russia».

Il sindaco della città, Vitaly Maletsky, ha espresso il proprio sgomento per l’accaduto sulla sua pagina Facebook: «L’attacco missilistico su Kremenchuk è avvenuto in un luogo molto affollato, che è al 100% irrilevante per le ostilità. Ci sono morti e feriti».

Idrees Ali, reporter della Associated Press che copre il Pentagono, ha detto che una fonte del ministero della Difesa Usa ha calcolato in almeno 60 gli attacchi missilistici compiuti dalla Russia contro l’Ucraina nel corso del fine settimana: non è chiaro se l’intento di Mosca fosse rispondere al G7 o all’arrivo del sistema missilistico multiplo di precisione HIMARS.

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Enrico Letta: “Una vittoria contro il populismo. Ma adesso serve un nuovo Ulivo. Giù le tasse sul lavoro e Ius Scholae”

martedì, Giugno 28th, 2022

ANNALISA CUZZOCREA

Non conta sulle divisioni del centrodestra, Enrico Letta. Non pensa che ad aiutare il Partito democratico potranno mai essere le liti tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Il segretario del Pd crede piuttosto, e lo racconta con convinzione seduto alla sua scrivania, al terzo piano del Nazareno, che a funzionare in queste amministrative sia stata «la solidità dei candidati». Perché i due anni di pandemia hanno cambiato tutto, «le persone non vogliono fuochi d’artificio, ma lavoro sul territorio». Li elenca come fosse l’allenatore di una squadra che ha vinto lo scudetto, con la camicia celeste impeccabile nonostante i 40 gradi romani: «Ci sono gli esterni, come il professore Nicola Fiorita a Catanzaro e il calciatore dalla grande forza sociale, Damiano Tommasi, a Verona. Ottimi amministratori come Giorgio Abonante ad Alessandria, Patrizia Manassero a Cuneo, Paolo Pilotto a Monza. Katia Tarasconi e Michele Guerra a Piacenza e Parma. Tutti molto bravi a interpretare queste elezioni per quello che sono, senza retropensieri». Adesso, questo capitale fiducia guadagnato, i dem vogliono investirlo in quella che chiamano «agenda sociale»: lotta alla precarietà, incentivazione del primo impiego per i giovani, salario minimo, riduzione delle tasse sul lavoro. Con un avvertimento sui diritti: «Non approvare lo ius scholae – la nuova legge sulla cittadinanza per i figli di immigrati – adesso che siamo a un passo, sarebbe un atto di crudeltà».

A Lucca la destra unita, compresa quella estrema di Casapound, ha rovesciato il risultato del primo turno e siete stati sconfitti. Teme che qualcosa del genere si possa replicare alle politiche?
«Negli ultimi venti anni a Lucca si è sempre deciso il sindaco con poco scarto. È evidente che in questo caso è stato rilevante l’apporto del candidato no vax, che ha detto una serie di assurdità . Quello 0,5 per cento è stato purtroppo determinante».

Pensa che la competizione interna che si è innescata nel centrodestra tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini continuerà?
«Ho sempre pensato che alla fine correranno insieme. Mai un momento ho ragionato immaginando di potere ricevere regali inaspettati da loro divisioni».

Ma qualcuno anche nel suo partito accarezza l’idea di cambiare la legge elettorale per rendere la prospettiva più realistica. Premerete per tornare al proporzionale?
«Le dico quello che indica secondo me il risultato di queste amministrative: i cittadini vogliono poter influire sulle scelte. L’idea che si vada alle politiche a eleggere un parlamento di nominati dai capipartito e non di eletti dai cittadini è folle».

C’è stato un record di astensionismo, ai ballottaggi ha votato solo il 42 per cento.
«Ci sono diverse ragioni e una è proprio l’aver sottovalutato per troppo tempo l’impatto negativo delle liste bloccate e dei parlamentari nominati sugli elettori. Sono pronto a ragionare sui modelli, ma serve una legge elettorale più democratica e partecipativa».

Quanto alla coalizione, pensa ancora a un nuovo Ulivo?
«L’Ulivo per me è sempre stato un modello perché ha avuto una grande capacità di partecipazione ed espansione andando oltre alla classe politica. È quel che mi piace di questo risultato, che è andato oltre i partiti. Due personaggi come Tommasi e Fiorita, un calciatore e un professore ai lati opposti dell’Italia, dicono che è quella la strada. Mettere in campo una nuova classe politica. So benissimo che non bisogna ripetere le cose del passato, nell’anno che abbiamo davanti dobbiamo elaborare un progetto, un nome, un programma e dei contenuti per una nuova coalizione».

Sono molte cose. Almeno il nome ce l’ha già?
«Non devo essere io a trovarlo, verrà fuori da un lavoro condiviso. Ma servono solidità, serietà e responsabilità».

Per ora ci sono più veleni, odi reciproci e veti incrociati.
«Ma queste amministrative le abbiamo vinte nonostante il gioco dei veti incrociati. A Verona, a sostenere Tommasi c’erano sia Calenda che Conte. Vorrei che semplicemente si cominciasse a separare l’immagine dalla sostanza. Capisco che queste forze debbano trovare una loro identità, per noi è più semplice, il Pd è il fratello maggiore, ma a un certo punto bisogna pensare a unire».

È lei il nuovo Prodi?
«Di Prodi ce n’è stato uno solo. Per ora bisogna tenere insieme, costruire, capire con quale legge elettorale andremo al voto, per il candidato premier c’è tempo».

Draghi ieri ha detto che bisogna agire per contrastare la crisi energetica altrimenti torneranno i populismi. È diventato più politico?
«Non mi ha sorpreso. Nella gestione della linea di politica monetaria della banca centrale europea ha già dimostrato la sua sapienza politica. Se non ne avesse avuta, non sarebbe forte com’è dopo questo anno e mezzo a Palazzo Chigi».

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Centrodestra, la paura dei tre leader: vincere nei sondaggi ma perdere nelle urne

martedì, Giugno 28th, 2022

Ugo Magri

ROMA. Come la linea dell’orizzonte: più il centrodestra insegue la vittoria e più questa, dispettosamente, si allontana. In autunno le Amministrative erano state un bagno di sangue perfino a Roma, dove eleggere il sindaco sembrava facile quanto segnare un rigore a porta vuota; colpa delle liti, si disse, che avevano impedito di scegliere il candidato adatto. Domenica ai ballottaggi altro calcio di rigore, e di nuovo il centrodestra l’ha fallito anche dove, vedi Verona o Catanzaro, sbagliare mira era praticamente impossibile. Come otto mesi fa Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi riconoscono che così non si fa strada, e ieri è stato un coro: «Voltiamo pagina, smettiamola di bisticciare, incontriamoci, parliamo». Ma vedersi per parlare di cosa? Qui nasce il problema.

Nel centrodestra c’è tutto da chiarire, da cima a fondo. Come atteggiarsi tra Russia e America. Quali strategie adottare in Europa. Che atteggiamento tenere rispetto a Mario Draghi. Il programma da presentare alle Politiche del 2023. Chi guiderebbe nel caso il governo e con quale squadra ministeriale… Sono le domande in fondo banali che qualunque elettore si pone, in particolare lo chiede chi «antipatizza» per la sinistra. Ma fino adesso non sono arrivate risposte; soltanto invidie e ripicche; battibecchi pubblici e silenzi privati; sgambetti e colpi bassi. L’incertezza sulle prospettive ha generato sfiducia tra gli elettori; l’analisi dei flussi, svolta tempestivamente dall’Istituto Cattaneo, documenta che il massimo di astensionismo si è registrato a destra; in attesa di tempi migliori, più di qualcuno se n’è andato al mare.

Ora finalmente si parleranno. Berlusconi mette casa a disposizione per un incontro conviviale. Salvini, sentito al telefono, gli ha già dato l’ok; oggi o domani Silvio consulterà Meloni che sulla carta è disponibile, anzi non vede l’ora, così assicura. Però, da persona pragmatica qual è, detesta i voli pindarici. Più che rivolgere lo sguardo alle prospettive lontane, agli scenari del futuribile, Giorgia concentrerebbe l’attenzione sulle prossime e più immediate scadenze, in modo da non sbagliare il terzo rigore consecutivo quando dopo l’estate si tornerà alle urne per le Regionali in Sicilia. Meloni chiede, anzi pretende chiarezza sul destino del governatore uscente Nello Musumeci, che lei sostiene a spada tratta ma Forza Italia e Lega vedono come fumo negli occhi per certi atteggiamenti “duceschi”. Meloni battaglierà per averla vinta perché non è suo costume farsi «concava e convessa» come ai tempi d’oro il Cavaliere, quando doveva destreggiarsi tra Gianfranco Fini e Umberto Bossi (anche così si esercita una leadership). Dunque il timore è che, invece di consacrare la ritrovata unità di intenti, il pranzo berlusconiano possa finire come nei cortometraggi del cinema muto: a torte in faccia. Le premesse ci sono eccome.

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Sanzioni alla Russia, il negoziato più duro su petrolio e gas: Draghi strappa l’intesa in extremis

martedì, Giugno 28th, 2022

Alessandro Barbera

INVIATO A SCHLOSS ELMAU. Quando al castello di Elmau rimbalza la notizia dell’attacco missilistico russo sul centro commerciale ucraino di Kremenchuk, i leader occidentali sono riuniti con i cinque capi di Stato ospiti del vertice: India, Sudafrica, Senegal, Indonesia, Argentina. C’è chi apprende della notizia dallo smartphone, altri vengono avvicinati dagli staff. Il timing dell’attacco è più che sospetto: sono i minuti in cui viene diffusa la prima parte del comunicato finale dei Sette dedicato all’Ucraina. «Nessuno ha avuto il dubbio di una coincidenza», racconta una fonte diplomatica italiana. «Ma finché Putin farà questo gioco, ci mostreremo sempre più compatti». La posizione dei Sette sul sostegno militare e finanziario a Kiev è in effetti senza sfumature, a difesa della «sovranità e integrità territoriale» di un Paese aggredito e del suo futuro democratico. Un concetto che Mario Draghi ripeterà davanti al maxischermo da cui è collegato Volodymyr Zelensky. «Se l’Ucraina perde, sarà più difficile sostenere che la democrazia è un modello di governo efficace». Il confine fra l’Europa e l’Ucraina è ormai la sottile linea rossa che divide il mondo progredito dalle autocrazie. Ma per i leader si fa più complicato tracciarlo quando c’è da discutere gli interessi economici in gioco.

All’ora di cena, mentre i capi di Stato si intrattengono a tavola con gli ospiti, gli sherpa delle delegazioni sono impegnati in una complicata trattativa per chiudere il resto del comunicato. Sulle sanzioni all’oro russo i leader trovano l’intesa: quella è la strada con cui finora gli oligarchi russi hanno aggirato le sanzioni nei loro confronti. I punti ancora da discutere riguardano se e come introdurre un tetto al prezzo di petrolio e gas. Sul petrolio la strada è apparentemente in discesa: sin dalla mattina, nei briefing con la stampa americana, l’Amministrazione fa trapelare il suo sì. La guerra ha fatto schizzare il costo del barile su tutti i mercati, costringendo l’americano medio a pagare un gallone di benzina cinque dollari, un livello mai visto nella storia. Per evitare l’aggiramento del tetto, al tavolo si discute un meccanismo grazie al quale costringere le società di trasporto e assicurative occidentali a non accettare l’acquisto di greggio a un prezzo superiore a quello predeterminato. A complicare la trattativa ci si mettono i francesi, che insistono perché il bando venga esteso a tutto il petrolio in circolazione. Una richiesta implausibile, formulata non a caso davanti agli indiani, ma che sembra fatta apposta per far saltare il banco.

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