Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Le vere libertà e i falsi miti

giovedì, Settembre 23rd, 2021

di Goffredo Buccini

Certi rimedi contro il Covid, «miracolosi» eppure non riconosciuti dalla comunità scientifica, sono i liocorni di questa nostra stagione travagliata

A circa tre lustri dalla nascita di Facebook e Twitter, le nostre democrazie, basate su partecipazione e libero consenso, fanno ancora grande fatica a prendere le misure alla piazza virtuale e ai cittadini della Rete. Il Covid, gigantesco specchio deformante dei guai che ci affliggono, ha enfatizzato tali difficoltà, moltiplicando la circolazione di menzogne e falsi miti quanto quella delle proprie varianti. È un fenomeno che potremmo esemplificare nel paradosso del liocorno: si può dimostrare l’esistenza di qualcosa ma è impossibile dimostrare in via definitiva che qualcosa non esiste. Posso cioè provare che esistono i cavalli ma non che non esistono i liocorni, argomenta un esperto di credenze collettive come Gerald Bronner: se affermo che i liocorni non si sono mai visti e che sono contraddetti dalla zoologia riconosciuta, ci sarà senz’altro qualcuno che, adombrando un complotto, mi obietterà che dubita della scienza ufficiale (alla quale del resto è lecito imputare molti errori), che possono nascondersi liocorni in anfratti inesplorati, che un suo conoscente ne ha appena incontrato uno, che può mostrarcene persino le tracce delle quali, sicuramente, ha una documentazione fotografica da esibire.

C erti rimedi contro il Covid, «miracolosi» eppure non riconosciuti dalla comunità scientifica, sono i liocorni di questa nostra stagione travagliata: si proclama non solo che esistono ma che funzionano «di sicuro», ed è inutile che proviate a confutarne l’efficacia. Se, per avventura, vi imbatterete nella narrazione social sull’ivermectina, l’antiparassitario assunto come prodigioso da numerosi no vax, sarete sommersi da link pseudoscientifici sui suoi successi e solo con un paziente lavoro di demistificazione avrete qualche possibilità di venirne a capo. Vi inonderanno di copertine del magazine «Mountain Home» sul farmaco che «ha bloccato il Covid» in un ospedale di Buffalo e su Judy, la nonnina ottantenne che, salvata dal medico negazionista Pierre Kory, guida la lotta mondiale per fermare la pandemia e sbugiardare noi, giornalisti corrivi con le case farmaceutiche dominanti. Vi riempiranno di mail e post sui trionfatori della malattia grazie ai suffumigi allo zenzero e di santini di Robert Malone, il medico ospite di War Room di Steve Bannon ad agosto e del nostro Senato pochi giorni orsono, che si è falsamente attribuito l’invenzione dei vaccini mRNA, ha falsamente sostenuto che Pfizer fosse un vaccino diverso da Comirnaty (che ne è il nome commerciale), ha propalato tra i primi la teoria fasulla secondo cui le varianti nascono come reazione al vaccino».

I tifosi di Malone e di Kory ne sapranno sempre una più di voi, perché il fazioso digitale è un monomaniaco compulsivo che passa il tempo a cercare evidenze per le proprie teorie. Questa circolazione di falsità sostenute da «prove inconfutabili» è motivo di affanno per molti sistemi democratici. La prima stagione del trumpismo, conclusasi con la più gigantesca fake news dei nostri giorni (le elezioni che sarebbero state «rubate» da Biden, menzogna della quale è ancora convinta la maggioranza dei repubblicani e che ha condotto all’insurrezione del 6 gennaio), s’è presentata subito con una surreale alterazione della realtà: contestando le immagini aeree che mostravano come all’inaugurazione del magnate nel 2017 ci fosse sul National Mall circa un terzo del pubblico rispetto all’insediamento di Obama nel 2009, lo staff del neopresidente ha dapprincipio accusato la stampa di «voler sminuire il sostegno enorme» per Trump e poi, di fronte all’ironia di tutti i media, ha avanzato la strabiliante teoria dei «fatti alternativi» (come dire: piove o c’è il sole? Dipende dai punti di vista).

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Il vaccino ai bimbi e le nostre paure

giovedì, Settembre 23rd, 2021

Eugenia Tognotti

L’impressione è che non c’è da esagerare con l’ottimismo sulla resa dei conti che si profila dopo la divulgazione, da parte di Pfizer e BioNTech, dei risultati dello studio di fase 2/3 che mostrano un favorevole profilo di sicurezza e solide risposte anticorpali neutralizzanti nei bambini di età compresa tra i 5 e gli 11 anni. A far prevedere i toni e il grado di impetuosità degli oppositori, non è il grido di battaglia “giù le mani dai bambini”. Che rimanda, di per sé, al rifiuto in toto delle pratiche vaccinali e alla sfiducia nel potere pubblico come garante della loro coerenza ed eticità, per adulti e bambini. Ad annunciare la durezza e la violenza (si spera solo metaforica) dello scontro, prima ancora che giunga il pronunciamento degli enti regolatori – l’Agenzia europea del farmaco (Ema) e la Food and Drugs Administration americana (Fda) – è piuttosto la narrativa che monta sul web circa la dannosità e l’inutilità della vaccinazione per i bambini in una fascia di età in cui i rischi non sono controbilanciati dai benefici che negli anziani superano chiaramente i rari effetti collaterali.

Nella lunga storia della vaccinazione, accompagnata da profonde e vivaci controversie, di natura sia scientifica che politica e ideologica, i motivi del rifiuto dei genitori a far vaccinare i bambini sono cambiati, intrecciando i vecchi con i nuovi, vaccino dopo vaccino, dall’antivaioloso all’anti morbillo-parotite-rosolia (MPR): il rischio di trasmettere la malattia che la vaccinazione si proponeva di prevenire; le preoccupazioni sulla sicurezza del vaccino; il livello di fiducia nelle autorità sanitarie; il grado di informazione sulle procedure di produzione e sugli eventuali rischi legati a contaminazioni; l’effettiva capacità della vaccinazione di assicurare la protezione; la possibilità che i vaccini indeboliscano il sistema immunitario. Favorendo l’insorgenza di altre malattie, legate a patologie di tipo costituzionale, sistemico o cronico, come la malattia di Crohn, l’artrite cronica, la sindrome della morte improvvisa, l’encefalopatia. E, soprattutto, l’autismo. I risultati delle sofisticatissime ricerche, di tipo clinico ed epidemiologico, condotte anche sulla spinta delle inquietudini e dell’ansia sociale, sono stati sempre negativi e il legame causale fra vaccinazione e insorgenza di malattie croniche non ha mai potuto essere verificato. Pure le ansie non hanno mai lasciato il campo e rimangono sullo sfondo nella durissima battaglia sulla scelta – che potrebbe porsi a breve – di somministrare i vaccini ai bambini.

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La politica che manca all’Europa

mercoledì, Settembre 22nd, 2021

di Ernesto Galli della Loggia

L’Unione europea dice di voler costituire forze armate comuni senza stabilire preliminarmente, però, chi avrà il potere di decidere come e dove impiegarle e attraverso quale procedura

A lla fine la brutale evidenza dei fatti ha avuto la meglio e nei giorni scorsi i vertici dell’Unione europea e dei maggiori Stati che la compongono hanno dichiarato praticamente all’unanimità che è giunta l’ora che la Ue abbia un esercito comune (e anche un’intelligence comune, si sono spinti a dire). Un esercito — sembra di capire — concepito non già per le cosiddette «missioni di pace» — come quelle che i vari eserciti europei conducono da decenni, coordinati ma ognuno per proprio conto e con non eccelsi risultati — bensì per fare ciò a cui da alcuni millenni servono gli eserciti: per fare la guerra o minacciarla.

Ma è difficile, assai difficile, che alle intenzioni seguano i fatti. Per una ragione soprattutto: e cioè che l’Unione europea dice di voler costituire un esercito senza stabilire preliminarmente, però, chi avrà il potere di decidere come e dove impiegarlo e attraverso quale procedura. Una dimenticanza non da poco. D’ora in avanti, infatti, non si tratterà più, com’è sempre avvenuto finora per i vari eserciti europei, di aderire a decisioni d’intervento prese da organismi terzi, tipo la Nato o le Nazioni Unite. D’ora in avanti, viceversa, s’immagina che ci sia una qualche autorità specificatamente europea investita del potere di alzare il telefono e — con un’iniziativa del tutto autonoma, svincolata da qualsiasi altra — di ordinare al comandante dell’esercito dell’Unione di intervenire in questa o in quella parte del mondo.

M a quale sarà mai l’autorità dotata di un simile potere? Un potere tanto più grande in quanto, tra l’altro, il previsto esercito europeo non è certo pensato soltanto come uno strumento difensivo, per rispondere a una (del tutto inimmaginabile) aggressione contro uno Stato dell’Unione (caso, eventualmente, di immediata pertinenza della Nato), bensì in tutt’altra ottica. Esso dovrebbe servire infatti come strumento operativamente offensivo, a tutela di interessi chiave della Ue da definire di volta in volta. Con una decisione intrinsecamente di politica estera, insomma, implicante una proiezione militare che in qualche modo potrebbe dar luogo anche ad un conflitto bellico sia pure di portata limitata.

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Giorgetti mangia i bimbetti

mercoledì, Settembre 22nd, 2021
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di   Massimo Gramellini

Uno dei segnali d’impazzimento del dibattito pubblico è la trasformazione del prosaico ministro Giancarlo Giorgetti in un perfido emissario dell’Internazionale Comunista. Di questo laborioso artigiano lombardo della politica nessuno ricorda una battuta più corrosiva di «ciao, come va?». Eppure, la corrente avanguardista della Lega lo dipinge come un pericoloso sovversivo in combutta con i poteri fortissimi.

Francesca Donato, pasdaran del libero contagio in libero Stato, ha appena motivato le sue dimissioni dal partito di Salvini con il fatto che lì dentro non comanderebbe più l’addetto ai selfie, ma il plumbeo Giorgetti. Tra i «No Vax, Sì Dux», come li chiama per celia Bersani, c’è ormai chi parla apertamente di Banda Giorgetti, con il ministro che sussurra a Draghi e nel frattempo tesse la tela al centro, mentre a Nord Est i governatori capeggiati da Zaia diffondono il verbo del marxismo-giorgettismo nei soviet del fatturato.

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I reati contro le donne puniti come il terrorismo

martedì, Settembre 21st, 2021

Valeria Valente * P

Che cosa ha di fatto portato alla luce il «caso Palombelli» e perché, secondo me, hanno ragione sia Michela Murgia sia Michela Marzano? Barbara Palombelli non ha fatto altro che dare voce, su una testata televisiva molto popolare, a un pensiero comune, alla cultura patriarcale in cui viviamo. Se una donna viene stuprata, vessata, stalkerizzata, e/o ammazzata da un uomo – spesso il marito, il compagno, il fidanzato, l’ex, ma anche il padre, magari in combutta con i fratelli – è perché in fondo se l’è cercata: era esasperante o insubordinata o vestita in modo succinto oppure voleva lasciare il partner. In sostanza, era ribelle al ruolo stereotipato e subordinato che la società le ha storicamente assegnato e quindi, in fondo, la reazione violenta, che può arrivare all’annientamento, è comprensibile, è giustificabile. L’uomo, il maschio, sta solo reagendo. È questa la narrazione in cui siamo immersi e l’Istat lo documenta, dice che per un italiano su due la donna vittima è anche corresponsabile del reato. Perché, dunque, le parole di una famosa giornalista sono così gravi? Perché i mezzi di informazione sono importantissimi e possono contribuire a cambiare la situazione. Sette femminicidi in sette giorni sgomentano. Ma le leggi ci sono. Dobbiamo trasformare la cultura, ma come riuscirci se i media continuano a riproporre lo stereotipo all’origine di questa strage?

Lo dico da presidente della Commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio e la violenza di genere: l’Italia ha ormai un robusto apparato legislativo. Dalla riforma del diritto di famiglia alla Convenzione di Istanbul fino al Codice Rosso, la violenza sessuale, domestica e il femminicidio sono considerati crimini contro l’umanità, giustamente puniti in modo severo. Nel corso del tempo le pene sono state inasprite, sono stati introdotti nuovi reati come lo stalking, il revenge porn, il matrimonio precoce. Dobbiamo convincerci, senza più alcun dubbio, che le donne continuano a morire ammazzate perché il femminicidio, come tutti i reati di violenza maschile, sono riconducibili alla profonda asimmetria di potere esistente tra uomini e donne nella società. È un problema strutturale che investe ogni aspetto: il lavoro, le carriere, le istituzioni, i rapporti personali, la famiglia, la giustizia. Dobbiamo comprenderlo fino in fondo, e anche capire che la violenza contro le donne e il femminicidio sono l’altra faccia della stessa medaglia che inchioda le donne ai numeri mortificanti e gravi di cui parla e scrive spesso Linda Laura Sabbadini, direttora centrale dell’Istat, pioniera delle statistiche di genere e Chair del W20.

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Tentazioni texane nella destra italiana

martedì, Settembre 21st, 2021

di   Antonio Polito

La destra del futuro sarà texana? In poche settimane il governatore repubblicano di quello Stato, Greg Abbott, ha emanato una legislazione che è un po’ la summa del nuovo conservatorismo radicale: insieme illiberale e libertariano. I due provvedimenti più celebri sono infatti la legge che nega il diritto all’aborto dopo la sesta settimana, togliendo alla gestante la libertà di scelta, e l’ordine esecutivo che proibisce l’imposizione del green pass o di qualsiasi obbligo vaccinale, che invece dà al cittadino totale libertà di scelta. Poiché entrambe le norme intervengono sul delicato tema bioetico dei trattamenti sanitari, anche più clamorosa appare la loro contraddizione interna. Da un lato si rifiuta ogni paternalismo medico, stabilendo che nessuno è tenuto a fare qualcosa neanche «per il suo bene» (come nel caso dei vaccini); dall’altro si introduce il paternalismo etico dello Stato, che decide al posto della donna anche quando è in discussione il suo bene (l’aborto è parimenti vietato in caso di stupro o incesto). L’autorità pubblica può insomma stabilire l’obbligo di gravidanza ma non di vaccinazione. Stato minimo e Stato massimo allo stesso tempo.

Questo complicato rapporto con la libertà (il Texas ha pure ristretto il diritto di voto) si sta manifestando anche in Italia nei comportamenti di alcuni settori di una destra, certo diversa da quella americana per storia e cultura, ma nella quale tendenze anarco-libertarie contro la certificazione vaccinale convivono sempre più spesso con tradizionalismi e moralismi in materia di libertà personale, sessuale e procreativa. Così una destra che non è mai stata liberale, nel senso berlusconiano del termine, e non è mai diventata liberista in economia, si è fatta libertaria sui vaccini oltre ogni ragionevole dubbio.

Non sempre, non tutti. In materia di green pass, per esempio, il gruppo dirigente della Lega che governa, nelle regioni o a Roma, ha espresso con chiarezza il suo ragionevole dubbio: più green pass più libertà per tutti, è la mirabile sintesi di Giancarlo Giorgetti. Ma il messaggio dei leader, Salvini e Meloni, è invece sorprendente per quanto rischia di mettersi in rotta di collisione con il buon senso, oltre che con lo stesso passato dei due partiti e alla lunga perfino con il loro elettorato. L’agitazione continua e ossessiva contro il certificato vaccinale sembra infatti l’opposto di quel motto «legge e ordine» che da sempre è la pulsione principale del voto di destra; e di quella richiesta di interventismo dello Stato che invece è tipica dei ceti più deboli e impauriti dalle vicende della modernità. Mentre invece rafforza il carattere «antagonista» e protestatario di partiti che alla resa dei conti mostrano quasi paura di governare, e di assumersi le responsabilità che questo comporta (le cose che vanno fatte perché si deve, secondo il noto brocardo di Draghi). In questo modo la spinta, anche comprensibile, a interpretare le paure di una parte minoritaria della popolazione — come ha scritto Mauro Magatti sul Corriere — non si trasforma in mediazione per renderla politicamente sensata, ma in distacco progressivo dal sentimento della parte maggioritaria.

Seppure a un livello minore, questa stessa incapacità di diventare «normali» sta caratterizzando anche la campagna elettorale amministrativa. Già nella scelta dei candidati per le grandi città era sembrato prevalere un atteggiamento rinunciatario: dirigenti politici di primo piano da mettere a capo della destra nelle grandi città non sarebbero mancati né a Salvini né a Meloni, mentre invece gli «indipendenti» selezionati dopo lungo cogitare si sono fin qui mostrati non sempre all’altezza.

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Geopolitica del clima impazzito

lunedì, Settembre 20th, 2021

MASSIMO GIANNINI

Non c’è più tempo, gridano in coro Mario Draghi e Joe Biden, mentre in America bruciano le sequoie millenarie, guardiane preziose e perdute della memoria geologica del pianeta. Non c’è più tempo perché quelli climatici non sono più cambiamenti prevedibili, ma sconvolgimenti irreversibili che noi umani osserviamo accidiosi, mentre sul solito ponte del Titanic sorseggiamo il nostro cocktail effervescente di stolide chiacchiere e buoni propositi. L’orchestrina dei G7 e dei G20 continua a suonare, e mentre il surriscaldamento globale desertifica 23 ettari di territorio al minuto, altera il 75 per cento delle terre emerse e minaccia di estinguere un milione di specie animali e vegetali, noi aspettiamo giulivi il nostro pranzo di gala. Ma il futuro, come la rivoluzione di Mao, non è un pranzo di gala. Dopo averne tanto ragionato ai tavoli che contano, tocchiamo adesso con mano che la transizione ambientale ha costi sociali ed economici immensi.

La Conferenza di Parigi pare un gigantesco falò delle velleità. Passano i mesi, e gli obiettivi vanno in fumo alla stessa velocità con la quale ardono le Grandi Pianure a est delle Montagne Rocciose e a ovest del Mississippi, inaridite e battute da un sole impietoso e da un vento impetuoso. È il moderno “Furore” degli elementi. Ricorda quello raccontato da John Steinbeck negli Anni Trenta, quando i primi “rifugiati climatici” fuggivano disperati dalla Dust Bowl. I rapporti Onu sono chiari. Il 38 per cento della superficie terrestre è a rischio desertificazione. Come disse già nel 2010 Luc Gnacadja, responsabile ambiente delle Nazioni Unite, “i primi 20 centimetri di suolo sono tutto ciò che si frappone tra noi e l’estinzione”.

Non li stiamo difendendo, quei 20 centimetri. Il Global Warming asseta il pianeta. Un esempio: la più grande fonte idrica del mondo, la falda di Ogalalla, che si estende dal Sud Dakota al Texas, si ridurrà del 70 per cento nei prossimi cinquant’anni. Se questo accade, secondo gli esperti ci vorranno 6 mila anni di piogge per riempirla di nuovo. Noi stessi, con i nostri insediamenti energivori e i nostri comportamenti carnivori, stiamo contribuendo a generare le future pandemie. Un altro esempio: in Malesia e nel Borneo si radono al suolo le foreste pluviali per produrre legno e olio di palma. Questo spinge i pipistrelli della frutta, in cerca di cibo, ad avvicinarsi alle città e agli allevamenti di suini. Così i parassiti dei pipistrelli infettano i maiali, che poi contagiano gli allevatori. È successo nel 1998, con il virus Nipah. Forse è risuccesso anche oggi, con il Covid-19. Ridurre di un grado e mezzo la temperatura del globo, abbattere le emissioni di CO2, riconvertire le produzioni energetiche da petrolio e carbone a solare ed eolico: tutto sembrava alla portata, tutto sta sfuggendo di mano. Abbiamo scoperto quasi all’improvviso che la rivoluzione verde è bellissima, ma farà morti e feriti. Anzi, li sta già facendo, visto che il cambio di paradigma appena avviato su scala globale sta producendo la stangata sulle tariffe di gas e di elettricità per famiglie e imprese. Il premier italiano ha ragione quando avverte che non possiamo dilazionare e ritardare questa trasformazione, perché l’umanità ne pagherebbe conseguenze devastanti. Ma ha ancora più ragione quando sottolinea che questa transizione così rapida costerà lacrime e sangue in termini di bolletta energetica, e quindi imporrà agli Stati l’obbligo di proteggere le categorie più deboli. A partire dal ceto medio impoverito, che tra la crisi finanziaria del 2007 e la crisi sanitaria del 2020 sta pagando il tributo più alto in termini di discriminazione ed esclusione sociale.

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Libbre, once e malinconia

lunedì, Settembre 20th, 2021

di   Beppe Severgnini

C’è una canzone dei Jethro Tull che, da ragazzo, non mi stancavo di ascoltare: «Living in the past». La band britannica, che è ancora viva e vegeta, potrebbe proporla come inno nazionale, da alternare a quello che rende omaggio all’ammirevole e paziente sovrana Elisabetta. «Living in the past», vivere nel passato. È quello che molti inglesi, di questi tempi, sembrano amare. Non tutti. Ma abbastanza da tenere in piedi le fantasie retró del governo conservatore di Boris Johnson.

  L’ultima trovata è abbandonare il sistema metrico decimale per tornare alle cosidette misure imperiali, come le libbre (pounds) e le once (ounces). Ricordo la meraviglia quando le ho incontrate, durante il primo soggiorno in Eastbourne, Sussex (1972, l’anno di «Living in the past»). Un quindicenne lombardo non riusciva a capire perché una libbra (pound) si chiamasse come una sterlina (pound); né perché dovesse pesare come 16 once. L’introduzione graduale del sistema metrico decimale — pretesa dall’industria britannica — mi ha poi aiutato a dimenticare quegli interrogativi adolescenziali.

  Perché il governo britannico, oggi, torna alla carica? Per premiare gli anziani nostalgici che nel 2016 hanno portato Brexit alla vittoria? Anche, forse. Ma il ritorno al sistema imperiale è qualcosa di più: un modo per segnalare, una volta ancora, la propria diversità dal resto d’Europa. Europa cui il Regno Unito appartiene: storia e geografia non si cambiano con un referendum.

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Andarsela a cercare

sabato, Settembre 18th, 2021
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di   Massimo Gramellini

Barbara Palombelli è una giornalista in gamba che ha fatto del garantismo la sua bandiera, ma stavolta le è scappato il piede sulla frizione. Commentando a «Forum» – programma di dispute giudiziarie di cui è conduttrice – la terrificante sequela di sette femminicidi in una settimana, si è chiesta: «Questi uomini erano completamente fuori di testa oppure c’è stato anche un comportamento esasperante e aggressivo dall’altra parte? La mia è una domanda. Essendo il nostro un tribunale, dobbiamo farcela per forza».

Ma anche no. Nel senso che sarebbe più urgente farsene prima altre. Una su tutte: che cosa esaspera davvero il novantanove virgola nove per cento (periodico) degli uomini violenti? Non il modo di fare della donna, ma il suo modo di essere, cioè il suo rifiuto di considerarsi una loro proprietà. È la perdita del possesso e del controllo a scatenare la reazione omicida del maschio, non il carattere più o meno «esasperante» della donna. Anzi, di solito i comportamenti aggressivi che precedono il femminicidio appartengono all’assassino.

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I piccini all’angolo

venerdì, Settembre 17th, 2021

Mattia Feltri

Sono sempre stato un appassionato di cartine geografiche e da tempo mi riprometto di acquistare un planisfero pacificocentrico, ovvero una mappa del mondo in cui al centro non c’è l’Europa ma l’oceano Pacifico, a destra l’America, a sinistra l’Australia, la Cina, l’India, e l’Europa è lassù, nell’angolo di sinistra, piccola piccola.

Dovrò affrettarmi perché sì, il green pass, i no vax, ma la notizia del giorno mi sembra la stipula di Aukus, un patto per la sicurezza fra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia. Per capire la portata: gli Stati Uniti doteranno l’Australia di sottomarini a propulsione nucleare, cioè condivideranno tecnologie belliche avanzate. La Cina l’ha presa malissimo perché sa di che si tratta: gli americani cercano alleati e presenza militare nel fuoco del mondo, dove la Cina spadroneggia, dove si produce il 60 per cento del pil globale e due terzi della crescita, e dove con il Quad – un’intesa commerciale fra Usa, Australia, India e Giappone in alternativa alla Via della Seta – la partita è già cominciata. Vogliamo portare libertà nell’Indo-pacifico, ha detto Biden.

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