Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Il futuro dell’Italia si deve scrivere adesso

giovedì, Novembre 19th, 2020

di Venanzio Postiglione

La zona rossa diventerà arancione. E viceversa. La gialla aspetterà un po’, vedremo. Il governatore che chiude vuol restare aperto. Ma quando aprono chiederà la chiusura. Il federalismo sognato da Carlo Cattaneo due secoli fa ora si è trasformato in una macchia di colore sulla cartina: dalla questione meridionale o settentrionale alla questione cromatica. Non si vive mese per mese (avercene), ma giorno per giorno. Il traguardo più lontano è Natale, con i dubbi sul cenone, i parenti stretti e i regali, mentre un discorso serio sull’Italia del 2021 e magari anche del 2022 non lo fa nessuno. O quasi nessuno. Il futuro si scrive adesso: se solo qualcuno decidesse di farlo.

La sanità è quella della primavera ma anche di dieci e venti anni fa. Come un palazzo in zona sismica che spera solo non arrivi il terremoto perché non è stato messo in sicurezza o ricostruito ex novo. Paolo Valentino ci ha raccontato il modello tedesco (Corriere di sabato 14): la presenza capillare con i medici della porta accanto, i posti in terapia intensiva passati da 28 mila a 40 mila, i tamponi allargati e anche veloci, il localismo che ha fatto un passo indietro di fronte all’emergenza.

A volte non si sa dove pescare: qui ci sarebbe già un sistema pronto da osservare e tradurre in italiano. E non è solo perché ora siamo bastonati dalla pandemia. L’investimento sulla salute, sulla sanità, avrebbe senso per noi tutti e per le prossime generazioni, «ce lo ritroviamo» per dirla facile.

L’attuale modello si basava (e si basa) soprattutto sullo slancio e la generosità dei singoli, lo sanno anche i ragazzini e adesso sta succedendo di nuovo. Ci affidiamo ai medici, sperando sempre di trovare in corsia il dottor Rieux che illumina La Peste di Camus: «Non so quello che mi aspetta né quello che accadrà, dopo. Per il momento ci sono dei malati e bisogna guarirli». È così ogni giorno, nei nostri ospedali. Poi la tempesta passerà e prenderà forma un modello diverso: se viene immaginato, pensato, discusso, deciso, organizzato. Si tratta di guardare oltre la prima curva, epidemiologica e non solo.

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I veti sul Recovery / La vera sfida di conciliare democrazia e mercato

mercoledì, Novembre 18th, 2020

VITTORIO EMANUELE PARSI

Due Europe, due sponde dell’Atlantico e sempre una sola Cina. Quanto emerso dall’agenda internazionale di questi giorni offre una mirabile sintesi delle questioni aperte, che la pandemia attraversa e intreccia tra loro. Nello stesso giorno in cui Emmanuel Macron rilasciava un’importante intervista che rilanciava la sua idea di Europa – una visione forte, elevata, ambiziosa – i governi reazionari di Polonia e Ungheria si mettevano di traverso all’approvazione del bilancio dell’Unione Europea, rivendicando la pretesa di poter trarre i benefici della membership europea a prescindere dalla corretta e piena adesione ai principi dello Stato di diritto. 


Dall’approvazione di quel bilancio dipende anche la “tempestività” (residua) con la quale i fondi di Next Generation Europe saranno disponibili per tutti gli Stati membri. Fondi di cui l’Italia ha un disperato bisogno e che sono altrettanto necessari ad ungheresi e polacchi, presi in ostaggio tanto quanto gli italiani o gli spagnoli da Kaczynski e Orban. Alla fine la cosa si risolverà, ma nel frattempo avremo perso tempo, posti di lavoro e vite umane anche grazie al cinismo di questi due controversi leader centroeuropei. Neutralizzate le opposizioni interne occorreva mettersi al riparo dalla possibile influenza dell’Unione, nel nome della “sovranità” nazionale, utilizzata come usbergo della propria bulimia di potere.


Il paradosso è che se le attuali Ungheria e Polonia presentassero domanda di ammissione all’Unione se la vedrebbero semplicemente respingere al mittente. Questa assurdità va sciolta innanzitutto politicamente ma poi andrà affrontata istituzionalmente. Il bluff di Varsavia e Budapest va “visto”. Altrimenti l’Unione Europea di cui parla Macron non prenderà mai forma. Non è più possibile andare avanti con due idee di Europa così distinte e incompatibili.

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Che cosa saremmo senza Natale

mercoledì, Novembre 18th, 2020

di MICHELE BRAMBILLA

Il 25 dicembre del 1914, sul fronte occidentale della Grande Guerra, i soldati francesi, britannici e tedeschi fecero scattare il cessate il fuoco. Nessuno diede l’ordine. Nessuna disposizione arrivò dagli alti comandi, né da re Giorgio V né dagli imperatori Guglielmo II e Francesco Giuseppe, né dal governo francese. L’ordine arrivò dai cuori dei poveri soldati, dal loro sentirsi – innanzitutto – uomini: e quindi fratelli. Uscirono dalle trincee, brindarono insieme, improvvisarono perfino una partita di calcio. Il giorno dopo, l’inutile strage riprese il suo corso. Ma quella tregua – spontanea, ribelle – è lì scolpita nella storia per ricordare sempre a tutti che cos’è il Natale. A tutti.

Della ’tregua di Natale’ non c’è traccia nei libri di storia, e chissà perché. È tuttavia un fatto reale, tramandato dai nonni ai nipoti per generazioni. L’inglese Mike Harding gli dedicò una canzone, ’Christmas 1914’; il regista francese Christian Carion un film, ’Joyeux Noël’.

Sono anni che il nostro povero occidente che non crede più a nulla cerca di abolire il Natale, o meglio di nasconderlo, di camuffarlo, di cambiargli nome, di farlo diventare una ’festa d’inverno’. “Per non offendere i credenti nelle altre religioni”, vien detto, ma è un’ipocrisia perché i credenti nelle altre religioni non s’offendono affatto se festeggiamo il Natale. Ed è anche una fesseria perché il Natale conserva una sua forza, una sua misteriosa dolcezza anche in chi cristiano non è, o lo è tiepidamente, pieno di dubbi come poi – in realtà – siam pieni tutti noi.

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Tutto quello che è necessario fare

martedì, Novembre 17th, 2020

di Antonio Polito

Stiamo facendo «whatever it takes», per far uscire l’Italia da questa tragedia? Tutto quello che serve? Costi quel che costi? È ciò che ognuno di noi dovrebbe chiedersi. Innanzitutto i decisori politici. Secondo noi la risposta è no. Almeno da due punti di vista. Il primo riguarda le risorse mobilitate. Spendiamo molto per rincorrere l’epidemia. Ma investiamo troppo poco per anticiparla. Ci sono già tre regioni del Sud costrette a chiudere non per il numero dei casi o per l’indice di contagiosità, ma per la carenza dei loro sistemi sanitari: Campania, Calabria, e presto l’Abruzzo per richiesta del suo stesso governatore. Non è questione di sfortuna, e neanche solo di comportamenti individuali: è questione di risorse e di organizzazione. D’altra parte su tutto il territorio nazionale la medicina territoriale e l’assistenza domiciliare non hanno retto neanche alla seconda ondata. Gli ospedali sono al limite ovunque, medici e infermieri allo stremo. L’Italia non sta facendo tutto quello che serve. E la differenza, sul lungo periodo, si calcola purtroppo in sofferenze e vite umane. Se i soldi del Mes non ci servono, come è stato autorevolmente dichiarato, per la Sanità ce ne servono comunque molti, e presto.
L’altra domanda riguarda le forze politiche: stanno facendo tutto ciò che possono per mettere le loro idee e il loro consenso al servizio dell’unica cosa che oggi conti, e cioè salvare la nazione nell’ora del massimo pericolo? La risposta deve essere di nuovo no. Due settimane fa, su queste colonne, lanciammo un appello all’unità rivolto alla maggioranza e all’opposizione: nelle forme più sagge e realistiche, smettetela di litigare sul resto (che si può anche mettere in archivio per un po’) e lavorate fianco a fianco contro il Covid nell’interesse nazionale. Una disponibilità effettiva è finora venuta solo da due parti: Berlusconi e Forza Italia da un lato, che si sono offerti di partecipare alla stesura della legge di Bilancio per non far mancare l’ossigeno all’economia del Paese; Zingaretti e Bettini per il Pd dall’altro, che si sono subito espressi per raccogliere questa disponibilità e renderla operativa. Per il resto, silenzio.

Silenzio dal presidente Conte, innanzitutto. Strano, perché il premier dovrebbe essere il più interessato a raccogliere una tale offerta, che rafforzerebbe la sua situazione in Parlamento e nel Paese. Fu lui del resto, anche se dopo mesi di esibita autosufficienza, a fare proprio due settimane fa il primo passo, proponendo di trovare una sede parlamentare per l’azione comune. Si deve dunque presumere che, se Conte oggi non si muove, è perché non può. È infatti nei Cinquestelle che si annida il veto verso una tale svolta; e gli equilibri in quel partito sono così instabili, quasi gassosi, che anche il battito d’ali di un Di Battista basta a far tremare le mura di Palazzo Chigi. Diviso com’è, il M5S non sa stare al governo se non contro qualcuno.

L’altro veto proviene da Salvini e dalla componente «sovranista» del centrodestra. A parole dicono di essere pronti al confronto, «purché in Parlamento». Ma la condizione posta è talmente ovvia che serve solo a nascondere un no. Se in Parlamento ci si va infatti sulla base di un’intesa, si possono scrivere insieme le leggi in commissione; ma se ci si va per guadagnare voti, lo si usa per battere i pugni durante le sedute in diretta tv. Finora abbiamo visto solo la seconda modalità.

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Una ciabatta chiamata desiderio

martedì, Novembre 17th, 2020

di   Massimo Gramellini

Che cosa ha spinto centinaia di persone ad accalcarsi ieri mattina nei supermercati di una multinazionale, infrangendo ogni regola di distanziamento per acquistare scarpe e ciabatte che gli stessi acquirenti definiscono brutte? I prezzi bassi, dirà qualcuno. E allora che cosa ha spinto altre centinaia di persone sui siti di e-commerce, poche ore dopo, a pagare centinaia di euro per quelle stesse scarpe che la mattina ne costavano tredici? Mettiamola così: tutto ciò che si è risparmiato sulla materia prima e sulla manodopera (non oso immaginare la paga di un operaio che confeziona scarpe da tredici euro) lo si sarà speso per consultare psicologi. Anche un oggetto brutto può diventare desiderabile, se è prodotto in numero limitato e scompare immediatamente dal mercato. Basta incentrare il messaggio pubblicitario sulla limitata disponibilità — «fino a esaurimento scorte» — e poi esaurirle in fretta, quelle scorte, non ponendo limiti all’accaparramento: ieri c’era gente che usciva dai supermercati con manciate di ciabatte nel carrello, per andare a metterle subito in vendita sul web a prezzo maggiorato.

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La notte in cui De Luca-governatore sceriffo rimase senza stella

sabato, Novembre 14th, 2020

di Antonio Polito

La notte in cui De Luca-governatore sceriffo rimase senza stella

Il «giallo» della Campania, che diventa «profondo rosso», ricorda un po’ una vecchia storiella sul Lungomare di Napoli. Raccontava di un turista francese e di un tassista. Il turista francese alla vista del mare era esploso in un ammirato «parbleu»; e il tassista, di rimando, gli aveva risposto: «Signore mio, a voi pare bleu, ma chill è marrone», con allusione al colore poco igienico delle acque. Le condizioni della Sanità alle prese con il Covid erano come quelle del mare nella storiella: parevano «gialle», ma nel giro di nemmeno dieci giorni si sono rivelate rosse. De Luca lo sapeva. Non lo poteva dire, ma lo sapeva. È stato per più di cinque anni governatore, è stato commissario straordinario del governo, ora è anche assessore alla Sanità: lo sapeva che di fronte a un’ondata il sistema sarebbe collassato. E questo spiega perché in ogni diretta Facebook minacciava lanciafiamme e lockdown. Ma il punto di rottura della sua strategia è arrivato quando non se l’è sentita di chiudere tutto. La notte della rivolta di piazza sotto la sede della Regione, la notte in cui il governo non vide il suo bluff e lo avvisò che se la chiusura la decretava lui da solo non sarebbero arrivati i «ristori», e la polveriera Napoli sarebbe saltata. Il giorno dopo fece marcia indietro, e sperò in Dio. Sperò in un nuovo colpo di fortuna, come in primavera, quando la Campania era stata miracolosamente risparmiata dall’epidemia, e lui se ne era attribuito il merito.

Il pollo di Trilussa

Ma la storia, si sa, di solito non si ripete. E oggi a Napoli il 118 è diventato un numero della smorfia (sta per «quello che non risponde»), su Facebook si organizzano cacce alla bombola, anche vuota, di ossigeno (le farmacie ne sono prive), i triage dei pronto soccorso si fanno tra le auto in fila, e le persone non solo muoiono in ospedale (accade spesso purtroppo, accade sempre), ma devono subire anche l’ennesimo oltraggio alla loro dignità di una ripresa video che fa il giro del web.

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Lui e me va bene

sabato, Novembre 14th, 2020

di   Massimo Gramellini

Siamo un Paese sorprendente, dove un bambino di cinque anni scrive a Conte come se fosse Umberto Eco (il bambino, non Conte) mentre gli adulti che dovrebbero fronteggiare l’emergenza prendono le distanze dalla lingua italiana oltre che da sé stessi. L’ultimo capolavoro arriva dalla Sardegna. Il presidente dell’isola, mosso dal nobile intento di pararsi il fondoschiena, ha reso pubblica la mail di metà agosto in cui l’infettivologo Stefano Velladel Comitato Tecnico Scientifico sardo (ogni regione ne ha uno, in aggiunta a quello nazionale, per evidenti ragioni di semplificazione) dava il via libera alla riapertura delle discoteche dopo essersi consultato con un collega. Accontentatevi dell’incipit: «Lui e me va bene». Interpellato dai giornalisti, il professor Vella ha precisato di aver espresso il suo parere favorevole pur essendo contrario, e mi pare che come ragionamento non faccia una grinza. Anzi, l’illustre scienziato va ringraziato: considerata la moda del momento, avrebbe potuto negare di essere l’autore della mail o dichiarare di averla scritta in trance o sotto l’effetto di droghe. Stupisce però che non abbia sentito il bisogno di scusarsi almeno per lo sfondone, attribuendolo a un complotto di accademici della Bruschetta in combutta con quelli del Billionaire.

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In questa crisi nessuno può salvarsi da solo

venerdì, Novembre 13th, 2020

di GIORGIO VITTADINI

Nel 1987 Margaret Thatcher sostenne che “La società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. E il governo non può fare niente se non attraverso le persone, e le persone devono guardare per prime a se stesse”.
Sembrerebbe la fotografia di quanto sta accadendo e ci viene richiamato da più parti in questi mesi di emergenza: tutto dipende dal nostro personale comportamento e i protagonisti di ciò che avviene (oltre al virus) siamo noi e il governo.
In questi giorni di ritorno a misure più stringenti per contrastare la pandemia, mi sono chiesto in quanti abbiano provato almeno una volta l’esperienza del distanziamento.
Distanziamento non solo come una necessità, per quanto forzata, ma come paura – o addirittura realtà – di una vita senza relazioni, come pratica di individualismo di massa in cui l’altro è, alla fine, un nemico.

Manca qualcosa, forse perché stava venendo meno anche prima: mancano comunità in cui “trafficare” vita, in cui esserci gli uni per gli altri, in cui essere sfidati a crescere e a desiderare. Non ghetti protettivi, ma stimoli che rimettano in azione, che ci facciano sentire addosso qualcosa di più grande del male, del dolore, più grande della fatica, più grande dello smarrimento, più grande della noia. Così che diventi molto più difficile dire “io” senza dire “noi”.
Ambiti che, in altre parole, spingano ad allargare lo sguardo. E allora, anche se non abbiamo risolto i nostri bisogni, può succedere che ci accorgiamo di più di quelli degli altri. E non possiamo stare fermi: vogliamo interessarcene facendo il possibile, ma tutto il possibile, per dare una mano dove ce n’è bisogno, materialmente e spiritualmente.

La storia ha già mostrato a sufficienza quanto l’ex “lady di ferro” si sbagliasse: il bene comune non è la somma di beni individuali.
E non è nemmeno il compromesso, garantito dallo Stato, tra pluralità autoreferenziali. È invece una dimensione organica, continuamente ricercata e costruita, di progetti ideali e operativi generati dalle realtà di base, che oggi più che mai vanno ricostituite.

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Il Trump che resta tra di noi

venerdì, Novembre 13th, 2020

di Antonio Polito

Si può supporre che l’uscita di scena di Trump (ammesso che lasci alla scadenza la Casa Bianca, e ammesso che non provi a rientrarci tra quattro anni) assesterà un duro colpo al «cattivismo». È la forma con cui il populismo di destra si manifesta oggi un po’ ovunque. Più che a includere sotto un’unica grande tenda, come ha sempre tentato di fare la politica tradizionale, compresa quella conservatrice, il «cattivismo» preferisce costruire dei confini, delimitare dei recinti, per fidelizzare tutti coloro che ne sono dentro e galvanizzarli contro quelli che restano fuori. È la versione politica della «brand culture»: punta a sollecitare un senso di identità tribale (nel senso di tribù), è aggressivo, e trova nei «social» il suo habitat naturale. Ma se il trumpismo di Trump, inteso come stile della lotta politica, è stato battuto, non credo lo sia il trumpismo che è in noi, nelle nostre moderne società occidentali. Le ragioni che ne hanno segnato il successo non sono infatti svanite, e anzi sembrano destinate a diventare anche più attuali: si nutrono di conflitti profondi, che spaccheranno ancora a lungo le opinioni pubbliche su tre decisivi versanti.

La prima linea di frattura è quella che potremmo definire pandemia/economia. Molto presente nella campagna elettorale americana, è anche al centro della battaglia che si sta svolgendo in queste settimane in Italia e in Europa. Mette gli uni contro gli altri coloro che ritengono più pericoloso per le loro vite il contagio virale e coloro che invece temono di più un destino di impoverimento.Da molti punti di vista — anche se con notevoli novità, pensate ai ragazzi del delivery o ai fattorini di Amazon — è il vecchio conflitto garantiti-non garantiti, tra chi ha il buono pasto e chi se lo deve guadagnare ogni giorno. Per quanto finora raffreddato dall’intervento magari goffo ma certo massiccio dello Stato (i bonus, i ristori, il blocco dei licenziamenti, la cassa integrazione quando arriva), questo conflitto è destinato a diventare rovente al momento in cui, inevitabilmente, la spesa pubblica straordinaria dovrà rientrare nei ranghi. Una recessione è l’ideale per alimentare conflitti del genere noi/loro, compreso quello tra nativi e arrivi, tra penultimi e ultimi.

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Natale con i tuoi

venerdì, Novembre 13th, 2020
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di   Massimo Gramellini

Si fa presto a dire: Natale con i tuoi. Ma chi sono «i tuoi»? Nel mondo di prima era prevalsa un’interpretazione estensiva, che comprendeva la consuocera detestata da tua madre e il cugino vegano in polemica con le lasagne al ragù. Ma quest’anno i «tuoi» si sono ristretti ai parenti di primo grado, gli unici che Sandra Zampa – la vice-Speranza alla Salute con tanti saluti alla speranza – pensa di ammettere al cenone per la gioia di tua madre, e del ragù. Zampa non ha chiarito come il governo intenda far rispettare la direttiva: forse poliziotti in divisa natalizia (giacca rossa e barba bianca sotto la mascherina) suoneranno a tutte le porte per chiedere ai commensali di autocertificare il loro rapporto di parentela. Ma anche così non mancherebbero i problemi. Primo grado significa genitori e figli, senonché ogni genitore è a sua volta figlio, e parecchi figli sono già genitori. Se si riuniscono tutti intorno allo stesso tavolo, come minimo a Crisanti gli prende un colpo.

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