Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Quel ponte che scavalca la burocrazia

venerdì, Febbraio 21st, 2020

Alessandro Sallusti

Ieri l’altro a Genova è stata completata la costruzione del diciottesimo e ultimo pilastro del ponte che andrà a sostituire il Morandi, il cui crollo, nell’agosto del 2018, provocò 43 vittime.

L’inaugurazione della nuova struttura, un capolavoro di ingegneristica e di architettura firmato da Renzo Piano, è prevista per giugno, giusto a un anno dall’apertura del cantiere. È la prova che in Italia quando si vuole è possibile fare grandi opere velocemente e bene, che sul Paese non grava una maledizione divina che ci condanna all’immobilismo e allo sperpero.

Sapete perché a Genova è stato possibile? Semplice: perché la politica, la magistratura penale e civile, ecologisti, ambientalisti, burocrati, faccendieri, mafiologi, nani e ballerine sono stati tenuti alla larga dalle decisioni e dai lavori. Fuori tutto lo Stato, nella cabina di regia solo i vertici di due grandi imprese italiane, la Salini (privata) e Fincantieri (pubblica), un commissario responsabile di tutto (il sindaco di Genova Marco Bucci) e un supervisore (il governatore della Liguria Giovanni Toti). Fine dell’elenco e delle discussioni su cosa e come agire.

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Renzi vuole incontrare Conte e cerca di porre condizioni per trattare

venerdì, Febbraio 21st, 2020

di Massimo Franco

La soddisfazione per l’incontro che la prossima settimana il premier Giuseppe Conte ha fissato su richiesta di Matteo Renzi sembra dire due cose. La prima è che non ci sono crisi di governo all’orizzonte, come ha certificato ieri il commissario europeo agli Affari economici, Paolo Gentiloni. La seconda è che l’obiettivo di Iv appare per ora quello di trattare. Le polemiche delle ultime settimane, gli attacchi all’esecutivo, il voto con le opposizioni sulla prescrizione appaiono strumenti per alzare la posta; per dire a Conte che non può ignorare le richieste renziane.

Sostenere, come fa il leader di Iv, che il colloquio col premier servirà a chiudere «il teatrino» dei giorni scorsi fa un po’ sorridere. Il sentore del bluff è stato sempre acuto, e l’apparizione renziana dell’altra sera a Porta a porta lo ha confermato. Ma non significa che le punture di spillo contro l’esecutivo si fermeranno. Pur facendone parte, Iv continuerà una guerriglia di posizione per spuntare il massimo in termini di nomine; e magari per ottenere una riforma elettorale che riduca la soglia di sbarramento, perché i sondaggi la danno sotto il 5 per cento.

Serafico, Conte si limita a dire che la porta «è stata e rimane aperta». E nega di cercare maggioranze alternative: sebbene la tentazione sia affiorata, in alcuni settori del Pd; e lo stesso premier, nei giorni più tesi della polemica, abbia bollato Iv come la vera opposizione. D’altronde, lo smarcamento renziano dagli alleati costringe il resto della coalizione a guardarsi intorno. Anche ieri, pur dicendo «sì» alle intercettazioni, Renzi in Senato non si è visto per il voto.

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Renzi, tanto rumore per nulla

giovedì, Febbraio 20th, 2020

Alla fine, l’atteso “discorso alla nazione” dalla terza Camera, annunciato come una “bomba” sul governo, si rivela un semplice fuoco d’artificio. Il solito Renzi. Perché, al netto di minacce, penultimatum, politicismo esasperato all’interno di una narrazione dove è assente l’Italia reale, con i suoi drammi e le sue urgenze, manca l’atto o, se preferite, la “pistola di Sarajevo” che determini l’incidente. E l’intera vicenda – l’attesa caricata ad arte, le cene notturne, la tensione permanente – si rivela per quella che è: una sorta di operazione di marketing di un leader ossessionato dalla perdita di consenso, impegnato a cercarlo sul terreno del logoramento al governo.

La sfiducia a Bonafede (un già detto) è annunciata entro Pasqua, se non cambia la legge sulla prescrizione, il che può significare entro Natale o, perché no, entro Capodanno visto che nessuno avrà fretta di calendarizzarla. Sulle intercettazioni Italia Viva voterà la fiducia domani, “sia pur per carità di patria”, ma comunque voterà. Il gioco del “se vuole ci cacci” è l’opposto di un adamantino “me ne vado”, chiaro e motivato, se davvero “così non si va avanti”. In definitiva anche il tentativo di aggancio della destra sul terreno delle riforme con la proposta del “sindaco d’Italia” è una mossa non riuscita. Perché in questo gioco di bluff sia Salvini sia la Meloni, i veri destinatari dell’appello, dicono di no, sia nella formula di un nuovo Nazareno sia nella formula di un governo per le riforme sul modello del “governo Maccanico” che, peraltro, non vide mai la luce. E non la vide perché, allora proprio come oggi, la destra puntava al voto, non ad allungare la legislatura.

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Renzi e il governo, logorare e frenare

giovedì, Febbraio 20th, 2020

di Massimo Franco

Renzi e il governo, logorare e frenare

Vedere passare in poche ore Matteo Renzi dai panni dell’incendiario a quelli del pompiere fa un certo effetto. Verrebbe da dire un effetto positivo, perché significa che la stabilità è salva, almeno per ora. Ma subito dopo diventa irritante, perché si fatica a capire la logica di un’offensiva polemica che a questo punto si rivela fine a se stessa. E ha avuto come conseguenza esclusiva quella di inserire elementi di incertezza artificiosi quanto dannosi per una maggioranza che già stenta a darsi una fisionomia; e per un Paese che deve affrontare una situazione economica di oggettiva difficoltà.

Il leader di Iv ha l’aria del piromane divertito e insieme spaventato dall’inizio di incendio provocato, che incolpa gli altri di avere appiccato il fuoco. Dopo avere lasciato lievitare il rischio di una crisi del governo di Giuseppe Conte, ha additato Palazzo Chigi e il Pd come attentatori alla tenuta dell’attuale maggioranza; e come cercatori di stampelle parlamentari per compensare l’eventuale defezione di Iv. È indubbio che in qualcuno degli alleati una tentazione dev’esserci stata. Alcuni hanno reagito alla guerriglia renziana con toni liquidatori e di sfida, esagerati e simmetrici ai suoi.

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Brexit, il gioco dell’oca britannico

mercoledì, Febbraio 19th, 2020

di Beppe Severgnini

Brexit,  il gioco dell'oca britannico

Possiamo chiamarlo il gioco dell’oca. Oca britannica, ovviamente. Si torna al punto di partenza, dopo molti anni. Back to square one, si dice in inglese. Dal 1° gennaio 2021 i lavoratori stranieri – anche quelli che provengono dall’Unione Europea – dovranno conoscere la lingua inglese ed essere in possesso di un contratto di lavoro, per potere entrare nel Regno Unito. Come accadeva negli anni Sessanta, in sostanza.

Sono appena rientrato dall’Inghilterra, e ho scritto un “diario post Brexit” che uscirà su 7-Corriere il 27 febbraio. Il racconto parte dall’incontro con Sergio Poletti, classe 1940, che possiede tre ristoranti a Chester. Era arrivato a Liverpool come cameriere a ventidue anni, dalla Lunigiana; si è presentato all’Hotel Adelphi di Liverpool e si è intimorito davanti alle porte girevoli. Aveva un contratto di lavoro; se l’avesse perso, avrebbe dovuto rientrare in Italia.

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Le regole che ci strangolano. Il Paese è fermo ma la burocrazia non ha fretta

mercoledì, Febbraio 19th, 2020

di GIUSEPPE TURANI

L’Italia è un paese che dispone di cinque polizie, una selva di centri di controllo e una magistratura attenta e pronta a indagare e a reprimere. Non dovrebbe quindi aver paura a intervenire, anche con misure straordinarie: se qualcuno dovesse uscire dai binari, non andrebbe tanto lontano.
Tutto questo per dire che possiamo permetterci di nominare dei commissari straordinari che facciano quello che la burocrazia impedisce di fare, scavalcando regole e cavilli. Anzi, forse sarebbe l’unico sistema. Ma non lo si fa. Perché? Due sono le ragioni. La prima: la burocrazia fa così paura che difficilmente un’autorità si azzarda a nominare un commissario, anche per aggiustare un tombino, con pieni poteri di intervento. Meglio stare dentro le regole, se poi si impiegano sei anni per un lavoro di sei ore, che importa? La burocrazia non ha fretta.
La seconda ragione è che è difficile trovare spiriti decisi, disposti a fare in appena sei ore quello che normalmente comporterebbe sei anni. Bertolaso era stato uno di questi, figlio di militari, aveva il piglio giusto. Ma ha passato anni sotto attacco dei politici e ha avuto grane giudiziarie a non finire, risolte (con la sua completa assoluzione) solo da poco, dopo anni di su e giù per i tribunali. Credo che non accetterebbe quell’incarico una seconda volta.

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Matteo contro Matteo con un obiettivo comune

mercoledì, Febbraio 19th, 2020

di   Antonio Polito

Matteo Salvini e Matteo Renzi (Ansa)
Matteo Salvini e Matteo Renzi (Ansa)

Matteo Renzi ci sta dimostrando in queste ore che le vicissitudini del suo passato non erano frutto di un «cattivo carattere», come pure si è benevolmente detto, ma bensì di un preciso modo di concepire la lotta politica. Poiché è uno stile che condivide con l’altro Matteo della politica italiana, e non si sa mai se è nato prima l’uovo o la gallina, forse si può provare ad analizzare questo matteismo-leninismo che domina ormai da anni il discorso pubblico nel nostro Paese, quotidianamente in attesa di scoprire chi asfalterà chi, ma perennemente incerto su chi governerà dopo. Non se ne abbiano a male i fan di entrambi, facili all’offesa quando si paragona il loro leader all’altro, considerato il male assoluto; ma per quanto in questa fase Matteo S. sia allo zenit della sua parabola e Matteo R. al nadir del suo consenso, in passato fu il contrario, e molto li accomuna. Del leninismo condividono entrambi una visione dinamica, leaderista e giacobina, rivoluzionaria della lotta politica. Che si risolve nel momento della presa del potere. Che non fa prigionieri.

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Salvini, l’Europa e il gioco di spararle grosse

martedì, Febbraio 18th, 2020

Alessandro Sallusti

Matteo Salvini cambia idea un’altra volta. «O cambia tutto oppure dovremmo fare come gli inglesi e uscire dall’Europa», ha detto ieri, ispirato – sono sue parole – da un pescatore di Bagnara Calabra.

Io non metto in dubbio la competenza economica dei pescatori calabresi, ma a occhio non mi sembra che il loro destino potrebbe cambiare in meglio rompendo il cordone ombelicale con Bruxelles. A questo punto, però, qualche sospetto mi viene riguardo Salvini, che sull’Europa ha cambiato due o tre volte idea in pochi mesi. E diciamo pure che in economia non è stato un fulmine di guerra come in altri ambiti: i tre grandi provvedimenti economici approvati dalla Lega nei mesi in cui ha governato con i Cinque Stelle (reddito di cittadinanza, quota cento e salva imprese) non hanno certo dato i risultati sperati e annunciati, tanto che il Paese è andato indietro invece che avanti.

Detto questo, non credo che Salvini sia così sprovveduto da credere davvero che l’Italia possa seguire l’esempio inglese: noi non abbiamo la Sterlina, né la bomba atomica e neppure il petrolio del Regno Unito, ma soprattutto non siamo inglesi ma italiani.

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La crisi di governo si allontana ma per l’opposizione era già chiaro il «bluff»

martedì, Febbraio 18th, 2020

di Massimo Franco

La crisi di governo si allontana  ma per l'opposizione era già chiaro  il «bluff»

Comincia a prendere forma quello che il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, definisce «un bluff». La crisi del governo di Giuseppe Conte rimane solo virtuale. E l’offensiva di Matteo Renzi tende a ridursi a trattativa, mentre per ora tramonta la manovra di una parte del Pd tesa a spaccare la sua Iv: rimane sullo sfondo come monito a non tirare troppo la corda. Dalle vacanze sulle piste da sci pakistane, Renzi fa sapere che se l’esecutivo cadesse, se ne farebbe un altro. Niente elezioni anticipate: messaggio destinato probabilmente ai suoi parlamentari spaventati dalle urne.

In realtà, sia Conte che Renzi sono in qualche misura obbligati a fingere di non avere litigato e di non avere esagerato: il primo con l’accusa a Iv di essere la vera opposizione, invece di quella di destra; il secondo con una strategia a tavolino tesa, almeno nelle intenzioni, a logorare la maggioranza: anche se finisce per mettere alle corde in primo luogo Iv. L’ex premier forse comincia a capire che se il governo va in crisi, il successivo porterebbe rapidamente il Paese alle elezioni. D’altronde, il Quirinale continua a mandare segnali inequivocabili.

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Le verità spiacevoli per la Ue nella nuova era Trump

lunedì, Febbraio 17th, 2020

di   Federico Fubini

A volte certi episodi minori sono come uno strappo nella rete che rivela in quale situazione versino oggi l’Europa e, al suo interno, l’Italia. Chi si ferma a guardare attraverso quello squarcio vedrebbe un vasto campo di gioco e una squadra — la nostra — che si ostina a giocare a pallavolo mentre ormai le altre, dal resto del mondo, ci stanno affrontando in una spettacolare partita di rugby. Le circostanze sono di quelle che i media internazionali registrano in modo rapido, slegate fra loro. A Washington è stato appena licenziato un uomo che era stato determinante per la tenuta finanziaria dell’Europa, benché molti non ne abbiano mai sentito pronunciare il nome. Negli stessi giorni a Bruxelles lo spagnolo Josep Borrell, vicepresidente della Commissione, si è dovuto scusare per aver pronunciato una verità sconveniente sul cambio climatico. L’uomo licenziato a Washington si chiama David Lipton, ha un dottorato in economia a Harvard, ha lavorato nelle amministrazioni di Bill Clinton e Barack Obama e da nove anni era numero due del Fondo monetario internazionale. Di fatto per lunghi periodi ha gestito l’intera organizzazione. Se l’euro non è andato in pezzi negli anni scorsi, è anche grazie al lavoro tenace di questo funzionario.

Lipton è l’incarnazione stessa del washingtoniano internazionalista, convinto che il suo ruolo nel mondo obblighi l’America a sostenere amici e alleati sulla base di valori, regole e istituzioni comuni. Nella sua visione l’America è la «città che risplende sulla collina» — nella citazione evangelica ripetuta da John Fitzgerald Kennedy, Ronald Reagan e Obama — ispirazione al resto del mondo.

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