Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Malagiustizia intervenga Mattarella Malagiustizia intervenga Mattarella

sabato, Maggio 1st, 2021

MASSIMO GIANNINI

Corvi e caimani si accaniscono sul corpo piagato della magistratura. Ancora spurgano i miasmi della questione morale, innescata da Mani Pulite, e già si impone una “questione giustizia”, consumata tra gli incunaboli di una corporazione sempre più svilita e data in pasto a un’Italia sempre più sfiduciata. Dal “caso Palamara” al “caso Amara”: sembra gioco di parole. Invece è un gioco di potere. Meschino, perché ordito da manine coperte e veline anonime. Oscuro, perché non è chiaro chi vince e chi perde. Pericoloso, perché getta palate di fango sulle istituzioni repubblicane. Una maxi-inchiesta che deflagra nel Csm e nella Procura di Milano. Un losco figuro che spiffera segreti su una nuova P2. Un Pm che accusa il suo capo di voler rallentare le indagini. Davigo che non si sa a che titolo investe della cosa “chi di dovere”. La sua ex segretaria che non si sa per conto di chi spedisce in busta anonima le carte riservate ai giornali. Tossine micidiali, che avvelenano i pozzi nei mesi cruciali della caduta di Conte e dell’avvento di Draghi. E gettano altro discredito su un potere dello Stato che già ne ha accumulato troppo. In due anni la fiducia degli italiani nella magistratura è crollata dal 60 al 32,1%. Di fronte ai ritardi della malagiustizia e al correntismo l’autogoverno delle toghe non basta più. Urge la riforma annunciata dalla Cartabia e promessa dal Recovery. E urge anche un intervento deciso del presidente Mattarella, che ridia credibilità a un pilastro della nostra democrazia.

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Il dovere di pesare in Europa

venerdì, Aprile 30th, 2021

di Antonio Polito

Da un po’ l’Europa, un tempo così arcigna verso noi italiani, sembra essere diventata una potenza benigna. L’estate scorsa Berlino ha sconfitto le resistenze olandesi e nordiche per concederci la porzione più grande dei fondi per la ripresa; pochi giorni fa Bruxelles ha accettato in ventiquattr’ore le garanzie del nostro governo su come abbiamo deciso di spenderli, rimuovendo le obiezioni al piano; l’altro ieri Parigi ha finalmente accolto dopo decenni la richiesta di estradizione per i responsabili di gravi fatti di sangue negli anni di piombo. Che cosa succede? A che cosa si devono tanti successi italiani?

Si dice che il carisma personale di Mario Draghi e il rispetto di cui è circondato abbiano favorito e accelerato questo processo di upgrading del nostro Paese nelle gerarchie continentali. E sicuramente è vero. Aveva ragione Giancarlo Giorgetti quando si chiedeva come potessimo, nel pieno di una crisi storica, «lasciare in panchina il nostro uomo migliore». Ma la politica internazionale non è mai solo chimica e relazioni personali. Fattori più strutturali devono essere alla base di questa nuova fase.

Non c’è infatti solo una «nuova Italia» sulla scena internazionale; sta anche nascendo una «nuova Europa». I cui contorni sono ancora incerti, ma di certo diversi. Basterebbe dire che a settembre va in pensione Angela Merkel, l’autista del bus, l’autrice e l’interprete del progetto europeo da sedici anni a questa parte. Che Macron, l’altro navigatore, tra un anno ha le elezioni. Che non c’è più la Gran Bretagna. È dunque naturale che le grandi capitali si guardino intorno, cercando nuovi assetti e nuove alleanze. Ed è altrettanto naturale che in questo andirivieni Draghi abbia i tratti rassicuranti di un senior, potenziale perno di stabilità.

Ma c’è di più. In tutta Europa, e in Germania in particolare, si guarda al laboratorio italiano come a un esperimento continentale sull’affidabilità di governo delle forze populiste e sovraniste. L’impegno diretto della Lega nella gestione del piano europeo, e perfino segnali minori come l’astensione in aula di Fratelli d’Italia, sono considerati novità rassicuranti, anche in vista di una possibile futura vittoria elettorale di queste forze in un Paese fondatore dell’Unione. Chi ha a cuore il progetto europeo sta insomma scommettendo sul successo del governo di unità nazionale, il che ci rende decisamente più forti.

Nell’Europa retta dalle Regole, alcune decisamente «stupide» per usare un’antica espressione di Romano Prodi, eravamo condannati al fondo della classifica. Ma ora le regole sono sospese, e chissà per quanto, a causa della guerra contro la pandemia; e così la Politica si sta riprendendo la guida, come ai tempi della Guerra Fredda. L’austerità ci isolava, mentre l’interesse al «debito buono» ci accomuna. La Francia non ha meno bisogno di noi di cambiare il Patto di Stabilità, e cerca alleati per quando un homo novus, o piuttosto una donna nuova, prenderà possesso della Cancelleria a Berlino.

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Lo Stato e lo spirito di parte

mercoledì, Aprile 28th, 2021

di   Ernesto Galli della Loggia

Nei regimi democratici è compito della stampa illustrare con obiettività i punti di vista dell’opposizione, anche quando non li si condivide e ancora di più, quando è necessario, difenderne i diritti. È il caso mi sembra di due questioni importanti venute alla luce di recente e riguardanti rispettivamente Fratelli d’Italia e la Lega.

La prima riguarda i servizi segreti, o per dir meglio le agenzie di intelligence che all’interno e all’esterno del Paese hanno il compito di difendere gli interessi vitali della Repubblica. Servizi segreti che — dopo le ambiguità, le «deviazioni» e i veri e propri tradimenti ormai risalenti all’altro secolo addebitabili ad essi pur se sempre avvolti nelle nebbie dello scarico di responsabilità — dal 2007 obbediscono a una nuova normativa. Stando alla quale essi operano alle dipendenze del presidente del Consiglio (espressione, lo ricordo, di una maggioranza parlamentare), il quale ne nomina i vertici, sovrintende al loro operato e ne porta ovviamente la piena responsabilità politica. Tuttavia, data la delicatezza dei poteri così attribuiti al presidente del Consiglio, la legge ha previsto come una sorta di contrappeso l’esistenza di un Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) con compiti di verifica e di controllo sistematico sull’operato dei servizi stessi.

Non solo, ma al fine di sottolineare il carattere di organo di garanzia del Comitato ha stabilito che presidente del Copasir debba essere sempre un parlamentare dell’opposizione, cioè della minoranza parlamentare. E infatti è sempre stato così fino ad ora. Fino a quando cioè le vicende politiche italiane hanno portato alla costituzione di un governo — quello di Mario Draghi — sorretto da uno schieramento che comprende tutti i partiti salvo uno, Fratelli d’Italia. Al quale quindi, come prescrive la legge e come si è sempre fatto, spetta oggi la presidenza del Copasir. Ecco però che a questo punto il presidente in carica del Copasir, il senatore Raffaele Volpi della Lega, si rifiuta di lasciare la sua poltrona. Senza alcuna motivazione: si rifiuta e basta.

Poco male, si dirà: i presidenti delle Camere — ai quali spetta tra l’altro la nomina del Comitato — esistono proprio per questo: per far rispettare le norme secondo le quali deve funzionare il Parlamento. Soprattutto, ci piace immaginare, al fine di garantire i diritti della minoranza. Un Parlamento in cui tale diritto è violato, infatti — e tanto più se ciò avviene con il consenso di chi lo presiede — non ha più nulla di un Parlamento. È qualcosa di mezzo tra un Bar dello sport e la Camera dei fasci e delle corporazioni, vale a dire un luogo di discussioni inutili dove può aver ragione sempre uno solo.

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L’Italia è bloccata dalla paura di cambiare

mercoledì, Aprile 28th, 2021
Se non cambiamo il sistema i giovani italiani alzeranno bandiera bianca e sceglieranno rassegnazione o espatrio – Beppe Severgnini /CorriereTv
La videorubrica Fotosintesi
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Un appello all’unità non raccolto dagli alleati

martedì, Aprile 27th, 2021

di Massimo Franco

I toni ecumenici e a tratti solenni scelti ieri da Mario Draghi per presentare il suo Piano per la ripresa sembravano provenire da un altro pianeta. Il premier ha evocato il democristiano Alcide De Gasperi, regista della ricostruzione postbellica, e la consapevolezza di un destino comune; ma con più di una sottolineatura dei rischi che si corrono. Sa di dovere fare i conti con una maggioranza in ebollizione; e incline a comportarsi in modo opposto allo spirito unitario invocato ieri. A guardare bene, l’unico punto di contatto che i partiti della coalizione hanno è proprio Draghi. Nella mezza ovazione che ha accolto la fine del suo discorso alla Camera si indovinano interessi divergenti. La pressione sulla Lega di Matteo Salvini perché abbandoni la tattica della forza di lotta e di governo si accentua. Continua a incalzarlo il segretario del Pd, Enrico Letta, irritato per gli smarcamenti sulle restrizioni dovute al Covid. E, via tweet, si fa sentire anche l’ex premier Giuseppe Conte, quasi volesse segnare un ruolo in vista di una leadership del M5S che tarda a essere formalizzata. Dovrebbe suonare come conferma di un’alleanza allo stato nascente tra Pd e grillini, o almeno di una loro parte. Le parole di Conte contro la Lega dicono anche, tuttavia, che si delinea una sovrapposizione tra i due alleati: con Letta deciso a affermare una politica non subalterna ai Cinque Stelle; e dura con i populismi sul loro atteggiamento nei confronti dell’Ue e di Draghi. I veleni che filtrano da alcuni settori del grillismo verso il premier, accompagnati da parole di nostalgia per il governo Conte, contraddicono gli attestati di lealtà a Palazzo Chigi. E comunque, Salvini non appare intenzionato a cambiare registro. Nel governo la Lega c’è e «ci resta», avverte il capo del Carroccio. Replica alle critiche di Letta sulla «cancellazione del coprifuoco» sostenendo che spingono nella stessa direzione anche molti esponenti locali del Pd. Cerca dunque di intercettare un malcontento trasversale, glissando sul paradosso di una forza che stando al governo organizza la protesta.

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Ultima chance per rimettere in piedi l’Italia

martedì, Aprile 27th, 2021

Marcello Sorgi

Una rivoluzione: cos’altro è quella annunciata da Draghi alla Camera, illustrando il Pnrr, il Piano nazionale per la ricostruzione post-Covid di cui da giorni circolavano le bozze? E chi altri, se non lui, poteva proporla, accettando la sfida di un cambiamento radicale del Paese, pur sapendo che non è affatto facile ottenerlo, senza uno “sforzo corale” degli italiani, ancora tramortiti dalla pandemia? Forse è proprio per questo che Draghi ha detto chiaramente che è in gioco il nostro destino. E lo ha fatto con tale convinzione, che anche una parte delle opposizioni che lo contestavano per i tempi ridotti assegnati al dibattito parlamentare, quando ha finito di parlare hanno cambiato tono. Digitalizzazione, innovazione e competitività. Transizione ecologica nell’agricoltura, nella produzione di energia, nell’efficientamento degli edifici, nella riduzione dell’inquinamento. Strade e treni veloci anche al Sud. Sostegno alla ricerca, ma anche all’istruzione di base e a quella professionale. Politiche attive per il lavoro, leggi: aiutare chi lo perde a ritrovarlo e orientare chi lo cerca verso il futuro.

Salute, per non ritrovarsi più a dover ammodernare le strutture sanitarie nel mezzo di un’emergenza. Misure per favorire la ripresa della natalità. Sono solo titoli e sottotitoli delle sei missioni contenute nel Piano, insieme a una filosofia che Draghi ha spiegato e ripetuto varie volte: parità tra uomini e donne e, almeno come tendenza, riduzione del divario Nord-Sud, aggravato da questi ultimi anni di abbandono.

Per fare tutto questo ci sono 248 miliardi, oppure, secondo altri calcoli, 261: cifre mai viste, assegnate a un Paese, come il nostro, che ha sempre avuto difficoltà a impiegare i fondi europei, o li ha fatti perdere in mille rivoli, senza alcun effetto significativo. Cosa spinge allora Draghi a ritenere che stavolta le cose possano andare diversamente? Non a caso il premier ha citato De Gasperi e la stagione del Dopoguerra. Per certi versi, non è un’esagerazione, la situazione è analoga. Il Covid ha distrutto l’Italia: non ha spianato le città come i bombardamenti, ma ha diffuso il veleno del virus che ha portato i morti a oltre 120 mila, colpito negli affetti migliaia e migliaia di famiglie, fermato le imprese, addormentato i mercati, messo a rischio milioni di posti di lavoro. Solo un forte intervento dall’alto, come fu appunto quello della Ricostruzione, e soltanto un diffuso impegno della gente può segnare il destino, imponendogli una svolta che di qui ai prossimi cinque, sei, sette anni cambi completamente il volto del Paese.

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Piano Cartabia e toghe da rianimare

lunedì, Aprile 26th, 2021

Vladimiro Zagrebelsky

Alla ministra Cartabia è stata assegnata la responsabilità del ministero della Giustizia in un contesto di estrema difficoltà. Il quadro politico è quello che è, segnato da tempo, nel campo della giustizia, da paralizzanti scontri ideologici o di interesse e ora costretto a comporsi in una maggioranza parlamentare tanto ampia quanto eterogenea. La ministra nella intervista di alto respiro rilasciata ieri a questo giornale, mostra di esserne del tutto consapevole. La titolare della Giustizia adotta il metodo di lavoro della prudenza che smussa gli angoli, unendovi il forte richiamo al dovere morale e politico di curare una istituzione la cui salute è vitale per la Repubblica. Numerosi problemi specifici sono stati lasciati irrisolti dai precedenti governi e non possono rimanere senza soluzione: prima fra tutte la questione dell’insostenibile durata della giustizia civile, penale, tributaria, amministrativa. Di essi si occupano ora i qualificati gruppi di lavoro che la ministra ha nominato per rivedere i testi già pendenti in Parlamento.

A loro ha anche affidato il compio di preparare gli emendamenti che presenterà il governo. Si tratta di un lavoro importante e c’è da augurarsi che le proposte vengano accolte in Parlamento senza farne terreno di scontri propagandistici, alla ricerca del “bene comune” richiamato dalla ministra. Tra i temi in discussione ve ne sono alcuni che riguardano l’ordinamento giudiziario, le leggi cioè che definiscono il sistema complessivo del reclutamento, della destinazione alle diverse funzioni e della deontologia dei magistrati professionali, oltre che di quelli onorari. Ma il più visibile – la legge elettorale del Consiglio superiore e la “lotta alle correnti”- è in gran parte di facciata, mentre è venuto il momento di affrontare temi di fondo. L’ordinamento giudiziario in vigore è il frutto di ripetute modifiche, sull’impianto fondamentale che è del 1941.

Risalendo alle origini si trovano i testi piemontesi e prima ancora quelli della Francia napoleonica. L’idea di fondo è quella del magistrato funzionario, bocca della legge da cui dipende. Nel frattempo quella finzione è stata definitivamente svelata. È così emerso il problema – processuale, ma soprattutto culturale – di come render compatibile l’attività individuale del giudice nell’applicare ed enunciare il diritto, con il ruolo che è proprio dell’istituzione giudiziaria nel suo complesso. Prevedibilità e stabilità della giurisprudenza sono in gioco. E quindi anche il ruolo della Cassazione ora impedita dalla massa dei ricorsi, prodotti dalle migliaia di avvocati in Italia abilitati a difendere davanti ad essa. Tema di grande e difficile portata, che deve essere affrontato con la definizione dei limiti del campo di intervento dei giudici, della capacità del sistema di decidere la quantità di controversie che gli sono rimesse, delle alternative possibili alla tutela giudiziaria dei diritti. Per non parlare del diverso e specifico problema del pubblico ministero. Tutto questo, tutto insieme è da affrontare. Non sarebbe adeguato farlo nel solo ristretto e finora improduttivo campo dei professionisti della giustizia, magistrati e avvocati, dimostratisi soprattutto conservatori, capaci di scontrarsi nell’inutile bricolage dei ritocchi dell’esistente.

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L’indipendenza dell’ex burocrate

lunedì, Aprile 26th, 2021

Federico Geremicca

Col passar delle settimane, si va profilando con sempre maggior chiarezza l’elemento che fa di Mario Draghi – nonostante la pesante emergenza economico-sanitaria e le tante traversie – un premier tuttora “forte”. C’entrano, naturalmente, l’autorevolezza e il credito internazionale conquistati sul campo. Ma a pesare è soprattutto (e sempre più) la sua assoluta – e quasi naturale, diremmo – indipendenza dai partiti. Intendiamo da tutti i partiti. E il breve discorso tenuto ieri nella ricorrenza del 25 aprile, in fondo lo conferma.

Un discorso onesto. Nessuna tentazione di letture storiche originali. Pochissima retorica. Nessun volo pindarico. E colpisce, infatti, che a far titolo sui giornali (ma a buona ragione) siano affermazioni tanto condivisibili e sensate da sembrar perfino scontate, banali. Dice Draghi: ai tempi del fascismo e poi della Resistenza “dobbiamo ricordarci che non fummo tutti, noi italiani, «brava gente»…”. E aggiunge: di fronte a quell’orrore “non scegliere è immorale”. La conclusione è netta: “Constatiamo con preoccupazione l’appannarsi dei confini che la storia ha tracciato tra democrazie e regimi autoritari, qualche volta persino tra vittime e carnefici”. C’è qualcuna di queste affermazioni che possa esser seriamente contestata? Oppure qualcuno che, in tutta onestà, se ne possa sentire offeso? Eppure, in un Paese ormai diviso su tutto, nel quale ogni questione – dalle pensioni ai bonus, passando per i coprifuoco – si trasforma in cosa di destra o di sinistra, in un Paese così – dicevamo – nessun premier politico alla guida di una così eterogenea coalizione avrebbe potuto tenere l’onesto discorso di Draghi senza rischiare la crisi di governo in 24 ore. Gli italiani non sono “brava gente”? avrebbero attaccato i patrioti-sovranisti. E da sinistra forse avrebbero insistito: presidente, lo dica che è la destra a non distinguere più tra “democrazie e regimi autoritari”. Ne sarebbe inevitabilmente partita l’abituale zuffa. L’abituale e inutile zuffa.

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Perché abbiamo smesso di ascoltare lo spirito della Costituzione

domenica, Aprile 25th, 2021

MASSIMO CACCIARI

Quale vittoria si celebra il 25 aprile? Non solo quella contro «invasori» che avevano scatenato una guerra che si potrebbe definire «ingiusta», secondo tutti i parametri dello ius belli fino ad allora, almeno a parole, condiviso. È anche la vittoria in una guerra civile, la più tremenda delle guerre e anche quella che più profondamente ne esprime l’essenza, quella in cui «si sa perché si uccide e chi si uccide: il lupo divora l’agnello,ma non lo odia; ma il lupo odia il lupo» (Henry de Montherlant).

Si celebra la vittoria in una guerra come questa a due condizioni – se queste non vengono comprese e rispettate non varrà il motto «guai ai vinti, vae victis», bensì il suo opposto: guai ai vincitori, «vae victoribus».

La prima è che sia la vittoria sulle ragioni che hanno portato al fraterno macello; non basta affermare quelle del vincitore; la giustizia fugge spesso e volentieri dal suo campo (Simone Weil); il vincitore deve con-vincere: mostrare che la sua vittoria ha davvero superato le cause di quell’odio. Solo un nato servo si riterrà vinto fino a quando si sente tale soltanto perché sopraffatto dalla forza del nemico. Ma nulla è più insicuro di una vittoria che si affidi alla naturale servitù dell’anima umana, poiché in quest’anima è altrettanto potente l’impeto alla libertà. E il vincitore è su questo che fa bene a contare, è per la vittoria di quest’impeto che deve con-vincere di aver lottato.

La seconda condizione, strettamente connessa alla prima, è che la vittoria in una guerra come questa celebri l’inizio della rigenerazione di un popolo. La guerra civile non consente mai di ritornare allo stato precedente, a differenza della guerra col nemico esterno, che può permetterne addirittura il rafforzamento. Nulla deve essere come prima dopo il bellum civile, il vincitore dovrà mostrarsi capace di superare l’intero sistema di relazioni politiche, economiche, culturali che lo aveva prodotto, e quindi, in qualche modo, anche di superare sé stesso. Ciò significa che se la guerra civile non è costituente, se essa non genera classi dirigenti nuove e un ethos comune in cui trovino radice gli stessi conflitti che inevitabilmente si generano nella «città dell’uomo», essa, alla fine, non si concluderà che con vincitori apparenti. La guerra civile o brucia ogni spirito conservatore e con quel fuoco illumina il futuro (è ancora Montherlant a parlare) o manca la propria unica giustificazione e non ne rimane che la faccia nefanda dell’odio tra fratelli.

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Recovery plan, la carta che l’Italia non può sciupare

domenica, Aprile 25th, 2021

di Daniele Manca

Immersi in un eterno presente fatto perlopiù di guerriglie verbali, la politica tutta ha dato per scontato che l’Europa fosse lì pronta a girarci quasi un terzo dell’intero ammontare del programma di rinascita Next generation Eu. Un gentile omaggio al nostro Paese. la decisione che a luglio dell’anno scorso presero i 27 capi di Stato si basava sulla comprensione della gravità della situazione. Era l’assunzione di responsabilità da parte di tutte le nazioni dell’Unione di un destino comune. Una così forte assunzione di responsabilità che per la prima volta si decideva addirittura di indebitarsi collettivamente per battere la pandemia e rilanciare il Continente. Quegli oltre 190 miliardi che da Bruxelles dovrebbero arrivare in Italia sotto forma di fondi perduti e prestiti, sono legati a impegni precisi che il nostro Paese ha preso per investire in una transizione ecologica non più rinviabile e in una digitalizzazione che è nei fatti. Ma anche per avviare quelle riforme di cui ogni partito a parole è paladino.

Italia cartina tornasole

Nel piano che la squadra e i ministri del governo hanno scritto ci sono quei riassetti tanto attesi: dalla Pubblica amministrazione alla Giustizia, dalle semplificazioni alle liberalizzazioni. Impegni e tempi di attuazione attraverso cronoprogrammi ai quali sono legate le erogazioni di fondi dell’Europa man mano che si raggiungono gli obiettivi stabiliti e condivisi. L’Unione Europea è a un passaggio fondamentale della sua storia. Di questo se ne sente la tensione in ogni capitale. Al punto che i rilievi fatti in sede di Piano nazionale di resilienza e rilancio (Pnrr) anche all’Italia suonano avulsi dalla realtà di una pandemia che gli Stati stanno combattendo con difficoltà. Ma per le cifre in ballo e per la qualità della sfida e degli ambiziosi obiettivi l’Italia farà da cartina tornasole. Sarebbe perlomeno da ingenui se non peggio, non comprendere che siamo nel mezzo di un processo continuo che si chiama Europa. Ed è un processo continuo anche il Pnrr, basti pensare che dovrà durare fino al 2026. In queste ore e settimane è stato oggetto di confronto e a tratti di veri e propri negoziati tra Roma e Bruxelles. Negoziati che necessitano però una fiducia di fondo tra le controparti. Pena il dover confrontarsi, come troppo spesso accaduto in passato, sulle forme, sulle virgole piuttosto che sulla sostanza. È la fiducia che Mario Draghi si è conquistato in Europa e nel mondo che ci sta garantendo di poter raggiungere l’obiettivo di accedere al Next Generation EU. Di poter lanciare il Recovery plan. È di questo che bisognerebbe essere molto più consapevoli.

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