Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

La guerra e l’Unione Europea frenata dalle debolezze renane

venerdì, Giugno 24th, 2022

di Paolo Mieli

Forse stavolta non è esagerato definire «storica» la decisione — solennizzata a Bruxelles — con cui il Consiglio europeo ha conferito all’Ucraina (e alla Moldavia) lo status di «Paese candidato» all’ingresso nella Ue. E, contemporaneamente, ha offerto alla Georgia la «chiara prospettiva» di un imminente passo nella stessa direzione. A riprova di tale storicità giungono da Mosca le ormai consuete offese di Dmitry Medvedev che ha definito i leader europei «politici di basso livello, fanatici e rabbiosi».

Accantoniamo gli insulti. Ma non possiamo sottrarci ad una riflessione sulla coppia dell’asse renano a cui, da tradizione, spetta la guida dell’Europa: il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuele Macron. I due uomini di Stato purtroppo sono stati costretti ad affrontare l’emergenza bellica in condizioni non ottimali. Per un mancato rodaggio della loro intesa. Per la necessità che ambedue hanno avuto di misurarsi con opinione pubblica e apparati recalcitranti ad un reale impegno a favore dell’Ucraina (un problema che abbiamo avuto anche qui in Italia). Per il peso di decisioni assunte nel più o meno recente passato che andavano in direzione opposta a quelle ritenute doverose per l’oggi (in particolare la Germania). Per l’essere stati obbligati a misurarsi in prove elettorali con competitori indulgenti nei confronti di Putin (in particolare la Francia). Per lievi difetti attinenti alle personalità di entrambi i leader.

Scholz — ha scritto su queste colonne Jonathan Littell con la franchezza che possono consentirsi solo i grandi scrittori — quando è il momento di consegnare armi all’Ucraina, «trascina i piedi». Assieme a gran parte della classe politica tedesca, il successore di Merkel mostra d’esser convinto — sempre secondo Littel — «che la soluzione alla dipendenza energetica del Paese nei confronti della Russia non sia quella di sottrarvisi, bensì di chiudere gli occhi e tornare pian pianino a soddisfare le proprie rovinose comodità». Un altro romanziere e poeta, Tahar Ben Jelloun è stato — se è possibile — ancor più sprezzante nei confronti di Macron ironizzando sulle sue telefonate al Cremlino («lui era contento di parlare, non sapremo mai se lo fosse anche Putin»). Per poi inchiodare il presidente francese in un giudizio impietoso: Macron sarebbe, ad ogni evidenza, «un bambino viziato», «non all’altezza» del compito storico assegnatogli.

Nei primi giorni a ridosso dell’invasione russa del 24 febbraio, era parso che l’Unione europea intendesse darsi un contegno assai dignitoso. Quasi si fosse finalmente convinta di dover adempiere ad una missione. E che, di conseguenza, ritenesse fosse giunta l’ora di dar prova d’unità di intenti. E soprattutto di carattere. Nessuno statista europeo avrebbe cercato riparo dietro le ritrosie ungheresi; anzi, stavolta tutti assieme avrebbero mostrato agli Stati Uniti di che pasta è fatto il nostro continente. Prendendo decisioni responsabili per la guerra e, successivamente, per le trattative di pace.

Poi, però, man mano che Joe Biden ha iniziato a ritirarsi dal proscenio, è apparso sempre più chiaro che i «grandi d’Europa», anziché raccogliere la bandiera della libertà dell’Ucraina e della lotta contro la sopraffazione russa, si sono rifugiati nei meandri delle procedure e delle discussioni economiche che da decenni sono la loro specialità. Procedure e discussioni che servono sostanzialmente a prender tempo, rinviare di Consiglio in Consiglio le decisioni, vantare come magnifici risultati di scarsa entità. Le questioni geopolitiche sono state rapidamente accantonate, tutto si è ridotto alla ricerca di un’applicazione il più possibile indolore delle sanzioni alla Russia. Con il prevedibile risultato che difficoltà economiche post pandemiche, probabilmente inevitabili, verranno percepite dai nostri popoli come conseguenza esclusiva delle sanzioni. E che il comune sentire dei singoli Paesi d’Europa prima o poi approderà, alla chetichella, sul terreno (già abbondantemente arato negli ultimi otto anni) delle furbizie atte ad aggirare le sanzioni stesse.

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Democrazia e politica: esiti imprevisti della guerra

giovedì, Giugno 23rd, 2022

di Angelo Panebianco

Non sappiamo come e quando finirà la guerra. I suoi esiti incideranno non solo, come è ovvio, sugli equilibri internazionali ma anche — il che è meno ovvio — sugli equilibri interni delle democrazie europee. L’Italia è, insieme alla Francia (che però dispone di più solide istituzioni), la più esposta. Per la presenza, numerosa e rumorosa, dei nemici di quello che essi considerano l’impero del Male (gli Stati Uniti). Se una democrazia non è una grande potenza, se non può plasmare il contesto internazionale, allora è quel contesto a condizionare i suoi equilibri interni.

Ad esempio, dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti forgiarono , alla luce dei propri valori e interessi, in competizione con l’Unione Sovietica, l’ordine internazionale. Le democrazie europee vi si adattarono ottenendo stabilità, sicurezza e benessere. È possibile che la guerra in Ucraina duri a lungo. Ma un giorno le armi, almeno per un po’, taceranno. E si farà un primo bilancio. Ci sono tre possibilità. La prima è che l’Ucraina, anche senza recuperare tutti i territori che la Russia ha conquistato, risulti vincitrice. Per essere ancora uno Stato sovrano che ha resistito con successo al piano di Putin di cancellarla dalla carta geografica. Per avere avuto la capacità di sconfiggere il progetto neo-imperiale russo. La seconda possibilità è che l’Ucraina, pur esistendo ancora, almeno nominalmente, sia ridotta al lumicino,magari senza più accesso al mare, destinata solo a sopravvivere grazie ad aiuti occidentali. La Russia sarebbe riconosciuta vincitrice. Moldavia, Polonia e baltici avrebbero ragione di tremare.

La terza possibilità è uno stallo, una condizione senza chiari vincitori . Ne deriverebbe una tregua destinata, prima o poi, ad essere infranta. La nomenklatura russa non potrebbe tollerare per troppo tempo di non essere, inequivocabilmente, la vincitrice. Perché mai il gigante dovrebbe sopportare l’idea di non essere riuscito a ridurre in poltiglia coloro che considera insignificanti insetti?

Consideriamo le prime due possibilità e i riflessi sull’Italia. Una vittoria ucraina rafforzerebbe le posizioni politiche degli atlantisti. Una vittoria russa le indebolirebbe gravemente. Non tutti coloro che sperano in una sconfitta ucraina sono necessariamente putiniani. Ma tutti sono anti-americani. Pensano che una vittoria ucraina sarebbe una vittoria della Nato e degli Stati Uniti. Sognano un’Europa che, cacciati gli americani, si accordi con la Russia. È un gruppo variegato composto da pacifisti più o meno immaginari, putiniani, settori del mondo cattolico e altri ancora. L’avversione alla Nato è il fattore unificante.

Se vincerà l’Ucraina, gli atlantisti, Partito democratico, Fratelli d’Italia e forse anche — se emergerà — una formazione di centro, si rafforzeranno. Se vincerà la Russia saranno gli anti-atlantisti a rafforzarsi. Anche dentro il Pd e FdI. Forse gli stessi leader di quei partiti verranno contestati per la loro scelta atlantica dai rispettivi oppositori interni. Nel medio-lungo termine, l’assetto europeo che scaturirebbe da una vittoria dell’uno o dell’altro dei belligeranti inciderebbe sugli equilibri politici italiani.

Nelle divisioni sulla guerra si scorgono in controluce aspirazioni differenti sul futuro della democrazia. È vero che entrambi i fronti, atlantista e anti-atlantista, sono divisi al loro interno. Ma, paradossalmente, il fronte anti-atlantista è il più internamente coerente. Fra coloro che qui da noi puntano su un indebolimento del ruolo degli Stati Uniti in Europa — al pari di Mélenchon e di Le Pen in Francia — sono diffuse le preferenze per una società chiusa, fortemente controllata dallo Stato,scarseggiano gli amici della società aperta (all’iniziativa dei singoli) in quanto tale più compatibile con i caratteri fino ad oggi dominanti nella comunità euro-atlantica. Una società chiusa, anche se formalmente ancora democratica, non avrebbe difficoltà ad intendersi con la Russia di Putin.

Nel fronte atlantico c’è più eterogeneità. Vedremo se la combinazione di scelta atlantica e di successo elettorale nel Nord Italia spingerà FdI ad abbandonare la predilezione del passato per certi ideali statalistico-corporativi poco compatibili con le esigenze di una società libera e aperta. E vedremo se il neo-atlantismo del Pd contribuirà a ridurre lo spazio, dentro e nei dintorni del partito (vedi la Cgil), di posizioni anch’esse poco compatibili con quelle esigenze. Ma ciò precisato, non sembra implausibile che la politica italiana sia spinta in una direzione o nell’altra a seconda dell’esito della guerra.

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M5s, il senso di una fine

mercoledì, Giugno 22nd, 2022

di Antonio Polito

Giuseppe Conte era partito lancia in resta per piegare il governo sull’Ucraina. Ha finito con il perdere una sessantina dei suoi parlamentari, senza peraltro ottenere nessun cambio di linea in politica estera. Il Parlamento ha deciso che l’Italia resta impegnata, insieme e al pari degli altri grandi Paesi europei, a difendere in ogni modo l’Ucraina, aggredita da Putin. Ma il partito di maggioranza relativa non c’è più: si è spaccato, scisso, ha perso il ministro degli Esteri che si è fatto un gruppo a sé, precipitando così nelle convulsioni finali di una crisi che durava da tempo e che era già diventata manifesta nelle urne. Di Maio, il «capo politico» dei tempi felici quando i voti grandinavano, è ora un nemico. La rivoluzione a cinque stelle, cominciata nelle urne nove anni fa, si è forse conclusa ieri in Parlamento.

Con l’aggravante che mai, durante queste settimane, si è avuta la sensazione di un vero, sincero, nobile dibattito di politica estera. Ma piuttosto di una guerra intestina per procura, nella quale la sorte dell’Ucraina valeva più o meno come la questione del terzo mandato dei parlamentari. Il pacifismo di Conte risulta posticcio in un ex premier che ha firmato con Trump l’impegno ad accrescere la spesa militare italiana fino al 2%.

Fa così il paio con il pacifismo di Salvini, rimesso frettolosamente nel cassetto dopo l’insuccesso alle amministrative. Di Maio, che era già sull’uscio da tempo, ha evidentemente preferito andarsene sulla politica estera, e non ha offerto vie di fuga all’avversario, imprudentemente lanciatosi su una strada che non avrebbe potuto percorrere fino in fondo perché portava alla crisi di governo. Mentre questo esecutivo non ha alternative da qui alla fine della legislatura.

È l’esito dello psicodramma di ieri e delle ore convulse che l’hanno preceduto. E ciò che è più paradossale è che era un esito scontato. Non si cambia posizione nel pieno di una guerra, smentendola nemmeno tre mesi dopo averla votata ad amplissima maggioranza in Parlamento, se non si vuol essere un paese da operetta. Né il regime parlamentare, nel quale l’esecutivo riceve il mandato dalle Camere e poi governa, poteva essere sostituito con un regime assembleare, in cui non governa più l’esecutivo ma le risoluzioni parlamentari (e Conte, che ha gestito la pandemia a furia di Dpcm, avrebbe dovuto saperlo meglio di chiunque altro).

Così, proprio mentre in Francia le forze politiche più radicali ed estreme ottengono il miglior risultato elettorale di sempre, in Italia conoscono una grave crisi di prospettive e di consensi. Pandemia, guerra, inflazione, che hanno gonfiato le vele di Mélenchon e di Marine Le Pen, sembrano invece sgonfiare le gomme ai Cinquestelle e anche alla Lega, i due corrispettivi cisalpini.

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Lo Zeus dell’Eliseo caduto dall’Olimpo

martedì, Giugno 21st, 2022

Michela Marzano

Questa volta Zeus non ce l’ha fatta, ed è lui a precipitare dall’Olimpo portandosi dietro le macerie di una “macronie” ormai asfittica. Nonostante la recente vittoria contro Marine Le Pen, è l’attuale Presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, il grande sconfitto delle elezioni politiche di domenica scorsa in Francia. È contro di lui che si sono pronunciati gli elettori e le elettrici: contro la sua arroganza e il suo modo sprezzante di porsi; contro la sua assenza di empatia e la sua incapacità di ascoltare. È la fine di un’avventura iniziata nel 2017, quella di un iper-presidente che, per cinque anni, si è divertito ad aggirare i corpi intermedi, a svilire i partiti tradizionali, e a trattare con disinvoltura l’insieme dei francesi. Emmanuel Macron, queste elezioni, le ha prese decisamente sottogamba. Convinto che, alla fine, la gente gli avrebbe permesso di ottenere la maggioranza assoluta all’Assemblée Nationale, esattamente com’era accaduto nel 2017, non ha praticamente fatto campagna elettorale. Nessun programma, nessuna idea, niente di niente, a parte il refrain: “moi ou le caos”. Perché i francesi avrebbero dovuto votare per il suo partito?

Nel 2017, La République en Marche era una novità: il frutto del tentativo di uscire dalla contrapposizione tra destra e sinistra, ma anche la conseguenza della delusione di tanti elettori di fronte alle promesse tradite prima da Nicolas Sarkozy, poi anche, e forse soprattutto, dal socialista François Hollande. Dopo cinque anni di potere incontrastato, di riforme imposte e di supponenza, però, il popolo francese si è ribellato, trasformando le elezioni di domenica scorsa in un vero e proprio referendum contro l’attuale Presidente. Peccato che, ad approfittare della sconfitta dei macroniani, non sia stata la NUPES, la nuova unione popolare ecologica e sociale, nonostante per la prima volta dopo decenni la sinistra francese si sia presentata unita alle elezioni. Checché ne dica Jean-Luc Mélenchon, infatti, i risultati sono deludenti, e c’è già chi, all’interno di questo campo largo alla francese, non vede l’ora di lasciare l’unione, ritrovandosi all’interno della propria cerchia: socialisti, verdi e comunisti si oppongono già alla proposta del leader della France Insoumise di formare un unico gruppo parlamentare, lasciando a Marine Le Pen il ruolo di Presidente del maggior partito di opposizione. La vera vincitrice di queste elezioni, d’altronde, è proprio lei, Marine. Che trionfa osservando la cartina della Francia colorata di blu, e che si gode la rivincita non solo nei confronti di Macron, ma anche di suo padre, che non era mai stato capace di portare all’Assemblée Nationale più di due o tre deputati.

“Situation inédite”, “caos à l’italienne”, “quinquennat ingouvernable”: sono queste le parole sulle bocche di tutti gli opinionisti e gli editorialisti francesi. Il sistema semipresidenziale voluto dal Général De Gaulle nel 1958 ha disabituato la Francia ai dibattiti parlamentari, concedendo alle opposizioni un semplice ruolo di comparsa. E anche se l’Assemblea Nazionale non è chiamata a votare la fiducia al Governo, un Parlamento multicolore rischia di portare a una situazione di stallo. È la prima volta che il sistema maggioritario voluto da De Gaulle crolla sotto il peso della sofferenza sociale e identitaria dei francesi. È la prima volta che un Presidente si trova a dover comporre con forze molteplici e contrapposte. È la prima volta, dopo la breve parentesi di Rocard, che il futuro capo del Governo dovrà scendere a compromessi, cercare i voti in Aula, fare concessioni e provare ad andare avanti per tentativi ed errori.

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La crisi dei 5Stelle e le scelte del Pd

martedì, Giugno 21st, 2022

di Stefano Folli

Più i 5S di Conte si spingono avanti nel criticare la politica governativa verso l’Ucraina, più la marcia indietro dell’ultimo minuto sarà per loro dolorosa. Ci sarebbe una via d’uscita, naturalmente: non fermarsi, andare avanti fino a mettere in crisi Draghi, costi quel che costi. Ma ovviamente non è credibile. Che un partito uscito malconcio dalle elezioni amministrative e ormai a un passo dall’implosione abbia la voglia e la forza di provocare la caduta dell’esecutivo su un tema riguardante le alleanze internazionali dell’Italia, sembra a tutti inverosimile. C’è un limite al cinismo con cui si cerca di scaricare sul governo le infinite contraddizioni di un movimento frantumato e in buona misura privo di senso quattro anni dopo il trionfo elettorale del 2018.

  La marcia indietro è dunque l’unica opzione realistica, a meno che la situazione ai vertici del M5S non sia del tutto sfuggita di mano. Ma in tal caso a rimettere le cose a posto ci penserebbero i parlamentari “grillini”, timorosi delle elezioni anticipate e consapevoli che quasi nessuno di loro tornerà in Parlamento. S’intende che il presidente del Consiglio farà il possibile, sul piano delle rassicurazioni verbali, per rendere la retromarcia meno mortificante. Dirà dell’impegno italiano per la pace e non a caso le comunicazioni alle Camere arrivano dopo il viaggio a Kiev e le altre iniziative che hanno visto Palazzo Chigi e la Farnesina molto attivi nelle ultime settimane. Se Conte e i suoi si accontentano – come tempo fa si erano accontentati di piccoli ritocchi al programma di aumento delle spese militari fino al 2 per cento del Pil -, l’ennesima finta crisi potrà essere archiviata.

  Resta il punto politico. La frattura tra i 5S è profonda e insanabile. Un movimento senza autentiche radici e senza una rotta si sta sbriciolando come effetto di una contesa personale rivestita di rispettabili principi. Ovvio che un eventuale appoggio esterno non risolverebbe le angosce che segnano il tramonto del partito, mentre al tempo stesso provocherebbe l’instabilità del governo: i 5S sono pur sempre il gruppo di maggioranza relativa e Di Maio agli Esteri non è sostituibile, a meno di non voler provocare uno smottamento dei fragili assetti nella coalizione. Ne deriva che il Pd, che si considera non a torto l’asse del sistema e il primo sostenitore di Draghi, oggi ha una doppia responsabilità. La prima è dissuadere Conte dal disimpegnarsi dal governo: e questo è senz’altro il compito più facile per le ragioni appena dette. 

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La Bce e lo scudo delle illusioni

martedì, Giugno 21st, 2022

di Tito Boeri e Roberto Perotti

In questi giorni i mercati si sono dimostrati per un verso troppo ottimisti sul debito pubblico italiano, per un altro troppo pessimisti. Sull’eccesso di ottimismo: lo spread tra i titoli del debito pubblico italiano e quelli del debito tedesco è fortemente aumentato fino all’annuncio, mercoledì scorso, di uno scudo anti-spread allo studio presso la Bce; da allora è calato del 20 per cento. Non siamo sicuri che sia una reazione giustificata.


In cosa consisterebbe questo scudo? Il programma anti-pandemia della Bce ha in pancia 1,65 trilioni di titoli di stato acquistati negli ultimi due anni: 280 miliardi sono italiani, o il 17 per cento, esattamente pari alla quota della Banca d’Italia nell’Eurosistema. Il programma è terminato: la Bce si limiterà a reinvestire i titoli in scadenza. L’idea dello scudo anti-spread sembrerebbe consentire alla Bce di reinvestire in titoli italiani più del 17 per cento di tutti i titoli che scadono ogni anno in questo programma.

Non si sa esattamente quanti titoli scadranno ogni anno. E bisogna aggiungere i reinvestimenti dei titoli in scadenza del programma di acquisti “regolare” della Bce, iniziato nel 2014 e che finirà anch’esso tra poco. I calcoli sono un po’ complicati, ma sulla base dei pochissimi dati disponibili abbiamo stimato che se la Bce reinvestisse in titoli di stato italiani il 17 per cento dei titoli in scadenza nei due programmi, comprerebbe circa 70 miliardi di titoli italiani. Se invece con lo scudo antispread la Bce raddoppiasse (una ipotesi forte) la quota di titoli italiani che reinveste nel programma anti-pandemia, comprerebbe in totale 100 miliardi di titoli italiani.

Difficile che faccia la differenza nel caso di panico dei mercati (che al momento non è alle viste). Ricordiamo che solo di titoli a medio e lungo termine l’anno venturo scadranno oltre 250 miliardi di debito pubblico italiano. Inoltre, per fare un confronto, nel 2011 e 2012 il Securities Market Programme della Bce comprò titoli dei paesi con problemi di debito pubblico. Raggiunse la stessa cifra, 100 miliardi di titoli italiani, quando il nostro debito pubblico era ben inferiore a quello attuale; ma questo non bastò a prevenire la forte crisi di allora.


Il secondo motivo per cui le prime reazioni dei mercati potrebbero essere troppo ottimistiche è che quasi tutti i paesi, eccetto quelli del sud Europa, sono contrari a uno scudo anti-spread che sia al tempo stesso di dimensioni utili a evitare una crisi e “incondizionato”.


La Bce sta tentando di quadrare il cerchio, ma sarà una impresa difficile. I paesi nordeuropei acconsentirebbero, seppur con riluttanza, a un piano anti-spread serio solo se fosse accompagnato da condizioni stringenti imposte all’Italia. D’altra parte, nessun governo italiano, tantomeno un futuro governo a maggioranza più o meno sovranista, sarà disposto a firmare una lunga lista di condizioni con Bce e Commissione, come fece la Grecia. Il risultato più probabile, come abbiamo visto, è uno scudo anti-spread men che impenetrabile…


L’ironia è che uno scudo anti-spread, e potenzialmente illimitato, esiste già: l’Outright Monetary Transaction Programme, creato nel settembre 2012 dopo il famoso discorso di Draghi del “whatever it takes”. È l’unico programma davvero senza limiti agli acquisti. Ma richiede la firma di condizioni, tra le quali l’adesione al programma del Fondo Salva Stati (Mes).


Se i mercati sono eccessivamente ottimisti sullo scudo, sembrano commettere l’errore opposto sulla sostenibilità del debito. Dimenticano una grossa differenza con la crisi del 2011: l’inflazione. Allora non c’era, oggi c’è. Sia chiaro: tutti noi ne faremmo volentieri a meno, ma dato che c’è è importante tenere conto di tutti i suoi effetti. Un effetto è di ridurre il peso del debito pubblico sul Pil, e il costo del servizio del debito.


Anche qui i calcoli non sono immediati, ma intuitivamente, quando c’è inflazione e crescita positiva il denominatore del rapporto debito pubblico/Pil, il Pil cresce almeno al tasso di inflazione, e questo riduce il rapporto. Si dirà che se aumenta l’inflazione tipicamente aumenta anche il tasso di interesse che si paga sul debito, e questo si riflette in un maggiore accumulo del debito pubblico, il numeratore del rapporto. Vero, ma finora il tasso di interesse è aumentato molto meno dell’inflazione.

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Il campo largo è senza futuro

lunedì, Giugno 20th, 2022

Alessandro De Angelis

Magari finirà (non sarebbe la prima volta) con qualche artifizio retorico nella mozione di domani in Aula. In fondo, qualcosa vuole dire se i Cinque stelle sono passati dal «no all’invio» di armi alla richiesta di un impegno per la «de-escalation», al «teneteci informati». E la sensazione è che proprio la faccia feroce verso Luigi Di Maio mostrata da Conte&Co serva a coprire, senza che appaia un cedimento, una correzione di rotta rispetto alle premesse. Per la serie: mettiamola sulla disciplina. E tuttavia la questione resta, anche dopo il passaggio parlamentare, perché l’Ucraina è solo l’epifenomeno di una crisi più profonda dei Cinque stelle, squadernata dalla botta elettorale. E accelerata dalla mossa di Luigi Di Maio che, conoscendo le abitudini della casa, già aveva messo in conto, nel momento in cui ha pronunciato la prima sillaba, la scissione, di cui c’è solo da capire l’epilogo: se il «che fai mi cacci?» o il «sai che c’è? Me ne vado». Sia come sia, il Re è nudo, svestito anche degli abiti dell’ipocrisia. E interroga, in prospettiva, innanzitutto il Pd. Enrico Letta sa quanto siano deflagranti le scissioni, perché proprio grazie a una scissione (di Alfano da Berlusconi) prolungò la sua permanenza a palazzo Chigi: può il Pd far finta di nulla e considerare come principale alleato un partito che processa, e magari espelle, il ministro degli Esteri per eccesso di atlantismo, notizia destinata a fare il giro del mondo?

In altri tempi su una cosa del genere si sarebbe aperta una crisi di governo, cosa che non accadrà in una legislatura segnata dallo stato di necessità. Però il dibattito è inevitabilmente destinato, prima o poi, ad aprirsi. Perché la verità è che il campo largo si è sfarinato elettoralmente e politicamente: quel popolo che il Movimento aveva intercettato, deluso anche dalla sinistra e con cui la sinistra voleva ri-contaminarsi, è andato altrove (destra e astensionismo) ed è rimasta una nomenklatura in crisi di identità che celebra il suo meta-congresso sull’Ucraina, con in mente collegi e mandati al prossimo giro.

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Le sfide dell’Occidente, il rilancio europeo

lunedì, Giugno 20th, 2022

di Ernesto Galli della Loggia

È vero: tra le principali conseguenze l’aggressione russa all’Ucraina ha avuto quella di rafforzare l’unità d’intenti e di azione tra i Paesi della Nato e dell’Unione europea, l’unità di quello che si chiama Occidente. Oggi l’Occidente appare assai più coeso politicamente di quanto fosse sei mesi fa. Non solo, ma proprio grazie all’aggressione di Mosca esso ha avuto modo di confermare il suo forte e vitale legame storico con Paesi come l’Australia, la Nuova Zelanda, il Giappone, la Corea del Sud, che da tempo — spesso da sempre — ne condividono i valori di fondo, le prospettive e le strategie negli affari del mondo.

L’Occidente dunque oggi è unito. Ma non bisogna illudersi: è anche solo. Ne è la prova più evidente il fatto che la maggioranza degli Stati del pianeta — e tra questi vi sono Paesi come la Cina, l’India, il Brasile, gli Emirati arabi, l’Egitto, praticamente tutta l’Africa – non ha aderito alle sanzioni contro la Russia.

Certo, Mosca soffre dell’esclusione dai circuiti bancari e dalle esportazioni di tecnologia euro-americani ma nel medio periodo o forse anche prima non le sarà difficile porvi rimedio trovando altrove e in un’altra maniera ciò che non può più avere da noi. Ma non si tratta solo dell’economia: nel mondo l’Occidente è soprattutto solo culturalmente e ideologicamente. Quando Putin — come ha fatto due giorni fa — proclama che «è finita l’era del dominio americano, l’epoca del mondo unipolare è terminata» e aggiunge che non hanno più corso «gli stereotipi imposti da un solo centro decisionale», sia pure a suo modo coglie precisamente questo punto essenziale. Il mondo nuovo che sta affermandosi nelle contrade del pianeta lontane e diverse dalle nostre, i suoi valori, i suoi regimi politici, i suoi modi d’essere, si discostano sempre di più da quelli dell’Occidente.

Se è vero come è vero che la Modernità nella sua versione tecnologica costituisce sempre più la matrice autentica e pressoché unica della cultura dei tempi nuovi, ebbene allora la presenza dominatrice e potenzialmente egemone della Cina in veste di portabandiera di una tale Modernità, segna davvero un decisivo passaggio d’epoca. Al di fuori dell’Occidente, infatti, è tale Modernità made in China, è la sua spregiudicatezza manipolatrice, la sua totale indifferenza rispetto ai valori, quella che appare dettare il codice del futuro. Quella che appare plasmare l’orizzonte sociale e politico sul quale ambiscono muoversi i gruppi dirigenti, i governi, le élite, dei tanti Paesi del mondo che vengono da una storia diversa dalla nostra. A indicare loro la strada, insomma, non è più la Modernità degli Stati Uniti e insieme la nostra, ancora in qualche modo legata ai valori del costituzionalismo liberale, all’idea dei diritti della persona umana, a uno ormai sbiadito ma pur sempre tenace retaggio cristiano-umanistico.

È questa perdita di egemonia sulle vicende del mondo la sfida — si può ben dire di carattere epocale — che oggi più che mai deve affrontare l’Occidente. Ma in suo nome soprattutto l’Europa. L’Europa, benché alleata indefettibile degli Stati Uniti ha però una sua identità diversa, nutrita di una maggiore profondità storica, più variegata e duttile, priva nel complesso del corrusco volto imperiale e talora imperialistico di quelli. Un’identità che se essa volesse le permetterebbe senz’altro di svolgere specialmente in Medio Oriente e in Africa — divenuta una comoda terra di conquista per gli appetiti di ogni genere di Pechino — un’efficace opera di contrasto anticinese e antirussa. Le consentirebbe senz’altro di esercitare su vasta scala un’influenza economica, una penetrazione culturale, di svolgere una politica di scambi di persone e di istituzioni scientifiche, capaci di rappresentare un solido punto di riferimento (anche sul piano militare, sì militare: guai a fare le anime belle su questo argomento) per le élite di quei Paesi. In tutti questi modi cercando di far penetrare in esse anche i valori politici dell’Occidente.

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Acqua ed energia: emergenze e sprechi (ignorati)

domenica, Giugno 19th, 2022

di Ferruccio De Bortoli

La crisi del gas colpisce imprese e famiglie. La siccità flagella le nostre campagne. Il Po non è mai stato così in secca negli ultimi 70 anni. Sono le due grandi emergenze di questa estate. Più collegate tra loro di quanto non si pensi. Ma la prima è vissuta, nell’ansia suscitata dalla guerra in Ucraina, come un dramma globale, la seconda ancora no. Almeno in Italia. Si aspetta la pioggia, con un certo senso di rassegnazione. Là dove la desertificazione impoverisce e costringe ad emigrare (profughi della guerra climatica) il sentimento è assai diverso. In un rapporto Ipcc, il Gruppo intergovernativo per il cambiamento climatico dell’Onu, l’area del Mediterraneo è segnalata come quella che ha avuto il riscaldamento più preoccupante. Il gas in realtà abbonda, è (solo) una questione di prezzo. Secondo Bp — che una volta si faceva chiamare British Petroleum — le riserve mondiali accertate ammontano a 188 mila miliardi di metri cubi. L’acqua no, è via via sempre più preziosa. Ma nel nostro vissuto quotidiano è come fosse ancora illimitata e sostanzialmente gratuita, anche se non è così.

Tra i tanti referendum rimasti sulla carta ve n’è uno, del 2011, sull’acqua bene pubblico e comune che ottenne il quorum con il 54 per cento dei votanti e un sì pressoché totale. Se l’acqua è un bene primario — e siamo tutti d’accordo — perché la gestiamo così male e ne sprechiamo così tanta? Anche il referendum del 2016, quello contro le trivellazioni in mare, ebbe una valanga di sì.

Non raggiunse il quorum ma gli effetti pratici non mancarono. E sarebbe curioso sapere come voterebbero oggi quei cittadini che si opposero di fatto alla produzione nazionale di gas. Perché se oggi estraessimo, ogni anno, 5 miliardi abbondanti di metri cubi (come nel 2017), non rischieremmo il razionamento. L’anno scorso abbiamo superato di poco i 3 miliardi. Nel 1997 eravamo intorno ai 20 miliardi, più o meno la quantità importata oggi dall’Algeria che è diventata il nostro principale fornitore. La volontà popolare, specie sulle questioni energetiche, non è sempre guidata dalla saggezza e dalla lungimiranza.

La Snam ha appena acquistato una nave per la rigassificazione. A regime da sola, vale 5 miliardi di metri cubi, ovvero il 6,5 per cento del fabbisogno annuale italiano. Ma dove metterla? Non è invisibile. Ieri a Piombino c’è stata una manifestazione contraria. Non la vogliono. A Ravenna, altro polo individuato dal governo, il clima sembra più favorevole. A breve arriverà un’altra nave per la rigassificazione. Il programma Repower Eu, prevede poi che la produzione di biometano europea passi da 3,2 miliardi di metri cubi a 35 nel 2030. L’Italia nel riutilizzare a fini energetici i rifiuti e gli scarti agricoli, cioè nella cosiddetta economia circolare, ha enormi potenzialità. Oggi produciamo solo 300 milioni di metri cubi di biometano, si potrebbe arrivare a 8 miliardi nel 2030. Ma come accade per i termovalorizzatori, gli impianti non piacciono, emettono cattivi odori. Meglio non averli sotto casa. Ma da qualche parte bisognerà pur costruirli o no?

La siccità mette in pericolo il 30 per cento delle produzioni agricole con inevitabili riflessi su prezzi e qualità. Sono già centinaia i comuni, in particolare in Piemonte e in Lombardia, che hanno chiesto di attuare forme di razionamento, non solo per la mancanza di acqua ma anche per la scarsa pressione negli acquedotti. La produzione di energia idroelettrica, la migliore tra le fonti rinnovabili e soprattutto programmabile, ne ha risentito in maniera significativa, con cali tra il 40 e il 50 per cento nei primi mesi di quest’anno rispetto al 2021. Emerge, come strategica la necessità di una più vasta rete di invasi, indispensabili non solo per assicurare l’irrigazione dei campi ma anche per limitare i danni di alluvioni. La dispersione idrica negli acquedotti è ancora intorno al 40 per cento. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dedica all’ammodernamento del servizio idrico 3,5 miliardi. Secondo Utilitatis, gli investimenti (49 euro per abitante) sono in crescita. Ma là dove la gestione è in economia, cioè pubblica, in comuni con complessivi 8 milioni di abitanti, scendono a 8 euro. La media europea è 100. La siccità è anche la conseguenza delle nostre miopie e delle nostre incapacità. Non è solo colpa del riscaldamento climatico.

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Se la Storia spinge l’Ucraina nell’Unione europea

domenica, Giugno 19th, 2022

di Marta Dassù

Ha senso dare all’Ucraina, come ha raccomandato di fare la Commissione europea, lo status di Paese candidato all’adesione all’Ue? Se lo chiedete a un diplomatico dirà che ha poco senso, le procedure sono complicate, l’Ucraina è ancora lontana dal rispetto dello stato di diritto e non si possono fare sconti a Kiev a scapito dei Paesi dei Balcani (fra cui Serbia e Albania) che sono in coda da tempo. E quindi: facciamo pure un gesto simbolico, ma passeranno anni prima di accogliere Kiev nella famiglia europea.

Se lo chiedete invece a un esperto di geopolitica pura e dura, risponderà che all’Italia conviene solo fino a un certo punto o per niente: il baricentro dell’Ue si sposterà verso Est, penalizzando l’Europa mediterranea. E ciò si aggiunge allo scivolamento “baltico” della Nato, con il possibile ingresso di Finlandia e Svezia: il fianco Sud dell’Europa resta più scoperto di prima.

Tuttavia Mario Draghi, sponsor primario di questa apertura all’Ucraina fra i grandi Paesi europei, non è né un diplomatico né un geopolitico. È un europeista ispirato e pragmatico, che ha colto un punto essenziale: se mancherà anche questo appuntamento con la Storia – come gestire il ritorno della guerra nel proprio continente – l’Ue finirà per disgregarsi.

Una forzatura politica è quindi necessaria: aprire all’Ucraina una prospettiva europea significa riconoscere che l’Ue deve ormai pensarsi e agire come una potenza internazionale e non solo economico-commerciale. E una potenza, per immatura che sia, deve potere prendere decisioni rapide: la politica estera è fatta di valori e interessi, di salti di qualità e non solo di procedure formali.

La cosa è più chiara se guardiamo al contesto strategico: il conflitto nelle “terre di sangue” (definizione di Timothy Snyder), contese da secoli fra Russia e Polonia, ricadrà comunque sulle spalle dell’Europa. Con tutti i costi che già vediamo ma anche con le responsabilità che ne derivano.

Vladimir Putin, nel suo velleitario discorso al Forum di San Pietroburgo, ha detto che Mosca considera ormai l’Europa una “colonia” degli Stati Uniti, destinata a una crisi terminale dopo avere perso la sovranità e deciso sanzioni che fanno il solletico alla Russia (allora perché preoccuparsene?) e colpiscono invece la propria popolazione. Dalla prospettiva di Mosca, la guerra in Ucraina è parte del confronto con un Occidente che Putin contava di potere dividere.

La brutale aggressione del 24 febbraio ha prodotto semmai il risultato opposto. Ma l’idea è ancora questa: il capo del Cremlino spera che la “fatica per la guerra” – una guerra che sarà lunga, si legge nelle righe del discorso di San Pietroburgo – e l’uso dell’arma del gas dividano i governi occidentali prima di fiaccare la Russia. In modo ancora più diretto, il vicepresidente del Comitato affari internazionali della Duma, Nikonov, ha detto che l’Ucraina non “vivrà abbastanza” per vedere il proprio ingresso in Europa.

Sulla sovranità dell’Ucraina, quindi, si giocano gli equilibri continentali. È del resto chiaro – dopo le proteste di Piazza Maidan nel 2014 per la mancata ratifica dell’accordo di associazione fra Kiev e Bruxelles, seguite dalla prima fase del conflitto nel Donbass – che il rapporto fra Ucraina e Ue preoccupa Mosca quanto o più di un ingresso dell’Ucraina nella Nato, che non è mai stato realistico.

Il timore vero è quello di un contagio democratico, che indebolisca il regime autoritario russo. Si può aggiungere che Mosca non ha mai capito – negando qualunque legittimità a una identità nazionale ucraina distinta dalla Russia – le pulsioni pro-europee di una popolazione ritenuta non solo parte della propria sfera di influenza ma a tutti gli effetti “cosa propria”.

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