Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Le ferite non ancora chiuse

domenica, Ottobre 16th, 2022

Agnese Pini

Il tallone d’Achille di Giorgia Meloni si chiama Europa. È lì, è in Europa, che può sgretolarsi l’immagine del suo nascente governo e del nostro Paese. È inevitabilmente lì, in Europa, che le tensioni internazionali che ricadono su di noi – guerra, crisi energetica, crisi economica – possono essere risolte o al contrario esacerbate. Con tutte le conseguenze del caso. Meloni lo sa, e sotto questa spada di Damocle evidentemente si muove e sceglie le pedine della sua squadra. Mostrando coerenza politica e anche un certo coraggio, come nei numerosi “no” alle richieste per nomine e dicasteri avanzate dai suoi principali alleati: Salvini e soprattutto Berlusconi.

Per questo le parole pronunciate ieri a Berlino dal segretario del Pd Enrico Letta sono state per lei un doppio schiaffo: non solo un attacco politico, ma soprattutto una minaccia reputazionale in un contesto, quello dell’Unione, in cui tanto i media quanto le istituzioni guardano al nostro Paese e alla nuova maggioranza con palpabile diffidenza.

Ha detto il leader Dem, invitato al congresso dei socialisti europei: “Chi ha vinto, invece di riappacificare il Paese, lo sta dividendo”. Il riferimento è alla scelta dei due neo eletti presidenti delle Camere: La Russa e Fontana. L’affondo tocca il tasto più dolente per Meloni: e cioè la difficoltà nel tenere insieme un profilo rassicurante per mercati e partner internazionali e le diverse anime con cui Fratelli d’Italia e alleati devono fare i conti all’interno dei loro stessi partiti. Dalla guerra all’Unione, dalle politiche economiche a quelle legate ai diritti civili.

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Lettera alla Sorella d’Italia

domenica, Ottobre 16th, 2022

MASSIMO GIANNINI

Cara Giorgia Meloni, ci rivolgiamo a Lei, in modo così diretto, perché stiamo maturando una convinzione. Lei non è Golda Meir. Lei deve ancora dimostrare tutto. Ma nelle tre destre che hanno vinto le elezioni, e che stanno occupando i gangli del potere, proprio Lei e solo Lei, lontana dall’identità di questo giornale per cultura e per formazione, rappresenta la residua e flebile speranza di non mandare il Paese in rovina. Abbiamo apprezzato la sobrietà con cui ha reagito al trionfo elettorale di Fratelli d’Italia, dal 25 settembre in poi: la Storia ci riserva troppi drammi, perché si possa brindare a champagne. Apprezziamo le parole con le quali giustamente condanna la stella a cinque punte riapparsa su una sede di FdI, minaccia inaccettabile nei confronti del nuovo presidente del Senato: è importante respingere ogni violenza, ribadire che la seconda carica dello Stato farà di tutto per incarnare “imparzialità e autorevolezza” e che il vostro impegno sarà quello di “unire la nazione”.

Sappiamo bene cosa ci divide. La “matrice”, innanzitutto, quella che a Lei stessa non fu “chiara” dopo l’assalto alla Cgil degli squadristi di Forza Nuova, mentre era chiarissima allora è lo è ancora oggi negli episodi di violenza minuta che ancora costellano la galassia dalla quale proviene il suo partito. La matrice post-fascista e post-missina è tuttora irrisolta. E non bastano un mazzo di fiori e uno scambio di baci tra Ignazio Benito e Liliana Segre a sanare la ferita che ancora sanguina dal Suo e dal nostro Novecento. Sappiamo altrettanto bene che, per i cittadini che Le hanno affidato l’onore e l’onere di governare l’Italia, quella piaga è evidentemente rimarginata.

Ne prendiamo atto: la maggioranza degli italiani vi ha scelto e liberamente votato, dunque siete legittimati a guidare il Paese. Ma per noi questo non basta. L’idea che il lavacro delle urne purifichi chiunque dai suoi peccati riflette una visione populista della democrazia. Aspettiamo segni di netta discontinuità, a partire dalle prossime ricorrenze che solo in Italia – come ha ricordato la stessa Segre a Palazzo Madama – risultano “divisive”: il 28 ottobre, centenario della Marcia su Roma, e il 25 aprile, Festa della Liberazione.

Da questa “matrice” discendono le divisioni conseguenti. L’idea dell’Europa come matrigna, dell’euro come camicia di forza, della nazione come luogo fisico e geopolitico della “non omologazione”, della patria come unico spazio ideale ed etico-morale della cittadinanza, della religione cristiana come fonte di supremazia spirituale e alla fine anche razziale, della famiglia tradizionale come unico monopolio dell’amore. Alcuni di questi valori della destra che Lei rappresenta sono in corso di rivisitazione. La sporca guerra di Putin l’ha spinta a correggere alcune posizioni non più sostenibili. L’antiamericanismo e la vena eurofobica sembrano lasciare il campo alla fedeltà iper-atlantista e a una sorta di “europeismo problematico”, con tutte le ambiguità che la formula si porta dietro. Per il resto, tutto è ancora da fare e molto c’è ancora da chiarire.

I primi atti sono stati sconfortanti. L’elezione dei presidenti delle due Camere, se da un lato esalta la Sua collaudata capacità di mediare con gli alleati, dall’altra mortifica la Sua dichiarata volontà di unire il Paese. Che la maggioranza abbia voluto spartirsi l’intero bottino nelle istituzioni dispiace, ma non indigna: va così dal 1994, quando il primo governo Berlusconi inaugurò la dittatura della maggioranza in Parlamento, e tutti i governi successivi, compresi quelli di centrosinistra, si adeguarono. Quello che inquieta, però, è che le due figure scelte sono l’antitesi di uno spirito repubblicano condiviso. Più di La Russa – che pure da goliardico “fascistone” impenitente non ha mai brillato per moderazione istituzionale – soprattutto Lorenzo Fontana. Sarà pure servito a riunire intorno al suo Capitano Rancoroso una Lega spappolata, ma il neo-eletto a Montecitorio è persona in ogni senso “divisiva”. Per tutto quello che ha detto e che ha fatto in questi anni (compreso il discorso di investitura, di pochezza disarmante). Il sostegno ai nazisti greci di Alba Dorata. La fede ultra-cattolica e pre-conciliare brandita come una clava purificatrice. Le campagne pro-Putin e le magliette contro le sanzioni. L’odio oscurantista per la comunità Lgbtq e per i diritti civili, a partire dall’aborto. La difesa proto-leghista del Grande Nord, contro tutte le compromissioni con Roma Ladrona e il “Meridione”. Ci rendiamo conto che il sì a Fontana è stato il prezzo che Lei ha dovuto pagare, per curare Salvini dalle recidive di sindrome da Papeete e chiudere con lui la partita dei ministri. Ma non si può meravigliare se l’opposizione grida allo “sfregio”: lo è, a tutti gli effetti e a prescindere dal colore politico di chi usa questo termine. E c’è poco da sperare in quella che i cultori del diritto costituzionale chiamano “la grazia di Stato”, cioè la metamorfosi di chi, dopo aver militato per una parte, eletto nelle istituzioni inizia a prodigarsi per il tutto. Onestamente, fatichiamo a immaginare La Russa e Fontana che, dopo aver indossato per decenni le divise della curva ultrà di appartenenza, ora vestono “panni regali e curiali” in nome del bene comune (come scriveva Machiavelli nella famosa lettera a Pierfrancesco Vettori). Siete certamente maggioranza, ma grazie al 44% del 63% dei cittadini che si sono recati al seggio. Serve rispetto per chi non vi ha votato o è rimasta a casa.

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Gli anziani sono una risorsa del Paese

domenica, Ottobre 16th, 2022

di Ferruccio de Bortoli

Il grado di civiltà è tutto nella capacità di preservare la dignità di un anziano fragile o di un malato inguaribile. S arebbe un grave errore se il nuovo esecutivo e il nuovo Parlamento gettassero nel cestino la proposta di legge delega

Le grandi questioni che riguardano il futuro, non immediato, della nostra società suscitano scarso interesse pubblico. Sembrano così lontane nella loro dinamica — in questo caso demografica — da indurre un senso di impotenza o persino di rassegnazione. C’è altro di più urgente. Anche se le sofferenze, le solitudini della popolazione anziana più fragile e debole — quella che ha pagato il conto maggiore, insieme ai giovani, alla pandemia — sono quotidiane. Lenite solo in parte dalla grande e insostituibile opera di molte istituzioni pubbliche e private e dei loro operatori. Un solo raffronto: in Italia abbiamo 1,9 posti letto ogni cento persone sopra i 65 anni, come la Grecia; la Francia è a 5; la media europea è superiore a 3,5. C’è molto da fare. La popolazione invecchia. Le malattie croniche e invalidanti crescono in misura allarmante, specie quelle legate alla demenza senile. Molte famiglie, soprattutto indigenti, non ce la fanno. In proiezione, sarà un autentico dramma sociale.

È passato pressoché inosservato lo schema di legge delega approvato, il 10 ottobre, dall’ultimo Consiglio dei ministri del governo Draghi, in materia di assistenza alle persone fragili e non autosufficienti. Anche se sappiamo che non manca, sull’argomento, una particolare attenzione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Giorgia Meloni e il premier uscente ne hanno già parlato.

L’auspicio è che quella proposta di legge delega non sia solo un nobile messaggio in bottiglia destinato a disperdersi nei flutti del passaggio di legislatura. Non faccia, per esempio, la fine di quella fiscale (sciaguratamente non approvata dal Senato) che avrebbe aiutato, non poco, il nuovo esecutivo ad alleggerire alcuni carichi tributari e amministrativi. Qui non si tratta di aliquote fiscali ma di vite reali. L’allargarsi delle disuguaglianze si misura drammaticamente dal livello di assistenza offerto agli anziani non autosufficienti. Quando è carente o addirittura non c’è, anche le vite dei familiari più giovani sono ipotecate, se non compromesse. Il grado di civiltà di un Paese è tutto nella capacità di preservare la dignità di un anziano fragile o di un malato inguaribile. Si è cittadini sempre, altrimenti si è scarti.

Nelle prossime settimane si discuterà molto di pensioni e di come scongiurare il ritorno, dal primo gennaio del 2023, alla legge Fornero. Ogni aumento del debito pensionistico ricade sulle prossime generazioni. Affrontare invece, con ragionevole celerità, il tema più complessivo dei concittadini più anziani e fragili, libera in prospettiva tempo e risorse a beneficio dei più giovani. È un atto di responsabilità generazionale. Non mette, a differenza di quota 100 o 102 per le pensioni, anziani e giovani (che pagheranno in futuro) in conflitto. E dunque sarebbe un grave errore se il nuovo esecutivo e il nuovo Parlamento gettassero nel cestino la proposta di legge delega. A livello istituzionale è il frutto dell’indagine degli esperti riuniti dal ministero della Salute e dalla presidenza del Consiglio, guidati dal vescovo Vincenzo Paglia, e dalla commissione del ministero del Lavoro con a capo l’ex ministra Livia Turco. Raccoglie inoltre gran parte dei suggerimenti di 52 organizzazioni assistenziali di varia natura, coordinate da Cristiano Gori, e del Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza. Mai vi era stato, in precedenza, il coinvolgimento di una rete associativa così vasta. La legge delega può e deve essere migliorata ma consegnarla agli archivi della legislatura appena terminata vorrebbe dire dimenticarsi di molti anziani e del destino dei loro familiari.

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Il centrodestra tra conflitti e pulsioni identitarie

sabato, Ottobre 15th, 2022

di Massimo Franco

Quella tra Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi rischia di diventare una frattura che può mutare la fisionomia e le prospettive della maggioranza dopo la vittoria del 25 settembre. Come sopravviverà il centrodestra a queste tensioni?

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Le nomine del centrodestra al vertice del Parlamento non debbono sorprendere. Sono il prodotto di uno schieramento che esprime personalità e identità come quelle di Ignazio La Russa al Senato e Lorenzo Fontana alla Camera: il primo di FdI, il secondo della Lega. E che ha deciso di marcare nettamente il proprio territorio culturale, senza nascondere la volontà di una svolta radicale e, se necessario, dello scontro con le opposizioni.

Su questo sfondo, il conflitto tra la premier in pectore Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi rischia di diventare una frattura. E può mutare la fisionomia e le prospettive dello schieramento vittorioso il 25 settembre.


L’asse che la leader della destra sembra avere stretto col capo leghista Matteo Salvini ha l’aria di un accordo per ridimensionare il berlusconismo e destabilizzare la cerchia dei consiglieri del Cavaliere che non accettano il primato di Meloni.

I voti arrivati giovedì a La Russa dalle minoranze, d’altronde, dicono non solo che gli avversari sono divisi. Fanno capire anche che il potere di FI di condizionare la leader di FdI incontra limiti ormai vistosi: come anche la rivendicazione di Berlusconi di essere il garante internazionale del centrodestra.

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Il dovere del compromesso

sabato, Ottobre 15th, 2022

Paolo Guzzanti

Era possibile immaginare il disastro politico a cui abbiamo assistito e a cui ahimè ancora stiamo assistendo? Non nei dettagli, forse, non negli screzi che ieri sono arrivati perfino alla querelle folcloristica sugli appunti del Cavaliere, ma di sicuro era prevedibile e a riprova, senza davvero vantarmene, l’avevo scritto e previsto in un libro, La Maldestra. Avevo tentato di spiegare che l’alleanza di centrodestra rischiava di andare a sbattere contro il primo guard-rail perché le tre forze che la compongono non sono tra loro componibili, ma sono buone al massimo per allearsi su un programma.

Inoltre, Berlusconi è convinto, e chi potrebbe negarlo, che Forza Italia non porti come dote soltanto il numero dei voti, ma anche un suo indispensabile valore aggiunto: quello che può permettere al futuro governo di presentarsi sulla scena nazionale e internazionale non come «di estrema destra» (come seguitano a scrivere tutt’ora i più importanti giornali europei), ma di una destra che è certificata dall’unico partito liberale riconosciuto dal Parlamento Europeo e che rappresenta i valori dei partiti che ricostruirono l’Italia dopo una catastrofica guerra.

All’inizio di questo 2022, nessuno si aspettava che avremmo votato in autunno. Ma il punto fondamentale è che, una volta conosciuti il numero e la forza di ciascuna delle forze dell’alleanza, si sarebbero subito dovuti costruire i criteri comuni per procedere insieme. Così si fa quando si dichiara un’alleanza. Sarebbe stata quindi cosa buona e opportuna che i tre vincitori si sedessero subito al tavolo non solo per dire quanti ministri e sottosegretari voleva ciascuno, ma per sottoscrivere il codice con cui fare le scelte, rispettando i pesi elettorali con tutti gli altri contrappesi che definiscono una politica e rassicurano gli spettatori esterni, specialmente europei.

Se un tale codice fosse stato redatto, non avremmo assistito a quel che abbiamo visto con occhi che ancora bruciano non per la novità, ma a causa del genere di pagliacciata in cui la politica italiana eccelle quando scende al rango delle barzellette. Perché la barzelletta diventa l’unica forma di analisi aperta al pettegolezzo e allo sghignazzo dei labiali e dei social, che hanno sostituito, quanto a nobiltà, le lettere anonime e quelle con richiesta di riscatto.

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Destra già a pezzi, sparito il centro, alleanza a rischio

sabato, Ottobre 15th, 2022

Marcello Sorgi

È inutile nasconderlo: a quasi trent’anni anni dall’apparizione del centrodestra sulla scena politica italiana, l’elezione dei due presidenti delle Camere La Russa e Fontana rappresenta un passo indietro. Tutto il lavoro fatto da Berlusconi per rendere compatibili con la democrazia italiana un partito post-fascista e uno federalista (ma nella pancia secessionista) è stato consumato in pochi giorni. E questo è dimostrato anche dal tenore liquidatorio dello scontro tra la leader di Fratelli d’Italia e quello di Forza Italia, maturato nella giornata di ieri. Il foglietto in cui Berlusconi – sembrano gli appunti per un’intervista – definisce Meloni «supponente, prepotente, arrogante, una con cui non si può andare d’accordo». E Meloni che gli risponde che ha dimenticato di aggiungere «non ricattabile». Come possano questi due – il Fondatore del centrodestra vecchia maniera e la Rifondatrice – pensare di tornare ad allearsi per mettere su un governo, è tutto da scoprire, nei prossimi giorni.

Ma è intuibile che la vincitrice delle elezioni e candidata a Palazzo Chigi considera un “ricatto” le pressioni del Cavaliere per fare entrare nel governo la sua stretta collaboratrice Ronzulli. E che Meloni, piuttosto di accontentarlo, è pronta a non fare il governo, con conseguenze immaginabili sulle sorti della legislatura, e con un abbandono repentino dell’atteggiamento, se non proprio moderato, compatibile con la responsabilità che l’attende, tenuto fino a qualche giorno fa.

Quanto alla scelta dei due candidati eletti a Palazzo Madama e a Montecitorio e presi dalle file radicali dei due partiti, è un’altra conseguenza della mutazione genetica del centrodestra. Una svolta che contraddice i compiti di quel “triumvirato” che, con il Quirinale, da oltre un quarto di secolo sovrintende ai destini della Repubblica, accompagnandoli in tutte le emergenze, e muta la natura di questo organismo informale che è stato una risorsa nei momenti difficili di questi ultimi ventotto anni.

C’è da sperare, ovviamente, che i due nuovi presidenti sappiano interpretare i ruoli assegnati loro con senso delle istituzioni: e non è affatto escluso che lo faranno. La Russa, sia detto con tutto il rispetto, per tradizione familiare è un vecchio fascistone, che viene dalle file della “maggioranza silenziosa” inventata da Almirante, e si è molto ammorbidito nel tempo e nei lunghi anni di esperienza parlamentare: il discorso pronunciato subito dopo l’elezione fa testo della volontà di voler cambiare, dando vita a una nuova stagione della sua vita politica. Ha giurato, va preso in parola. Ma basta averlo frequentato in uno dei talk-show che ha frequentato spesso finora, e da cui dovrà necessariamente allontanarsi, per sapere che non ama essere contraddetto e reagisce con nervosismo, diciamo così.

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L’aiuto inaspettato alla destra divisa

venerdì, Ottobre 14th, 2022

Annalisa Cuzzocrea

Chi ieri era seduto su una delle poltroncine del Senato, o assiepato davanti agli schermi su cui scorrono i lavori d’aula, ha sentito come un vuoto nella pancia. Il vento che sferza il volto. Il precipizio. Un attimo prima c’erano Liliana Segre e – attraverso le sue parole chirurgiche, pronunciate con voce di cristallo – Piero Calamandrei, i valori della Costituzione, dell’antifascismo, dell’unità repubblicana, dell’inclusione, della democrazia. Un attimo dopo, sembrava il bar di Guerre stellari: Silvio Berlusconi furente aggrappato al banco in prima fila. Licia Ronzulli inamovibile, al suo fianco, tailleur rosso fuoco e ira trattenuta a stento. Senatori in processione a omaggiare, sulla scena. Nelle retrovie, da dove entra ed esce Matteo Renzi, la preparazione a tempo di record di un accordo indicibile, e infatti negato. Il primo della legislatura. Il vaffa di Berlusconi a La Russa è solo l’apice di un dramma che i cinici di complemento si sono affannati a chiamare “politica”. Ma non c’è niente di realmente politico in quel che è accaduto. O forse bisogna intendersi su cosa significhi, occuparsi della Res pubblica.

Se significa segnare un punto, preparare il terreno per un cambio di campo, accaparrarsi qualche ruolo di peso negli uffici di Camera e Senato e nelle commissioni bicamerali, dimostrare di esserci e di saper usare il proprio peso in Parlamento, allora sì: complimenti a chi davanti alla prima subitanea disfatta del centrodestra nell’aula di Palazzo Madama ha saputo approfittarne. Il risultato è stato eleggere come seconda carica dello Stato l’uomo forse più a destra dell’intero Parlamento, collezionista di busti del Duce, orgogliosamente “non antifascista”. Aiutando così Giorgia Meloni a umiliare l’alleato Silvio Berlusconi, sperando forse che questo possa terremotare la coalizione. Anche se, ripeteva ieri Matteo Renzi nel Salone Garibaldi, “quelli sono di destra, alla fine l’accordo lo trovano sempre”.

Ma facciamo un esercizio di stile, visto che nella realtà sarà molto difficile che accada: proviamo a pensare cosa avrebbe fatto una vera opposizione di centrosinistra, davanti alla possibilità di far saltare il nome di La Russa e di incunearsi nelle divisioni subito scoppiate dentro la destra. Magari avrebbe cercato una strategia comune, un nome sul quale far convergere i suoi voti. Avrebbe fatto sì che il primo passo di Giorgia Meloni nel nuovo Parlamento fosse una sconfitta. Avrebbe potuto perfino tenere fede e a tutte le cose dette in campagna elettorale: che c’è un pericolo di banalizzazione del passato fascista, che bisogna tenere desta la memoria.

E invece è stato tutto un reciproco “è stato lui”, “no lui”, “allora quell’altro?”, e improvvisamente la voce di Liliana Segre è apparsa lontana anni luce e siamo ripiombati qui dove siamo: c’è un centrodestra che grazie alla capacità di tenersi saldo alle elezioni ha avuto più seggi di quanti le percentuali dei tre partiti che lo compongono potessero fargli sperare (vale sempre la pena ricordare l’assurdità del mai abolito Rosatellum). Una coalizione di governo che non riesce a mettersi d’accordo neanche sul suo primo atto istituzionale, talmente il decisionismo di Meloni sta facendo impazzire colui che finora ha sempre comandato: aveva un foglietto con su scritti i ministeri desiderati, Berlusconi. Una cartelletta che continuava ad aprire e chiudere come se questo potesse magicamente cambiare la realtà, far svanire quelli che egli stesso definisce “veti inaccettabili”. Non è successo, l’umiliazione è bruciante, le conseguenze ancora imperscrutabili.

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I pilastri della civiltà repubblicana

venerdì, Ottobre 14th, 2022

MASSIMO GIANNINI

Il discorso di Liliana Segre al Senato resterà nella nostra Storia e nei nostri cuori. Nel giorno in cui comincia la stramba legislatura delle tre destre battezzata dal Vaffa del Cavaliere, nell’ora in cui Ignazio Benito Maria La Russa viene eletto presidente dell’assemblea di Palazzo Madama, questa donna straordinaria sopravvissuta alla Shoah passa a lui un testimone gravoso e regala a tutti noi un dono prezioso. In questi tempi di conformismo che sa già di revisionismo, ci vuole un immenso coraggio ad evocare in quell’aula che fu sorda e grigia “la vertigine” della Marcia su Roma e le “leggi razziste” del 1938, Giacomo Matteotti “capofila” della nostra battaglia contro il fascismo e poi la Festa della Liberazione.

In questa camaleontica epifania di un potere che dichiara “finita la pacchia” e già vaneggia di indefiniti presidenzialismi, ci vuole forza morale a ricordare che l’unità del nostro popolo, forgiata nella memoria del 25 aprile e del 2 giugno, nasce nella Costituzione, che non è un pezzo di carta ma il testamento di 100 mila morti caduti per la libertà, e che invece di voler cambiare faremmo bene ad attuare una volta per tutte. Non c’è altro da ricordare, a Giorgia Meloni che sta per entrare a Palazzo Chigi, alla maggioranza rissosa che già zoppica e all’opposizione sbandata che già offre stampelle.

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Scelte e nuovo governo, l’urgenza necessaria per il Paese

giovedì, Ottobre 13th, 2022

di Francesco Verderami

Non è una stagione come le altre. È vero, ogni governo è nato dopo un travaglio più o meno lungo e doloroso, ogni confronto tra partiti coalizzati evidenzia le distanze e le differenti esigenze prima di tramutarsi in un’intesa. La storia di Palazzo è piena di pagine in cui si racconta di candidati alla presidenza delle Camere silurati nell’urna e di ministri in pectore silurati mentre erano sulla strada verso il Colle. Ma questa non è una stagione come le altre. E non ci sarebbe nemmeno bisogno di sgranare il rosario dei problemi interni e internazionali per indurre le forze di centrodestra ad accelerare il passo, dando al Paese l’idea che hanno piena contezza del momento.

Certo, in virtù della liturgia istituzionale (che non è una perdita di tempo ma un sistema di regole democratiche) serviranno ancora un paio di settimane prima di avere un esecutivo nella pienezza delle sue funzioni. Ma già oggi, primo giorno della nuova legislatura, si misurerà il senso di responsabilità di chi è stato chiamato a governare, con l’elezione dei presidenti del Senato e della Camera. Il voto segreto sarà indicativo del grado di compattezza dell’alleanza, una sorta di test dal quale si capirà anche la forza propulsiva del prossimo gabinetto.

La vigilia ha messo in mostra come il centrodestra fatichi invece a dare ancora di sé una rappresentazione politica unitaria e perseveri nei giochi tattici tra leader che sembrano impegnati a disputare il secondo tempo della sfida elettorale. In realtà il 25 settembre ha stabilito quali sono i rapporti di forza e dunque tocca a Giorgia Meloni valutare le richieste di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, esercitando però la leadership che il voto le ha delegato. Così da presentarsi pronta alla convocazione del presidente della Repubblica, con una squadra che dia l’idea di un governo delle competenze capace di agire rapidamente.

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Ridateci i tecnici

giovedì, Ottobre 13th, 2022

Marcello Sorgi

A 24 ore dalle sedute inaugurali delle Camere per l’elezione dei presidenti non c’è ancora un accordo sui candidati. Della lista dei ministri, neanche a parlarne. È in corso uno scontro senza esclusione di colpi tra Meloni e i suoi due principali alleati, Salvini e Berlusconi. Il leader leghista, per evitare il peggio (votazioni a vuoto come per la corsa al Quirinale e franchi tiratori in libertà) ha invocato un ennesimo vertice di maggioranza.

Dopo che da sabato a oggi ne sono falliti due, uno nella villa di Arcore del Cavaliere e un altro in quella romana, dove Meloni, che pretende che le trattative si svolgano in sedi istituzionali, neppure si è presentata. Quasi quasi verrebbe da chiedersi: ma come, non avevano vinto, anzi stravinto le elezioni, grazie al successo della stessa Meloni, che ha trascinato tutta la coalizione, compreso lo sconfitto Salvini e il “sempreinpiedi” Berlusconi? E non aveva promesso, ancora Meloni, già nella notte della vittoria, “responsabilità”? E non si erano subito impegnati nello stesso senso i suoi alleati? E non avevano ribadito la regola interna del centrodestra che chi prende un voto in più va a Palazzo Chigi? E allora cos’è successo per macchiare con questa prima rissa un risultato elettorale così importante?

È accaduto che fin dal primo momento in cui, al cospetto dei suoi alleati, Meloni ha tentato seriamente di applicare la regola, comportandosi come premier in pectore del prossimo governo, gli altri hanno cominciato a storcere il muso. La leader di Fratelli d’Italia ha provato a tastare il terreno proponendo, come segno di distensione dopo una campagna elettorale fatta di minacce e insulti, di assegnare una delle presidenze dei due rami del Parlamento all’opposizione. E quelli: «Stai scherzando?». Allora ha chiesto per il suo partito la presidenza del Senato, com’era già accaduto in passato ai tempi dei governi Berlusconi. Risposta di Salvini: se tu vai a Palazzo Chigi, le Camere toccano a noi. Meloni, risentita ha detto chiaro: intendo formare un governo di alto livello. Voi avanzate le vostre richieste, in termini di ministeri, io cercherò di accontentarvi, ma dev’essere chiaro che chi va a fare cosa lo decido io. E quando le competenze non ci sono, chiamerò dei tecnici.

Apriti cielo: Berlusconi, che in pubblico adopera spesso eufemismi, ha definito la Meloni «arrogante». Salvini, che fa tutto il conciliante, anche nel proporre di risedersi attorno a un tavolo ha ripetuto che i ministri della Lega li sceglierà lui: pacchetto chiuso, da non rispedire al mittente. E quanto alla presidenza del Senato, Calderoli (Lega) val bene La Russa (FdI), anche se in queste condizioni è evidente che nessuno dei due verrebbe eletto.

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