Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Gli italiani ai margini della società dei due terzi

domenica, Luglio 5th, 2020

di Antonio Polito

Una nuova società dei due terzi: così si presenta oggi l’Italia, alla vigilia dell’autunno più difficile della sua storia repubblicana. L’immagine dei due terzi fu «inventata» negli anni 80 del Novecento da uno scienziato sociale e politico tedesco, Peter Glotz: intendeva descrivere la divisione tra «garantiti» e «non garantiti» che aveva messo in crisi la coesione nei Paesi europei e posto fine alla «golden age» socialdemocratica. Ma mentre allora il motivo dell’esclusione era prevalentemente salariale, oggi il terzo della società rimasto fuori soffre di forme del tutto nuove e diverse di disuguaglianza.

Spulciando tra le cifre dell’ultimo rapporto Censis si scopre infatti che sono un terzo i percettori di reddito che hanno visto ridursi le proprie entrate a causa del Covid-19 (dipendenti in cassa integrazione, titolari di attività retail, ristoratori e baristi, partite Iva), mentre i restanti due terzi hanno continuato ad avere flussi in entrata pressoché identici, e anzi hanno risparmiato di più per i minori consumi. Ma, allo stesso tempo, un terzo sono anche le case sotto gli 85 metri quadrati, in cui cioè la quarantena non può davvero essere stata una vacanza. E un terzo sono state le famiglie rinchiuse in quelle case senza avere né un personal computer né un tablet per fare videoconferenze, didattica a distanza, acquisti on line: cioè senza poter vivere come gli altri.

Il terzo di esclusi, di chi ha avuto un colpo più grave dalla crisi sanitaria e avrà ora più difficoltà ad adattarsi, non è omogeneo. Parafrasando un celebre incipit, si può dire che ogni famiglia infelice durante il lockdown lo è stata a modo suo. È anche probabile che i vari «terzi» non coincidano del tutto tra di loro. Il titolare di una tavola calda che viveva sui pasti degli impiegati pubblici della zona, con gli uffici chiusi da mesi e ancora per mesi, ha perso certamente reddito; ma probabilmente ha un computer a casa. Mentre un impiegato pubblico che il lavoro non l’ha perso, magari vive in una casa sotto gli 85 metri quadrati. Ciò che unifica questi segmenti di italiani rimasti ai margini è una condizione socio-culturale, più che strettamente economica, trasversale rispetto alle classi e alle stratificazioni tradizionali.

Un terzo sono per esempio i professionisti «poveri», che registrano un reddito annuo inferiore a 11.600 euro. Un terzo sono i commercialisti che hanno chiesto e ottenuto il bonus da 600 a causa del crollo delle proprie entrate. Nuove povertà possono annidarsi anche tra avvocati o architetti, in moderne sacche di lumpen-ceto medio. Il numero delle famiglie unipersonali è un terzo del totale. Ed è difficile negare che chi vive da solo abbia sofferto l’isolamento più di ogni altro, a dispetto della retorica sulla «dolce vita» dei single. Anche perché quasi la metà di quelle famiglie è composta da un anziano solo, molto spesso una vedova.

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Toninelli e la scemocrazia

domenica, Luglio 5th, 2020

A populista, populista e mezzo, e non è una buona notizia.

Non è un buon Danilo Toninelli, non uno infine aggrappato a uno sperone di politica col vuoto di sotto: ci è già cascato dentro, e ci trascina tutti. Non è un buon Toninelli quello seduto ai tavolini di un bar romano, attorniato da gente orgogliosamente di borgata nella prestanza muscolare e nell’esercizio di pensiero: Bibbiano, gli dicono. Vogliono sapere di Bibbiano, vogliono sapere che ci facciano i grillini con quelli di Bibbiano, ed è un ritornello sanremese, ce lo cantiamo e ce lo ricantiamo. Che ci fai Toninelli, tu, con quelli di Bibbiano, i cannibali del Pd, con gli orchi, che ci fai, eh? In uno slancio di erudizione da manuale di citazioni, verrebbe da ritirare fuori il pifferaio magico, me è molto peggio, non ci sono né pifferi né magie, è l’abisso del nulla, e quando si eleva il nulla a parametro della vita, sempre nel nulla si resta sprofondati.

E infatti, accerchiato dal nulla nerboruto – di lingua e di braccia – Toninelli, che è il nulla soltanto di lingua, non può compiere un passo: ne basterebbe uno solo, dentro la realtà che è sempre più forte della scemocrazia, obbliga a cambiare, a complicarsi, ad accettare il “compromesso al ribasso” (questi cercano il compromesso al rialzo, santo cielo, vorrebbero pure stendere delle finanziarie col compromesso al rialzo e, guarda un po’, i conti non tornano mai) nella consapevolezza (altra parola al vento in tempo di tormenta) che col compromesso non si arretra, si avanza. Basterebbe compiere quel passo, non cambierebbe nulla coi contestatori armati dello stesso vocabolario di Toninelli, del suo stesso calibro argomentativo, ma almeno sarebbe cambiato qualcosa in Toninelli.

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Il ruolo dei magistrati e le insidie della politica

sabato, Luglio 4th, 2020

di Ernesto Galli della Loggia

Per l’ennesima volta — questa volta a causa delle recenti, controverse rivelazioni sulla sentenza che a suo tempo condannò Silvio Berlusconi per frode fiscale determinandone l’espulsione dal Parlamento — per l’ennesima volta, dicevo, è in discussione l’indipendenza dei magistrati. Naturalmente quando si parla d’indipendenza si parla essenzialmente d’indipendenza dalla politica, dai veri e propri condizionamenti diretti o dalle suggestioni che la politica, in modo particolare l’esecutivo, può esercitare per influenzare le pronunce dei magistrati. E si sa che proprio a difesa di tale indipendenza la Costituzione ha posto due argini invalicabili: da un lato l’impossibilità per la politica di determinare la carriera dei magistrati (che infatti dipende per intero dal Consiglio superiore della magistratura), e dall’altro l’obbligatorietà dell’azione penale per il pubblico ministero, che quindi, a differenza di quanto avveniva un tempo, per questo aspetto decisivo dell’amministrazione della giustizia non ha alcun rapporto di dipendenza dal ministro, cioè dalla sfera politica.

Della piena efficacia di tali argini i magistrati si sono sempre detti soddisfatti giudicandoli sufficienti — insieme alle cospicue retribuzioni di cui godono: le più alte della Pubblica amministrazione — a garantire la loro indipendenza.

Curiosamente invece nessuno di loro, almeno che io ricordi, così come la loro associazione, ha mai sollevato il problema che l’indipendenza della magistratura può conoscere, in realtà, anche una diversa e certamente non minore insidia rispetto a quelle menzionate. E cioè l’insidia rappresentata delle offerte di benefici, cariche, incarichi, con cui direttamente o indirettamente la politica può allettare o ricompensare i magistrati. Offerte di cui è ovvia la capacità condizionatrice: infatti, se io so che agendo in un certo modo potrò risultare gradito a chi ha molti modi per poi compensarmi, ad esempio offrendomi questo o quell’incarico, ciò rappresenta sicuramente una potenziale ma effettiva insidia alla mia indipendenza. Che per attuarsi ha bisogno in questo caso del mio accordo, è vero, ma ciò non significa nulla: l’indipendenza dei magistrati è un bene posto a garanzia della collettività, non è un privilegio del singolo magistrato. Curiosamente, comunque, una tale minaccia sospesa sull’indipendenza della magistratura non è mai stata oggetto di alcuna denuncia da parte della stessa.

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Creare lavoro. Altro che bonus per monopattini

venerdì, Luglio 3rd, 2020

di GIUSEPPE TURANI

Il Covid 19 è ancora un problema sanitario rilevante, e ci costringe a delle vite un po’ assurde, con mascherine e senza abbracci, ma sta diventando anche un problema economico pesantissimo. Quasi insopportabile per la società italiana. Gli osservatori più prudenti stimano che provocherà una caduta del nostro Pil (cioè della ricchezza prodotta in un anno, quella da spartire fra di noi) di circa il 12 per cento. Il calcolo è solo teorico e molto teorico: in realtà, nessuno sa quanto il covid durerà, e quindi nessuno sa per quanto tempo bisognerà funzionare con il freno a mano tirato. Ma, giusto per orientarci, possiamo fare due conti: un crollo del 12 per cento del Pil significa circa 180 miliardi in meno.

Ma basta salire un poco più su e si arriva a 200 miliardi di benessere in meno. Ma credo che alla fine i conti saranno ancora più pesanti. Un po’ tutte le categorie chiedono aiuti allo Stato, come è giusto. Solo che il nostro Stato non ha soldi, solo debiti. Per fortuna, abbiamo tre signore che ci aiutano: Angela Merkel, un colosso umano che da 11 anni amministra il più grande paese europeo, la Germania, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea e Christine Lagarde, presidente della Bce.

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L’alibi (per tutti) del capitano Salvini

venerdì, Luglio 3rd, 2020

di Venanzio Postiglione

Un alibi si aggirava nei cieli d’Italia nel lontano anno 2019. Matteo Salvini. Alibi per il centrodestra: «C’è solo un Capitano», come urlano i tifosi di calcio, inutile affannarsi su squadra, programmi, scenari. Alibi, ancor più, per l’alleanza (se è un’alleanza) tra Pd e Cinque Stelle, nata proprio per arginare il leader leghista. L’atto fondativo, non a caso, è stato il discorso di Giuseppe Conte contro Salvini, in Senato, il 20 agosto dell’anno scorso. Il grande strappo. Che in poche ore ha chiuso una stagione e ne ha aperto un’altra: stesso premier, nuovo governo. Salvini contro tutti, tutti contro Salvini. Troppo facile.

Ma l’Italia è un luogo creativo e così per i suoi politici ha inventato l’immortalità breve. Sono onnipotenti. A tempo. Da Arcore a Rignano. Il leader che spacca il Paese: di qua o di là, lo ami oppure lo detesti, in una dinamica che diventa una delega in bianco. A favore di chi sta con lui e di chi lo contrasta. Le elezioni europee del 2019, con la Lega al 34,3 per cento, hanno consacrato (e magari spiazzato) Matteo Salvini. Il centrodestra era lui, Palazzo Chigi alle porte: poi è andata diversamente. L’ultimo sondaggio di Pagnoncelli, con mille e più cautele, indica la Lega al 24, Fratelli d’Italia sopra il 16 e Forza Italia attorno al 7. Mentre il Pd supera di poco il 20 e i Cinque Stelle sono al 18. Sempre che sia così, in meno di un anno il modello Salvini-centrico è diventato un sistema in equilibrio. I primi quattro partiti divisi da appena otto punti, distanze più corte, una sorta di anticipo di proporzionale prima ancora che esista una legge proporzionale. Lo stesso centrodestra, se unito, sarebbe al 47,5: non una vittoria già scritta in tribuna ma una partita tutta da giocare in campo.

L’antico Polo delle Libertà inventato da Berlusconi è una lavagna dove qualcuno, prima o poi, dovrebbe mettersi a scrivere un programma di governo. Non un testo da opposizione militante, quello è facile e la squadra di Conte aiuta molto, e neppure il libro dei prestigiatori dove tutto è pagato con i buoni del tesoro e l’Europa alla fine resta avara e cattiva: ma un serio progetto alternativo. Se il Capitano non è più l’unico e il solo, dove sono gli altri? Chi prova una sintesi tra i sovranisti e gli europeisti? Chi spiega come si torna a scuola (si può fare anche dall’opposizione)? Se il centrodestra racconta da anni che l’Italia è il Paese dei moderati, non si capisce perché continui a spaventarli. Anche adesso che Salvini non è il protagonista assoluto e l’alibi per restare immobili si è perduto.

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L’audacia che manca al Pd e ai Cinque Stelle

giovedì, Luglio 2nd, 2020

di Paolo Mieli

L'audacia che manca  al Pd e ai Cinque Stelle

Convincenti i dieci punti a favore del Mes che Nicola Zingaretti ha enunciato lunedì sulle colonne di questo giornale. Un manifesto assai efficace, ben scritto, ottimamente argomentato. Condivisibile, a parer nostro, dalla prima all’ultima parola. Spiace che i partner di governo abbiano lasciato cadere quel testo senza degnarlo nemmeno di qualche considerazione. Una scortesia non nuova nei confronti del segretario Pd, trattato con sufficienza dal M5S anche quando ha chiesto di riprendere in considerazione lo ius culturae o una radicale revisione dei decreti Salvini. Forse dipende dal fatto che, quando lancia le sue proposte, Zingaretti lascia trasparire di essere per così dire rassegnato a una mancata risposta dai seguaci di Vito Crimi.
Ma forse invece la proposta di Zingaretti non è stata accolta per la generale consapevolezza del fatto che in Parlamento non c’è una maggioranza favorevole alla richiesta del Mes. Sono orientati al sì il Pd, i seguaci di Matteo Renzi, quelli di Silvio Berlusconi e quelli di Emma Bonino, più qualcun altro in ordine sparso. Contrari, i partiti del precedente governo (e già loro sarebbero maggioranza) a cui si aggiungono Fratelli d’Italia e una quota non quantificabile della sinistra più radicale divisa tra il ministro Speranza all’apparenza filo Mes, Loredana De Petris schierata (come Conte) per il rinvio a settembre dell’eventuale richiesta e Stefano Fassina che ha definito il ricorso al Fondo salva Stati «inutilmente pericoloso», utile soltanto a «tirare a campare qualche mese».

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Il silenzio Pd sulle manovre contro il Cav

mercoledì, Luglio 1st, 2020

di PIERFRANCESCO DE ROBERTIS

L’ultimo audio sulla sentenza pilotata contro Berlusconi e le chat perugine tra giudici secondo cui Salvini doveva «essere colpito» a prescindere, rafforzano il sospetto che una parte della magistratura abbia operato secondo fini che esulavano dal proprio ambito e spostano il discorso sul politico: perché un’ampia parte della classe dirigente non interviene e si gira dall’altra parte? Può una classe politica e istituzionale degna di questo nome non indignarsi di fronte alla possibilità che un protagonista della vita del Paese, Silvio Berlusconi, sia stato fatto fuori con sentenze forse pilotate, mentre sul suo successore al vertice del centrodestra, Matteo Salvini, si sia scatenata la solita furia dei pm?

Eppure di fronte all’ennesima rivelazione, anche ieri la sinistra è rimasta muta. Dei grillini, che pure esprimono il ministro della Giustizia, neppure parliamo. Ma il Pd? Silenti anche loro. Viene quindi da pensare che per Zingaretti e soci le cose vadano bene così, chiedono la verità su Ustica e su Giulio Regeni (e fanno bene a farlo perché sono vicende scabrose) e in questo modo credono di aver chiuso i conti con la giustizia. Solo i renziani hanno evidenziato alcuni distinguo.

A sinistra o sono quindi conniventi o più probabilmente hanno paura, forse credono che in circostanze di questo tipo basti aspettare che passi la bufera. Il punto è però che storture talmente evidenti minano in modo radicale il rapporto di fiducia tra cittadini e Stato, il supremo patto di cui le forze politiche e istituzionali sono garanti. La gente non mangia pane e sentenze, è vero, ma dare l’idea di accettare un gioco così sporco finisce per screditare la credibilità stessa di una parte politica.

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Cosa unisce (ancora) Lega e Movimento 5stelle

mercoledì, Luglio 1st, 2020
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di   Angelo Panebianco

Il principale partito di governo, i 5 Stelle, e il principale partito di opposizione, la Lega, non vogliono i fondi europei del Mes. Gli argomenti di Matteo Salvini (sul Corriere di ieri) per giustificare il rifiuto di denaro che, impiegato nella sanità, consentirebbe di destinare ad altri usi le nostre scarse risorse, sembrano piuttosto fragili. Più che altro, servono a ribadire la diffidenza leghista per tutto ciò che ha il marchio dell’Unione europea (nonché della detestata Germania).

L’opposizione di 5 Stelle e Lega al Mes offre l’occasione per riflettere sulle somiglianze, ma anche sulle differenze, fra i due partiti. Entrambi vengono definiti «populisti» e, per certi versi, l’espressione è corretta. Coglie quanto hanno in comune. Ma non permette di comprendere le differenze. Una cosa che certamente hanno in comune è l’antieuropeismo (di cui il rifiuto del Mes è una conseguenza). Essere contro l’Europa ha sempre significato, per entrambi i partiti, essere contro l’Establishment, le Caste, il Grande Capitale, l’Alta finanza.

Certo, i loro differenti ruoli del momento (l’uno al governo, l’altro all’opposizione) comportano divergenze di toni e di stile. In materia di Europa, i 5 Stelle ricordano oggi la posizione dell’allora segretario del Partito comunista, Enrico Berlinguer , sulla Nato ai tempi del compromesso storico. Al fine di rendere il proprio partito pronto per l’ingresso nel governo, in una memorabile intervista al Corriere del 1976, Berlinguer dichiarò di preferire la Nato al Patto di Varsavia. Ma l’accettazione formale della Nato non impedì a un partito pieno zeppo di antiamericani e di filosovietici, di mobilitarsi, pochi anni dopo, contro gli euromissili (ossia contro la risposta difensiva della Nato al dispiegamento di missili sovietici puntati contro l’Europa). L’accettazione formale coesisteva con una perdurante opposizione sostanziale.

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Mes, il governo è in panne e l’Italia affonda

martedì, Giugno 30th, 2020

Alessandro Sallusti

La partita per come rimettere in piedi l’Italia e soprattutto su chi dovrà farlo sta entrando nel vivo e mai come oggi, nel grande gioco della politica, poco o nulla è come appare ufficialmente.

È una partita aperta a diverse soluzioni e per questo nessuno si fida di nessuno. Ogni giorno c’è qualche schermaglia, si tasta il terreno, un passo avanti e due indietro in una estenuante guerra di posizione fatta di interviste, provocazioni e smentite. Conte ormai gioca per sé e questa è l’unica cosa certa. Per i Cinque Stelle è la partita della vita e sono, tra i partecipanti, gli unici senza opzioni: o tiene questa alleanza o vanno tutti a casa e arrivederci rivoluzione. Zingaretti gioca per salvare la sua segreteria e tenere il Pd al centro del campo, Berlusconi gioca per tornarci in campo da titolare e Renzi gioca per continuare a esistere come soggetto politico. Tutti giocano con e contro tutti e tutti giocano per tenere fuori dai giochi Salvini e la Meloni, che al momento possono solo sperare in un incidente che ci rimandi al più presto a votare (ipotesi assai remota).

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La sfida ai sacerdoti del cavillo

martedì, Giugno 30th, 2020

di RAFFAELE MARMO

Aggredire il mostro preistorico (in tutti i sensi) a mille teste della burocrazia italiana è, come Qn ha da anni documentato, il presupposto di ogni tentativo di rilancio economico e sociale del Paese. Lo è infintamente e drammaticamente di più per un Paese ripiegato e accartocciato su se stesso come è l’Italia nei mesi della stentata uscita da una terribile pandemia.
Arriva fin troppo tardi, dunque, il decreto «semplificazioni» annunciato dal governo. Ma meglio tardi che mai. A condizione, però, che il premier Conte e i leader della maggioranza abbiano il coraggio di respingere al mittente i tentativi di svuotamento in corso da parte del solito ambientalismo parolaio e del grillismo giustizialista d’antan.

Ai signori del cavillo e del sospetto, ai guru green da salotto, ai presuntuosi formalisti in salsa legalitaria, insomma a tutti coloro che anche in presenza di un’economia devastata nei suoi fondamentali continuano a fare i puristi delle norme e delle procedure, dei codici degli appalti da mille pagine e duecento regolamenti, consigliamo innanzitutto la lettura di un paio di manuali del perfetto burocrate italiano. “È nato prima l’uomo o la carta bollata? Storie incredibili (ma vere) di una Repubblica fondata sulla burocrazia” di Alfonso Celotto, e “Io sono il potere. Confessioni di un Capo di gabinetto” di un anonimo grand commis di decine di governi.

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