Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Fermare il ballo col diavolo

lunedì, Gennaio 17th, 2022

di Ezio Mauro

Non è un innocuo premio alla carriera concesso a un vecchio protagonista ormai sul viale del tramonto, questa candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale, prima e per il momento unica scelta del centrodestra improvvisamente compatto a una settimana dal voto. È al contrario una scelta politica con un significato preciso che rischia – nel caso in cui dovesse realizzarsi – di produrre effetti di lungo periodo sull’intero sistema repubblicano. Quasi trent’anni dopo la “discesa in campo” da Arcore a Roma la trasfigurazione del Cavaliere a Capo dello Stato rappresenta infatti la definitiva prevalenza dell’ideologia sulla storia, che può essere rovesciata, vilipesa o semplicemente ignorata per insediare al vertice del Paese un nuovo esperimento di potere, in lotta non con la sinistra ma con la realtà.


L’immagine del caimano che si trasforma in animale domestico per la grazia di Stato del Quirinale è infatti l’ultimo inganno, il packaging propagandistico che contrabbanda la presidenza come un pensionamento d’onore, senza più armi e munizioni, trasformando il guerriero che ha diviso l’Italia in un mansueto pater familias dell’intera nazione, custode dei Lari e dei Penati di una tradizione condivisa e della loro sacra protezione per tutti, anche i tradizionali avversari, molto spesso in questi anni trasformati in nemici. Certamente Berlusconi, che è prima di tutto un attore interprete di se stesso, saprebbe arricchire le contraddizioni del suo repertorio mimando anche il ruolo del super partes, quando gli conviene. Ma non è questo il punto, perché oggi ciò che conta è il significato della candidatura, il suo nucleo concettuale, dunque la sua portata e la sua ambizione. E tutto questo può essere riassunto in una formula: Berlusconi non viene scelto dal centrodestra e indicato per il Quirinale “nonostante” la sua anomalia, ma “per” questa anomalia intrinseca alla sua figura, dunque insuperabile perché connaturata al personaggio, anzi costitutiva del suo agire pubblico. Talmente intrinseca – un intreccio di conflitto d’interessi, strapotere economico, dismisura mediatica – che ha impedito la trasmissione del comando a un delfino o comunque l’individuazione di un successore, al punto da ipotizzare come unico radicale rimedio la soluzione dinastica, che consentirebbe di consegnare all’erede di famiglia il comando indiviso e l’anomalia, intatta.


È impossibile che leader politici esperti come quelli che guidano il centrodestra non vedano l’irrazionalità della scelta di candidare questa anomalia alla suprema magistratura repubblicana, l’inopportunità di far rappresentare l’Italia dentro il Paese e fuori da un pregiudicato, la singolarità di questa selezione rispetto alle qualità richieste dal ruolo: saggezza, prudenza, decoro, rispetto delle leggi, difesa dell’unità nazionale, scrupolo costituzionale. Il contrasto tra la regola, la tradizione e il nome di Berlusconi è evidente, soprattutto all’estero, tra gli osservatori non sedati dalla propaganda massiccia di questi decenni e dalla deformazione ideologica operata costantemente nel nostro Paese sulla realtà. L’indicazione di Berlusconi è dunque stata fatta con perfetta coscienza di queste riserve e di queste obiezioni. Potremmo aggiungere che quell’indicazione è stata fatta al di là delle convenienze apparenti, immediate del centrodestra, che ha deciso di lanciare un nome evidentemente controverso, imboccando una strada in salita.

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La pace e i generali

lunedì, Gennaio 17th, 2022

Augusto Minzolini

Nel 2015 ero in Parlamento e partecipai all’elezione del Presidente della Repubblica. In quell’occasione io suggerii pubblicamente la candidatura di Romano Prodi nel nome della pacificazione del Paese, pur non condividendone nessuna posizione politica.

Diceva Don Abbondio: «Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare». Ebbene lo spirito democratico è la stessa cosa e a volte per dimostrarlo ci vuole anche coraggio. Nel 2015 ero in Parlamento e partecipai all’elezione del Presidente della Repubblica. Ebbene, in quell’occasione io suggerii pubblicamente (meno male che esistono le collezioni dei giornali) la candidatura di Romano Prodi nel nome della pacificazione del Paese, pur non condividendone nessuna posizione politica. In un ruolo istituzionale come il Quirinale, in cui per usare le parole di Mattarella, un Presidente deve spogliarsi di ogni appartenenza, sono altre le valutazioni da fare.

Il ragionamento che era alla base di quella proposta è lo stesso per cui sono convinto che oggi la candidatura di Silvio Berlusconi sia quella che ha più pregnanza politica: in un’Italia che da trent’anni ha due schieramenti contrapposti la pace la possono siglare solo i generali. Non possono garantirla né i colonnelli, né personaggi che si sono inventati il mestiere di paciere senza mai firmare nessuna pace.

È la realtà: solo i duellanti hanno il diritto e il potere di porre fine al duello. Solo Prodi avrebbe potuto dire a suo tempo se fosse arrivato al Quirinale: «Marcolino (Travaglio n.d.r.) hai fatto il tuo tempo». Quello che potrebbe fare oggi, se eletto, Berlusconi nel suo campo. Gli altri non hanno l’autorevolezza dei generali sulle truppe. Mattarella è stato un buon Presidente. Ha concluso il suo mandato stimato da tutti. Ma nell’«annus horribilis» della magistratura è rimasto in silenzio sull’argomento.

Ecco perché affermazioni del tipo «il presidente non può essere un leader di partito», o l’immagine del candidato «non divisivo» lasciano il tempo che trovano. Sono solo artifici retorici di chi pone sul Cav un veto ideologico. Lo stesso che porrebbe un domani su Salvini o sulla Meloni. E, diciamocelo francamente, un veto ingeneroso. Berlusconi è stato l’inventore del bipolarismo, ma anche il leader che, nel momento in cui il bipolarismo è andato in crisi, cioè non ha più prodotto maggioranze solide, ha garantito la governabilità. Dovrebbe ben saperlo il segretario del Pd Enrico Letta che è entrato a Palazzo Chigi solo grazie all’appoggio del Cav. Come pure Draghi. Un ruolo di «stabilizzatore» che poteva svolgere solo un leader vero, che si è assunto quella funzione al costo di pagarla in consensi.

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L’Italia invecchia: serve una nuova mappa della vita

lunedì, Gennaio 17th, 2022

di Federico Fubini

Tre consigli per affrontare una situazione che abbiamo in qualche modo deciso, senza dircelo, perché non abbiamo la volontà politica di fare dell’Italia un Paese per giovani

Mentre si discute di eleggere una donna al Quirinale, facendone il simbolo di una società che evolve, prendiamoci un attimo per vedere cosa accade nell’universo ai piedi del Colle. Quest’anno, per la prima volta nella storia, vivranno nel nostro Paese più signore di ottantasei anni che bambine di meno di uno. Le donne in età fertile, dieci milioni e mezzo all’inizio di questo secolo, saranno sei milioni fra vent’anni. E poiché il numero di figli nati per ciascuna continua a calare, a uno dei livelli più bassi al mondo, questa demografia non è più un’ombra che incombe sulla nazione. È il nostro destino. Dobbiamo guardarla in faccia.

Farlo attraverso il prisma dei numeri non è difficile. Sono così clamorosi da risultare quasi spettacolari. Considerate questi, dedotti dai dati Istat: nei prossimi vent’anni — cioè, fondamentalmente, domani — la popolazione in età da lavoro calerà di 6,8 milioni di persone, la popolazione in età di pensione aumenterà di 6,6 milioni, mentre i bambini fra gli zero e i quattordici scenderanno di 1,2 milioni solo perché sono già pochi.

Non solo l’Italia non è un Paese per giovani ma, dati gli spostamenti inesorabili della demografia, non lo sarà mai. Non nel tempo delle nostre vite. Se lo diventerà, serviranno molti decenni ma nel frattempo noi dobbiamo arrivare vivi — economicamente, socialmente vivi — a quel momento. La conversazione pubblica deve dunque cambiare: non si tratta solo di chiedersi come modifichiamo il profilo demografico dell’Italia ma di come otteniamo, con questo profilo, la crescita e la tenuta sociale che ci servono a non fallire sul piano finanziario e a non andare alla deriva su quello politico.

Perché se siamo arrivati a questo punto — un Paese popolato fra vent’anni per un terzo da «anziani» — non è stato certo un caso. Siamo arrivati dove volevamo. Intendiamoci, non che faccia piacere a qualcuno questo incredibile squilibrio fra le età, ma in fondo pochissimi fra noi sono disposti — individualmente e collettivamente — a sobbarcarsi i costi necessari a cambiare traiettoria. Fra affrontare quei costi e accettare lo squilibrio scegliamo, fondamentalmente, lo squilibrio. L’assegno unico varato dal governo è una misura civile e male non farà, certo. I nidi d’infanzia del Recovery neanche, se avremo i soldi per pagarne il personale. Aiuta anche l’aver (faticosamente, clandestinamente) allargato per il 2021 l’immigrazione legale a 70 mila persone, benché sia sempre poco in un Paese dove nascono ogni anno trecentomila persone meno di quante ne muoiano.

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Quirinale, il regista che manca nel gioco del Colle

sabato, Gennaio 15th, 2022

di Stefano Folli

Tutto secondo le previsioni nel campo del centrodestra. Nessuno si aspettava colpi di scena dalla villa di Berlusconi e non ci sono stati. Era interesse comune – del vecchio fondatore come della nuova generazione che lo incalza – dare via libera alla candidatura e stare a vedere cosa succederà in Parlamento. Anche le riserve sul fatto che “non ci si candida al Quirinale ma si viene candidati” lasciano il tempo che trovano.

Sembrano guardare al passato, quando la Repubblica era in buona salute e il sistema istituzionale rispondeva a una logica. Oggi lo scenario è confuso e non è strano che un personaggio come Berlusconi giochi una partita improbabile ma esplicita. Anzi, secondo un democristiano come Rotondi, osservatore attento, questa potrebbe essere l’ultima volta che il presidente viene eletto per via parlamentare. La prossima potrebbe essere un’elezione diretta, sulla scorta di una riforma costituzionale di cui molti sentono ormai la necessità. Vedremo.

Intanto la vera domanda è come il centrodestra userà i suoi voti qualora – intorno alla quarta votazione – fosse evidente che Berlusconi non è in grado di essere eletto. Perché un punto è certo: l’alleanza ci tiene a non disperdere la sua forza parlamentare (intorno ai 420-450 voti). Per la prima volta la destra può essere determinante nell’elezione del capo dello Stato, purché non commetta errori irreparabili. Come dice Gianni Letta, bisogna pensare al Paese e non alla fazione.

Peraltro restare uniti non sarà semplice. È facile oggi, quando siamo appena ai preliminari. Ma come reagirà Berlusconi all’insuccesso? Se fosse dimostrato che si sono palesati parecchi franchi tiratori tra i leghisti e FdI, oltre che in Forza Italia, è inverosimile pensare che se ne starà tranquillo a guardare Salvini e Giorgia Meloni mentre trattano anche a nome suo e magari si dispongono a sostenere Draghi (ipotesi tutta da verificare).

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La mossa che rivela l’impotenza dei partiti

sabato, Gennaio 15th, 2022

di Massimo Franco

Bisogna ammettere che Silvio Berlusconi ha almeno un merito: avere svelato l’indecisione, se non l’impotenza dei partiti. Si è potuto infilare nell’immobilismo degli altri, imponendosi come possibile candidato. La benedizione ricevuta ieri dal centrodestra, con la richiesta di «sciogliere la riserva fin qui mantenuta», è un passaggio atteso, benché irrituale. Parlare di «riserva» rispetto a una candidatura si può fare quando si parla di un premier. E lascia interdetti l’immagine di un Berlusconi riluttante, mentre da giorni suoi emissari e lui stesso cercano di conquistare parlamentari nelle file avversarie.
Ma questo serve a mettere a fuoco una seconda sfida. Il fondatore del centrodestra è l’incarnazione di quanto può avvenire in una fase di incertezza. La sua operazione scardina l’idea di un capo dello Stato deciso da una maggioranza che va oltre gli schieramenti: almeno come aspirazione. E la sostituisce con un’opzione dichiaratamente di parte; in questo caso, espressione di un centrodestra convinto di avere «il diritto e il dovere» di proporre una propria candidatura in quanto coalizione di maggioranza relativa.

Sembrano secondarie le contraddizioni emerse anche nelle ultime ore tra i suoi alleati, Lega e Fratelli d’Italia; o i suggerimenti ecumenici del suo consigliere Gianni Letta. La sensazione è che l’indicazione di Berlusconi sia un radicale cambio di metodo. C’è un capo politico che chiede il Quirinale, e lo chiede in quanto tale. Incolpare di questa situazione il leader di Forza Italia, tuttavia, sa di alibi. Il Cavaliere è il sintomo dello stallo, non la sua causa: sebbene per ora contribuisca a impedire che venga superato.

A guardare bene, il modo in cui Matteo Salvini e Giorgia Meloni assecondano le sue ambizioni è figlio della stessa impotenza. Evoca una finzione di unità e di strategia comune del centrodestra, entrambe destinate a mostrare la corda molto presto. Ma il gioco degli specchi non risparmia nemmeno le altre forze politiche, inclini a utilizzare la «campagna acquisti» da parte di Berlusconi come giustificazione della propria indecisione. Stanno assistendo a una manovra che giudicano destinata al fallimento; ma che nello stesso tempo va avanti, li condiziona e mette in mora i loro progetti.

Eppure, in questi tatticismi contrapposti alcuni punti fermi si stanno delineando. Il primo è che tutti debbono fare i conti con i propri limiti, numerici e politici. Il secondo è che chi insiste sulla ricandidatura di Mattarella pesta l’acqua nel mortaio per altri scopi. Il capo dello Stato uscente non ritiene che esistano le condizioni per un bis. Di più: se anche esistessero, non sarebbe disponibile, per questioni istituzionali e di opportunità.

Il terzo aspetto che si va chiarendo è la volontà del Parlamento di arrivare alla fine della legislatura, chiunque approdi al Quirinale. Non a caso, uno dei pretesti utilizzati per bloccare preventivamente una candidatura di Mario Draghi è che si precipiterebbe verso le urne: tesi tutta da dimostrare ma funzionale a chi ha altri candidati o candidate da suggerire. L’ultimo punto fermo tradisce la volontà dei partiti di maggioranza, ma non solo, di non accettare l’ipotesi di un «commissariamento» a tempo indeterminato: benché sia stato una necessità, non un’imposizione.

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Quirinale, la lezione di Vittorio Feltri ai colleghi: “Date contro a Mario Draghi perché non si esprime? Avete torto marcio”

venerdì, Gennaio 14th, 2022

Vittorio Feltri

Quasi tutti i giornalisti, e non solo loro, se la sono presa con Mario Draghi perché si è rifiutato, nella sua conferenza stampa recente, di rispondere a domande riguardanti il prossimo presidente della Repubblica. Hanno criticato aspramente il premier dicendo che quando un cronista pone una domanda a un uomo di potere questi è obbligato a fornire una risposta invece di tergiversare. Ma nel caso specifico i colleghi della stampa hanno torto marcio. Mentre il presidente del Consiglio ha perfettamente ragione: egli, infatti, non è un candidato al Quirinale, come non lo è nessuno, visto che a votare l’uomo da inviare al Colle è il Parlamento, quindi non esistono candidati personaggi che possano autopromuoversi.
Solo i deputati e i senatori, nonché i grandi elettori delle regioni, hanno facoltà di scegliere il capo dello Stato. Non è ammissibile che un politico o una persona qualunque si proponga quale vertice delle istituzioni. La Costituzione in questo senso parla chiaro. Ecco perché Draghi, rispettoso della Carta, non ha voluto esprimersi sulla prossima elezione del garante dell’unità nazionale. Altro che dire: egli ha sbagliato a non fornire delucidazioni sulla sua eventuale nomina a padrone del Colle. Si è limitato ad attenersi alle regole. Supermario avrebbe errato gravemente se si fosse sponsorizzato, dato che non tocca a lui proporsi per l’alto ruolo, ma spetta ai parlamentari esprimersi con suffragi segreti.
A Draghi si può insegnare a governare e anche a gestire una conferenza stampa, ma non certo a comportarsi in linea con il dettato costituzionale che conosce più di tutti i suoi censori. Invitiamo pertanto i colleghi giornalisti a tenere il becco chiuso su questo argomento che li trova impreparati. Draghi è tenuto a spiegare il perché di ogni iniziativa approvata dal governo, anche la più complicata, ma chiedergli di raccontare se sarà o meno il prossimo presidente degli italiani è fuori da ogni logica. Non sarà lui bensì i partiti a decidere il suo destino, ammesso che egli sia d’accordo con loro. Non è lecito attribuire al premier la facoltà di cambiare ruolo.

LIBERO.IT

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La scelta politica di aprire la scuola

venerdì, Gennaio 14th, 2022

Vladimiro Zagrebelsky

Quando il presidente del Consiglio presentò il suo governo al Parlamento, la menzione che fece del dovere di fare tutto il necessario per promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l’università e la cultura, poteva parere qualcosa di obbligato nel quadro del programma di qualunque governo. Qualcosa che non poteva mancare e che dunque rimaneva poco significativo, tanto più che le contingenze spingevano l’attenzione verso i temi propri delle emergenze sanitaria ed economica. Eppure, una maggiore attenzione avrebbe dovuto essere prestata a quel passaggio (e ad altri che non riguardavano economia e sanità) e confrontarlo con l’insistenza con la quale Mario Draghi era ed è ancora spesso indicato con il “banchiere” o il “tecnico” di economia e finanza. Così suggerendo che in qualche modo sia fuori posto nel ruolo del presidente del Consiglio, che, come stabilisce la Costituzione, dirige la politica generale del governo e ne mantiene l’unità di indirizzo politico. Con quelle etichette non se ne vuole indicare l’esperienza e l’alta qualificazione in un settore specifico, importante ma non esaustivo; se ne vuole invece ridurre o immiserire il profilo professionale a fronte della più importante qualità che avrebbe un presidente “politico”. Quest’ultimo carattere, senza specificare, viene assegnato a chi ha fatto tirocinio e poi è cresciuto nella vita dei partiti politici. Ciò che non è necessariamente negativo, ma non mette in luce la natura fondamentale che dovrebbe avere l’azione politica e il ruolo “politico” di chi la svolge. Si tratta della non settorialità, della completezza della considerazione e della conoscenza dei bisogni della società, della visione di prospettiva di lungo periodo, dell’attitudine alle scelte di priorità, dell’interesse per la costruzione di un tipo di società e non di un altro.

Dopo l’ultima conferenza stampa del presidente del Consiglio sarebbe bene far cessare l’equivoco (e la falsificazione) e considerare che Mario Draghi è sì un tecnico, nel senso che sa di cosa parla quando affronta temi di economia e finanza, ma è anche un politico a tutto tondo. Cosa è infatti, se non una scelta pienamente e consapevolmente politica, quella che il presidente del Consiglio ha illustrato e rivendicato nella conferenza stampa insieme al ministro dell’Istruzione, in favore della riapertura delle scuole secondo il calendario prestabilito? Certo il terreno su cui il governo si è mosso è segnato dai dati della epidemia, dalle interpretazioni e previsioni (non univoche) che ne danno gli esperti epidemiologi, dalle indicazioni che vengono dallo stato oggettivo in cui operano le scuole, eccetera. Ma da tutto ciò non derivano conseguenze obbligate; semmai qualche controindicazione o impedimento alla adozione dell’una o dell’altra soluzione tra le diverse possibili. Ed allora, come è normale e bene che sia, intervengono le scelte politiche. Che sono certo sempre discutibili, ma sono doverose e legittime quando l’autorità competente ne assume la responsabilità, non pretendendo di essere puramente e semplicemente guidata dai dati della realtà (indicati dai tecnici). La scelta politica del governo sottostante le misure riguardanti la scuola è in favore della scuola e dell’insegnamento in presenza. L’effetto della qualità dell’istruzione è stato indicato anche sul piano, tutto politico, della lotta alle diseguaglianze sociali. Elsa Fornero ha illustrato su questo giornale l’importanza della istruzione, ai suoi vari livelli, sottolineando il valore della scelta della scuola come vera priorità strategica del Paese.

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Fraintendere l’avversario: così si rischia il disastro

venerdì, Gennaio 14th, 2022

di Angelo Panebianco

Le democrazie occidentali e le potenze come Cina e Russia hanno idee diverse su come esercitare l’egemonia: per le seconde conta ancora l’acquisizione territoriale

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Xi Jinping e Vladimir Putin (Afp)

Nelle crisi internazionali i fraintendimenti delle intenzioni dell’avversario o degli avversari hanno l’effetto di aggravarle. Al punto che, a volte, senza che nessuno dei protagonisti lo abbia inizialmente voluto, la situazione sfugge al loro controllo e precipita nel disastro. Una causa rilevante dei fraintendimenti, degli equivoci che rendono così difficoltosi i contatti fra le democrazie occidentali e le due grandi potenze autoritarie (Russia e Cina) dipende dal diverso significato che viene attribuito dalle une e dalle altre al territorio, al suo controllo statale (diretto o tramite un governo fantoccio) e di coloro che vi abitano. Si consideri il braccio di ferro attualmente in corso sull’Ucraina o quello, probabile, di domani su Taiwan , nonché la «pace cartaginese» (la brutale imposizione del dominio su popolazioni ostili) di cui l’ultima vittima è il Kazakistan (ma la lista è lunga: dalla Bielorussia allo Xinjiang, a Hong Kong). In tutti questi casi, fra occidentali e potenze autoritarie sembra possibile solo un dialogo fra sordi: con gli uni che agitano il tema del diritto delle popolazioni coinvolte all’autodeterminazione (a decidere autonomamente come e da chi essere governati) e gli altri che rivendicano il proprio diritto a esercitare il controllo su territori di loro proprietà o che hanno comunque per loro valore strategico, qualunque cosa ne pensino coloro che vi risiedono.

È un argomento ormai classico quello secondo cui il territorio non ha più, in età contemporanea, il significato che ha avuto per millenni nell’età pre-industriale. Per ragioni sia economiche che politiche. Economicamente — si pensava — ciò che conta, in epoca industriale e post-industriale, non è più il controllo statale diretto su territori ma la posizione, di forza o di debolezza, sui mercati e nella competizione di mercato. Politicamente, inoltre, era opinione comune che territori e popolazioni non potessero più passare di mano (per il risultato di guerre, di matrimoni dinastici o di accordi diplomatici) fra una potenza e l’altra come se fossero «pacchi». Adesso, in età democratica — si pensava — è necessario tenere conto dell’opinione degli abitanti dei vari territori, di ciò che essi vogliono fare di se stessi e del proprio destino. Da tutto ciò se ne ricavava l’idea che il controllo dei diversi territori non fosse più, come era stato per millenni, la posta in gioco principale, il vero motore, della competizione internazionale. Nonché la principale causa delle guerre.

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Presidente della Repubblica, i danni di un voto protratto

giovedì, Gennaio 13th, 2022

di Paolo Mieli

In passato ci sono state tre elezioni «difficili» del capo dello Stato (quelle di Segni, di Saragat e di Leone) che hanno avuto come effetto un terremoto durato poi un decennio

A questo punto solo uno scatto di reni che porti i principali partiti — anzi tutti i partiti — a identificare e ad eleggere il presidente della Repubblica in una delle prime tre votazioni (quelle che richiedono la maggioranza di due terzi degli aventi diritto al voto) può salvare la politica italiana da un immaginabile marasma. Al massimo, i grandi elettori possono contare su altre due votazioni, la quarta e la quinta. Dopodiché si apriranno le porte dell’inferno. E non perché sia impossibile pescare alla fine un capo dello Stato, anche al ventesimo voto o addirittura oltre. L’esperienza ci dice che prima o poi qualcuno lo si trova. Cioè ovviamente si trova, magari in extremis, un accordo per mandare qualcuno al Quirinale. Ma le macerie lasciate alle spalle di quel voto finale, dopo giorni e giorni di sofferenza, produrranno effetti che una pur felice conclusione difficilmente riuscirà a far dimenticare.

Le votazioni a vuoto saranno state, ognuna, un colpo di martello, sempre più violento, alle fondamenta di un altro edificio, Palazzo Chigi dove come è noto ha sede la Presidenza del Consiglio. L’idea che si possa stare tranquilli, dal momento che a presidiare il palazzo del governo resta Mario Draghi (e che, nel caso, ci penserà Draghi a mettere lo stucco sulle crepe prodotte dalle martellate), potrebbe rivelarsi illusoria. O peggio. Non perché all’ex presidente della Bce manchi l’attitudine a compiere il genere di riparazioni di cui si è detto.

Da più di un mese Draghi dovrebbe essersi reso conto che le sue attuali mansioni sono assai diverse da quelle che Sergio Mattarella gli assegnò nel febbraio del 2021. Adesso si tratta di rassicurare e mettere al passo partiti spaventati dalla prospettiva del salto nel buio delle elezioni che prima o poi verranno. E perciò sospettosi, imbizzarriti, ma soprattutto imprevedibili. Poco propensi per di più a rispettare le regole. Inclini, ove si intraveda una convenienza, a ogni genere di slealtà.

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David Sassoli, il giornalista che credeva nella politica e nei valori

mercoledì, Gennaio 12th, 2022

di Walter Veltroni

È difficile scrivere di David al passato. Ci conosciamo da decenni e abbiamo vissuto lo stesso tempo della storia. La sua morte, così assurda e ingiusta, ci trova impreparati e ci accartoccia, sembrandoci icona di una stagione plumbea. David era in primo luogo una persona gentile, aperta, incapace di coltivare il sentimento che sembra incarnare lo spirito di questo tempo di caos: l’odio.

Era uomo del dialogo e rispettava sempre chi aveva idee diverse dalle sue. Ma questo atteggiamento non deve essere scambiato solo per la pur non disprezzabile virtù della buona educazione, che a David non difettava. Sassoli era aperto al dialogo perché aveva dentro di sé un sistema di valori forte. Per questo, proprio per questo, sapeva dialogare. La sua formazione affonda in una radice profonda della vita culturale e politica di questo Paese: il cattolicesimo democratico. Quello di Dossetti, di La Pira, di Mazzolari, di Scoppola e di tanti altri, politici e non. Un intreccio di valori etici e spirituali coniugati con la tensione al dispiegamento della libertà dell’uomo e alla permanente ansia di giustizia sociale.

David sentiva inaccettabile la violazione dei diritti della persona, fosse un immigrato al quale si rifiutava accoglienza o una persona minacciata per le sue scelte religiose, politiche, sessuali. L’Europa nella quale ha creduto, della quale ha più volte richiamato lo spirito originario, quello di Ventotene, gli piaceva esattamente perché era la culla di quei valori, conquistati a fatica: la libertà di pensiero e di mercato e la multiculturalità, i diritti e il pluralismo. Ha presieduto, assai bene, il Parlamento europeo perché si vedeva che credeva in quella istituzione, in quell’utopia realizzata.

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