Archive for the ‘Politica’ Category

Meloni manda messaggi distensivi a Berlusconi ( ma da adesso niente diktat)

domenica, Ottobre 16th, 2022

di Paola Di Caro

Meloni manda messaggi distensivi all’alleato e chiede che le liti interne non ricadano sul governo

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ROMA – Serena e assolutamente «determinata» a formare un governo di alto profilo, senza «rancore, vendette o voglia di rivincita». Il giorno dopo il grande scontro con Berlusconi — il voto mancante di FI a La Russa e il foglietto con le critiche del Cavaliere a lei rivolte, che hanno provocato il suo «non sono ricattabile» — Giorgia Meloni manda messaggi distensivi all’alleato. Ufficiosi, ma chiari, recapitati attraverso i tanti pontieri che stanno ricucendo un rapporto molto deteriorato.

Ma la leader di FdI non vuole esattamente questo: che le relazioni personali — simpatie o antipatie reciproche, o peggio ancora giochi interni ai partiti sempre legati a dinamiche di rapporti fra i singoli — pesino su quella che è una questione tutta politica: come comporre il miglior esecutivo possibile, che sia «in grado di affrontare le tempeste economiche, finanziarie, geopolitiche si prospettano». Se Berlusconi è disponibile a ragionare su questo piano, quello «delle cose da fare e anche delle persone giuste al posto giusto per farlo», lei è «disponibile» a sedersi di nuovo al tavolo con lui per ragionare. Anche concedendo molto all’alleato, come — dicono i suoi — ha fatto «fin dal primo momento». Il problema c’è invece se prevarranno «logiche diverse»: il non riconoscimento sostanziale della sua leadership, l’imposizione di nomi per lei inaccettabili in ruoli ritenuti non consoni (Ronzulli come capo delegazione di FI con ministero pesante), la scelta dei ministri sulla base dei «fedelissimi» dell’ex premier e non delle competenze.

Se i patti sono chiari, Meloni è pronta a incontrare l’alleato a inizio settimana in modo da farsi trovare pronta per quando presumibilmente potrà ricevere l’incarico: forse già il 21 sera, per chiudere con il giuramento già il 23. È quello che, assicurano da FdI, chiedono «un po’ tutti quelli che ci stanno contattando in queste ore» da FI, dove la volontà di far partire il governo è forte e di rompere o fare le barricate pochissima.

Contatti diretti con Berlusconi ieri non ce ne sono stati, ma indiretti sì. E Meloni ha fatto sapere quale può essere il punto di caduta di una trattativa finora faticosissima, a differenza di quella della Lega dove il pragmatismo di Salvini, spiegano, ha fatto la differenza e ha permesso di chiudere un’intesa soddisfacente.

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La Russa, il cognome filoputiniano, la lezione della Segre. Le parole della settimana

sabato, Ottobre 15th, 2022

Paolo Gambi

Proviamo a dare un po’ di sapore ai numeri che decretano il successo delle notizie su Google. Di seguito alcune delle notizie più cliccate della settimana rivisitate e corrette.

Il cognome troppo filoputiniano di La Russa

Le Camere hanno eletto i loro presidenti, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana. Fra gli alti lai di quelli che si fanno difensori della democrazia, prendendo gli ordini dall’alto, mancava solo che avanzassero la lamentela che La Russa è un cognome troppo filoputiniano e Fontana è uno spreco d’acqua. Complimenti e buon lavoro ai due eletti.

La lezione di Liliana Segre

Una delle pagine più nobili della democrazia italiana recente l’ha appena scritta Liliana Segre. Presiedendo il Senato, dopo aver detto che “il popolo ha deciso” e che “la maggioranza uscita dalle urne ha il diritto-dovere di governare; le minoranze hanno il compito altrettanto fondamentale di fare opposizione”, ha detto: “Le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell’esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori condivisi, di istituzioni rispettate, di emblemi riconosciuti”. Non sappiamo quanto possa esserle costato scriverla. Ma la sua testimonianza è preziosa.

IL GIORNALE

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Quel Pd che resiste a fatica anche nelle regioni rosse

sabato, Ottobre 15th, 2022

Alessandra Benignetti

Dal 2018 il Pd ha perso per strada circa 820mila voti. Quasi un milione di ex elettori Dem che, secondo l’Istituto Cattaneo di Bologna, sarebbero stati attratti soprattutto dal Terzo Polo. Insomma, se quella del 2018 venne definita come “la sconfitta più grave della storia del Pd e del centrosinistra”, questa volta al partito di Enrico Letta è andata anche peggio.

Con il centro-nord saldamente in mano a Fratelli d’Italia, che cannibalizza i consensi della Lega respingendola nel perimetro del vecchio Carroccio, e il Movimento 5 Stelle che si impone come “partito del reddito” al Sud, il Partito Democratico resta ancorato alla “zona rossa”. Un fortino che comprende Toscana, Emilia-Romagna, il nord delle Marche e dell’Umbria e che tradizionalmente è appannaggio della sinistra. Si tratta di una delle zone politiche storiche dello Stivale, dove il Pd e i suoi antenati hanno sempre avuto la meglio. Ma il voto del 25 settembre sembra aver rimesso in discussione anche i vecchi dogmi.

Prendiamo il caso della Toscana. Qui complessivamente il centrodestra è lo schieramento più votato con il 38,5 per cento delle preferenze. Il distacco con il centrosinistra è marginale. Ma fatto sta che il Pd e i suoi alleati in questa regione tradizionalmente orientata a sinistra sono arrivati soltanto secondi, con una percentuale del 33,8. È vero che sommando i voti di Movimento 5 Stelle e Italia Viva e Azione si sarebbe potuto superare il centrodestra, ma l’equazione non è automatica.

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Pd, prove di Aventino dopo l’elezione di Fontana: “Un disastro per l’Italia, il più contento sarà Putin”

sabato, Ottobre 15th, 2022

Carlo Bertini

«Il più contento sarà Putin». Enrico Letta è furioso. Dopo aver votato per Cecilia Guerra presidente, (proposta per unire il fronte della sinistra) ha preso un aereo per Berlino per andare al congresso del Pse. E una volta consumato «il disastro», come i dem bollano l’elezione di Fontana, il segretario al telefono con i suoi si è sfogato: «Peggio di così non poteva andare, uno sfregio per l’Italia. Fontana. Ci rendiamo conto? Per due mesi abbiamo allertato del rischio di questa destra al potere e oggi queste reazioni, un mix di stupore e preoccupazione, mi fanno molto arrabbiare. Era chiaro che sarebbe stata questa l’evoluzione della loro vittoria».
«Omofobo e filo-Putin»
Un’evoluzione che ha portato a guidare la Camera, «il leghista filo-Putin, vicino alle destre estreme europee, omofobo. Serve altro?», domanda Matteo Ricci. «Una tragedia, lui è un corpo estraneo, sarà un problema», scuote la testa Gianni Cuperlo.
Letta sa che il nodo da affrontare sarà la divisione delle opposizioni evidenziata in queste due votazioni. Nessuno si fa illusioni, serve tempo per avvicinarsi. Ma il nemico è pericoloso. «Era chiaro – sostiene il segretario – che la presunta svolta moderata di Meloni fosse da un lato una brillante operazione di marketing di Fdi e dall’altro una sorta di autoconvincimento delle classe dirigenti che erano già pronte a salire sul carro della vincitrice. E al primo passaggio parlamentare, la realtà ha portato il conto. Ora facciamo un’opposizione dura senza perdere un colpo», ha detto ai parlamentari in mattinata.
Zingaretti e il dialogo con M5s
«Opposizione sì, ma non da soli», è l’esortazione di Nicola Zingaretti. Uno dei più preoccupati di questa spaccatura è l’ex governatore del Lazio, appena eletto deputato e in predicato di divenire vicepresidente della Camera: si dimetterà da governatore a giorni e non vuole lasciare macerie. «Farò un decreto di devolution del maggior numero di materie alla città di Roma», annuncia seduto su un divano alla Camera. Ma si vede che è il rapporto con i 5Stelle a preoccuparlo anche in termini nazionali. «Dobbiamo dare una risposta adeguata. Questo significa opposizione del Pd su contenuti chiari nei quartieri e in Parlamento, ma anche apertura di una fase nuova tra le opposizioni. Se la situazione è preoccupante non si può rimanere congelati al passato». Peccato che i rapporti tra Letta e Conte non esistano più e che per sei mesi il leader Pd sarà ancora lui.

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La trincea di Giorgia Meloni

sabato, Ottobre 15th, 2022

Annalisa Cuzzocrea

Giorgia Meloni è in cima alle scale, nel cortile di Montecitorio. Appoggiata a una colonna, accanto alla porta che dà sul Transatlantico, fuma nervosa una sigaretta. L’aria è quella di chi non vede l’ora sia finita. «E Berlusconi?», chiede Matteo Salvini, che si aggira per la Camera da ore come un leone in gabbia: il segretario della Lega è un senatore, non ha un ufficio lì, non può entrare in aula. Fa su e giù tra buvette, corridoio, chiostro. Senza pace. Lorenzo Fontana come terza carica dello Stato è l’ennesima scelta che ha imposto al suo partito, ora è lì a controllare che tutto fili liscio. (Per dire la differenza, a Palazzo Madama nel giorno di Ignazio La Russa – ben più a rischio – la premier in pectore, deputata, non c’era. È rimasta ad aspettare nel suo ufficio, al momento giusto si è congratulata con un tweet).

«E Berlusconi?», chiede dunque Salvini dopo che Meloni lo chiama a sé con un cenno della mano. Di primo mattino – sempre nel cortile – aveva detto ai suoi: «Io l’avevo avvisato Silvio, attento che Giorgia ha i numeri, non puoi metterti di traverso». Nell’inedita veste di mediatore, il segretario leghista – che ancora ieri ha chiamato più volte il capo di Forza Italia – cerca di sondare le intenzioni dell’alleata. Che consapevole dei cronisti intorno con l’orecchio teso, dice solo: «Lo sentiamo domani». Poi comincia a parlare di week end, gite fuori porta in cerca di castagne. Passa Francesco Lollobrigida, il cognato compagno di banco in aula, il marito della sorella Arianna anche lei – ieri – eccezionalmente in Transatlantico, e Meloni chiede: «Dove si va per castagne? » . A Cave, si va lì, vicino a Tivoli. E insomma, sarà per i giornalisti troppo vicini, sarà perché non ha voglia di rispondere, la leader di Fratelli d’Italia cambia discorso.

«Anche oggi buona la prima. Andiamo avanti veloci», commenta subito dopo l’elezione di Lorenzo Fontana alla presidenza. Le interessa questo, dare un’idea di rapidità. Come se tutto non fosse bloccato dai veti di una coalizione talmente litigiosa che ogni giorno esplode: giovedì al Senato, sulla mancata partecipazione di Forza Italia all’elezione di La Russa. Ieri alla Camera, sull’immagine che mentre Meloni fuma in cortile comincia a circolare: il foglio che Silvio Berlusconi aveva con sé a Palazzo Madama e che la definiva «supponente, prepotente, arrogante, offensiva».

Guarda tutti da lontano, la premier in pectore. Fin dal mattino, presente ma in disparte. I capannelli più vistosi sono quelli della Lega. Passano tutti a incitare Fontana, prima; a congratularsi con lui, poi. Tra gli altri, in cortile si apparta con Salvini e i suoi Claudio D’Amico: ex deputato, braccio destro di Gianluca Savoini (sotto inchiesta per corruzione internazionale nella vicenda dell’hotel Metropole di Mosca), organizzatore dei viaggi della Lega in Russia e dell’accordo con il partito di Vladimir Putin Russia Unita, oltre che proprio dell’incontro tra il presidente russo e il leader della Lega. Non si sa perché sia lì, se non per la felicità di vedere l’amico Fontana diventare presidente della Camera.

Su questo, sulla vicinanza alla Russia del deputato leghista appena diventato terza carica dello Stato, Meloni glissa, non sa, non risponde. Posizioni omofobe? «Lo hanno detto anche a me perché sono contraria alle adozioni da parte di coppie omosessuali, e non sono omofoba». Idee filorusse? «Se mi preoccupassi di quello che dice l’opposizione non farei il governo». Per resistere alle pressioni di Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni non può permettersi distinguo sulle scelte dell’alleato Salvini. La linea è quindi, fin dal mattino: «Fontana non si discute». Poi se serve c’è il programma, che sulla posizione della coalizione sulla guerra in Ucraina e sui rapporti con la Russia di Putin è chiaro e inequivoco.

Non sarà semplice spiegarlo ai giornali internazionali che già titolano, come il Financial Times, «Il Parlamento italiano elegge come presidente della Camera un euroscettico filo-Putin», ma tant’è, tocca fare una battaglia alla volta. E tocca avere alleati. Se pure Salvini provasse nei confronti di Meloni la stessa rabbia che pare provare il leader di Forza Italia (perché stavolta è lei a comandare, perché lo fa senza cedere su nulla, perché è una donna che gli tiene testa senza alcuna deferenza), il leader della Lega non lo dà a vedere. Si è ritagliato il ruolo di messaggero tra i due. È ormai per molti il ponte con Silvio Berlusconi (a Umberto Bossi che ieri al suo arrivo in sedia a rotelle – sospinto dal figlio Renzo – scattava selfie con chi lo andava a omaggiare, Salvini ha assicurato: «L’altro giorno io e Berlusconi parlavamo di te. Organizziamo un incontro, gli farà piacere»).

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Ministri del governo Meloni, le candidature di Giorgetti e Calderoli: così Salvini conquista posizioni

sabato, Ottobre 15th, 2022

di Marco Cremonesi e Marco Galluzzo

La candidatura di Giorgetti al Mef si consolida. Per gli Affari regionali è in corsa Calderoli. Al partito potrebbe andare anche l’Agricoltura

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Le tessere del puzzle sembrano comporsi in un quadro più chiaro dopo l’elezione del presidente del Senato. Un colloquio pomeridiano fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni, alla Camera, fa fare passi avanti alla composizione del futuro governo. Le indiscrezioni che fa filtrare la Lega sono di piena soddisfazione, se oggi come sembra eleggerà un suo esponente alla guida della Camera dei deputati, ma soprattutto se otterrà la guida del ministero dell’Economia con Giancarlo Giorgetti.

Le ultime notizie sul governo e l’elezione del presidente della Camera

«Se la Lega vuole il ministero dell’Economia e mi manda lì, io ci vado», dice il diretto interessato, rompendo il suo proverbiale riserbo, mentre nello staff di Salvini fanno i conti su una rappresentanza governativa molto nutrita. Salvini stesso potrebbe aggiungere la carica di vicepremier alle deleghe sulle Infrastrutture, Roberto Calderoli, che per «spirito istituzionale» si è tirato indietro dalla corsa alla guida del Senato, dovrebbe approdare agli Affari regionali, mentre il prefetto Matteo Piantedosi, già capo di gabinetto di Salvini, dovrebbe guidare il Viminale. Alla Lega dovrebbe anche andare un ministero fra Agricoltura, Istruzione e Università.

Ma soprattutto dovrebbe ottenere la terza carica dello Stato con Lorenzo Fontana, fedelissimo di Salvini, per tanti anni eurodeputato, ministro per la Famiglia nel primo governo Conte, vicesegretario del partito. Mentre a fine giornata è la stessa premier in pectore che sembra ufficializzare la candidatura di Giorgetti: «Io penso che Giancarlo Giorgetti sarebbe un ottimo ministro dell’Economia».

A questo punto a Forza Italia toccherebbe una rappresentanza minore rispetto alle aspettative. Punto fermo resta Antonio Tajani agli Esteri, mentre Maurizio Gasparri potrebbe finire alla guida della Pubblica amministrazione e Anna Maria Bernini all’Università. Alessandro Cattaneo, già sindaco di Pavia, resterebbe in corsa per un altro posto. Una sorpresa potrebbe essere la conferma al governo di Gilberto Pichetto Fratin, oggi numero due al Mise. Se queste previsioni fossero confermate un ridimensionamento del partito di Berlusconi sarebbe un dato di realtà. Fra i cinque ministeri più importanti prenderebbe solo gli Esteri, mentre la Giustizia toccherebbe al magistrato Carlo Nordio, eletto con FdI, e la Difesa ad Adolfo Urso, anche lui di Fratelli d’Italia. E gli altri due alla Lega, Economia e Interno.

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Per il governo Meloni non ha un piano B (nonostante lo strappo con Berlusconi): ecco perché

sabato, Ottobre 15th, 2022

di Francesco Verderami

Per l’elezione di La Russa, Meloni aveva una soluzione alternativa al blocco di centrodestra, e l’ha usata. Per il governo, invece, né lei né i suoi alleati dispongono di un «piano B». Per questo la leader di Fratelli d’Italia continuerà a esercitare il suo potere per chiarire tutto prima del varo del nuovo esecutivo

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Per l’elezione di Ignazio La Russa a presidente del Senato , Giorgia Meloni aveva una soluzione alternativa al blocco di centrodestra e l’ha usata.

Per il governo, invece, né la leader di Fratelli d’Italia né i suoi alleati dispongono di un «piano B».

I rapporti di forza in Parlamento sono tali che impediranno qualsiasi futura alchimia di Palazzo, anticipando di fatto la sorte di una legislatura che si esaurirà nel progetto a cui sta lavorando Meloni.

«E Giorgia se ne andrebbe a casa piuttosto che farsi ricattare», ha detto ieri La Russa a un esponente di partito.
Proprio il concetto che «Giorgia» ha ripetuto in serata. Il fatto di ritrovarsi a capo di una maggioranza senza alternative, «per certi versi contribuirà — secondo un autorevole dirigente di FdI — a far cambiare atteggiamento anche ai partner europei, abituati alle rotazioni di premier e di ministri italiani. Che avvengono in media ogni anno e mezzo».

C’è più di un motivo insomma se la presidente di FdI ha esercitato il suo potere di capo dell’alleanza con Silvio Berlusconi . E continuerà a farlo. Perciò — scommettono rappresentanti della coalizione — «tutti ci dovremo adeguare. E il primo sarà proprio il Cavaliere».

Ecco spiegato perché Meloni — invece di «lasciar posare la polvere» come alcuni suoi consiglieri le avevano suggerito — ha optato per la linea dura con Forza Italia sulla questione dei dicasteri.

È convinta che il chiarimento in maggioranza vada fatto prima del varo del governo, per non trovarsi poi in Consiglio dei ministri a fronteggiare qualche fronda politica mentre infuria la crisi economica.

Così sembrerebbe fallito l’esito della mediazione nella quale si era impegnato Gianni Letta, che ha (ri)stabilito un solido rapporto con Meloni e che in mattinata si era recato da Berlusconi. Il Cavaliere non vuole che l’alleata — nel redigere la squadra — applichi lo stesso metodo adottato ai tempi del governo di Mario Draghi, quando dovette subire la scelta dei ministri di Forza Italia senza potersi opporre. La leader di FdI non intende però derogare al suo mandato.

E Letta si muove tra i due fuochi, scontando i sospetti degli azzurri che non vogliono cedere a Meloni ma contando in queste ore sul sostegno della famiglia di Berlusconi. Una soluzione si troverà, anche perché non esiste un «piano B». Né per lei né per gli altri partiti della coalizione.

È una questione di grammatica politica. Infatti l’errore da «matita blu» commesso dal gruppo di Forza Italia al Senato — sotto la spinta di Gianfranco Micciché — si è tramutato in una sconfitta strategica. E ha scatenato l’ira della premier in pectore, che ha messo una croce sopra i nomi di due senatori azzurri in predicato di diventare ministri: «Visto che a votare per La Russa, oltre Berlusconi, è stata solo Elisabetta Casellati, porto lei al governo. Ma non alla Giustizia».

Per quell’incarico Meloni aveva deciso già prima delle urne: siccome a palazzo Madama i margini di maggioranza sono ristretti, ha candidato l’ex magistrato Carlo Nordio alla Camera.

Sono molte le ragioni che inducono la leader di FdI a non cedere. Tutte legate tra loro. Se punta a ridisegnare la geografia dell’alleanza, assegnandosi il ruolo di perno del futuro centrodestra, deve superare la prova di governo. «La composizione della squadra — spiegava giorni fa il capo dell’Udc Cesa — sarà decisiva perché rappresenterà il biglietto da visita con cui si presenterà al Paese. Mentre i ministri dell’Economia, degli Esteri e della Difesa, saranno il suo biglietto da visita nel contesto internazionale».

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Berlusconi contro Meloni: «Supponente e arrogante»

sabato, Ottobre 15th, 2022

di Tommaso Labate

In Senato l’appunto del leader con i giudizi sulla presidente di FdI: «Lei prepotente, è una con cui non si può andare d’accordo». Forza Italia divisa tra i governisti di Tajani e chi sta con Ronzulli

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«Vuole provocare la nostra scissione», dicono dall’ala dei falchi di Forza Italia, quelli del giro di Licia Ronzulli; quelli accusati di scavare trincee per sabotare la nascita del governo a guida Giorgia Meloni, che sono davanti alla tv alle 19.54 quando sentono dalla voce della presidente del Consiglio in pectore scandire che al foglietto di Berlusconi «mancava un punto, che io non sono ricattabile». «E ora chi glielo va a dire?», confabulano tra di loro riferendosi all’ex premier, che proprio in quei momenti meditava una possibile via d’uscita dallo scontro con la leader di FdI e accarezzava pure la possibilità «di usare le prossime ore e i prossimi giorni per chiarirci», forse anche per chiedere scusa.

Per Berlusconi, per FI, per tutti, insomma, il giorno due della legislatura è anche peggio del giorno uno. Peggio del vano tentativo di far mancare i voti per Ignazio La Russa al Senato, peggio dei «no» ricevuti in sequenza sulle caselle di governo e della danza politicamente macabra che hanno finito per generare. Il giorno due è oltre, è di più: tanto si diradano le nubi su chi era in difficoltà fino a ieri l’altro, come Matteo Salvini; tanto si concentrano su Forza Italia, ormai spaccata in due tra «governisti» senza ancora un governo (Antonio Tajani, Anna Maria Bernini e compagnia) e i cosiddetti «antigovernisti» (Ronzulli e un folto drappello di parlamentari di Senato e Camera).

L’elenco

Maledetti elenchi. Maledette prime volte. C’era un elenco corredato da numeri anche quel giorno al Quirinale, alle consultazioni dopo il voto del 2018, in cui Salvini parlava per la prima volta a nome di tutto il centrodestra e Silvio Berlusconi provava a recuperare centimetri di centralità politica sottolineando con le dita «e uno, e due, e tre», arrivando fino a dieci. Ed era stato l’inizio di un lungo periodo di gelo tra il Cavaliere e il segretario leghista.

Stavolta Berlusconi si è fermato a quattro. Non mimando ma scrivendo; non nei confronti di Salvini ma contro Giorgia Meloni, definita in un appunto vergato su carta intestata «Villa San Martino» donna dal comportamento «supponente», «prepotente», «arrogante», «offensivo». E se non fosse intervenuto un tratto di penna inserito a mo’ di cancellazione, anche «ridicola». Una persona (la grafia del Cavaliere è chiara e inconfondibile) che «non ha nessuna disponibilità al cambiamento» e con cui «non si può andare d’accordo».

Qualcuno ipotizza che fosse un messaggio che voleva e doveva arrivare a destinazione, che l’ostentazione dell’appunto sul banco del Senato e la piena consapevolezza della potenza dei teleobiettivi dei fotografi erano state messe in conto; altri che il Cavaliere, al contrario, avesse detto di aver raccolto «giudizi altrui» su Meloni e di averli appuntati come appunta per abitudine ogni cosa di cui si trova a parlare, persino il menù del pranzo o della cena. Le ore che arrivano senza una smentita, e l’intervento del presidente del Senato Ignazio La Russa («Berlusconi dica che è un fake») sono benzina sul fuoco di un cantiere in fiamme.

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Salvini fa il grande mediatore. Giorgetti dice sì per il Mef

venerdì, Ottobre 14th, 2022

Michel Dessì

Matteo Salvini veste i panni del pompiere. Getta acqua sul fuoco acceso tra gli alleati. «Chi lo avrebbe mai detto», dicono tra le stanze damascate del Senato. Anche qualche leghista si sorprende delle mosse del suo segretario. Ponderate, senza colpi di testa. Ragionate. Almeno ieri. Oggi è un altro giorno, il giorno della Lega a Montecitorio. La terza carica dello Stato spetta a loro. Il candidato è Lorenzo Fontana, ad annunciarlo lo stesso Salvini: «Ho chiesto a Molinari la disponibilità a proseguire il suo mandato da capogruppo della Lega a Montecitorio». Ma il passo indietro potrebbe nascondere altro. Il rinvio a giudizio per falso pesa sulle spalle di Molinari. I più maliziosi parlano di un veto arrivato direttamente dal Colle più alto di Roma. Ma dalla Lega smentiscono.

Il leader del Carroccio in queste ore è il ponte tra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Media e tratta. Soprattutto tratta. Per sé, per il suo partito. Lo fa mostrando a Giorgia Meloni lealtà. È il primo a dire in diretta televisiva che, per la Lega, il nome del Presidente del Senato «è quello di Ignazio La Russa». Così è stato. «C’è un accordo e dobbiamo rispettarlo. Roberto (Calderoli ndr.) sarebbe stato un eccellente Presidente del Senato ma dobbiamo fare fede ai patti» ha detto il segretario al suo nutrito esercito di senatori riuniti prima di entrare a Palazzo Madama. Faccia decisa, quasi ombrata, passo sicuro tanto da preoccupare chi lo incontra. «Ma tutto bene?», gli chiedono nel piccolo transatlantico, in sala Garibaldi. «Sì, sì», risponde. Poi dritto alla buvette per un caffè. Dietro di lui il cordone di fidatissimi. Poca confidenza a chi lo circonda. Telefono all’orecchio e incontro con Silvio Berlusconi. Lui e il presidente di Forza Italia sono gli ultimi ad entrare in Aula. Prima un breve vertice per trovare la quadra. Che non c’è. Ma lui dice di essere ottimista «dai, dai» incita i suoi mentre sogna ancora il Viminale. L’idea non l’ha mai abbandonata. I segnali arrivano da tutte le parti, anche dal suo dress code. «Salvini sfoggia la cravatta anti-droga» recita il messaggio inviato ai cronisti dal suo ufficio stampa. «Il tema del contrasto agli stupefacenti è e sarà una priorità» dice Salvini. Ma il suo posto pare essere già designato: ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Al Viminale Matteo Piantedosi o la fidatissima Giulia Bongiorno. Lui dovrà accontentarsi di gestire i porti e la Guardia Costiera. Se lo fa bastare, ma non si accontenta. Vuole di più. C’è chi dice tra i pavimenti scricchiolanti del Senato che abbia alzato la posta dopo la prova di fiducia sul voto compatto ad Ignazio La Russa.

Salvini mira ad avere almeno 6 ministeri, tutti di peso, compreso quello all’Economia per Giancarlo Giorgetti che dice: «Se mi vogliono al Mef ci andrò». I rapporti non sono buoni ma bisogna mostrare unità. E così le foto sorridenti di Salvini, Giorgetti, Fontana, Crippa e Molinari rimbalzano su tutti i cellulari dei cronisti. Oltre alla presidenza della Camera dei Deputati il leader della Lega mira ad ottenere anche l’Agricoltura, gli Affari regionali e le Autonomie e la Scuola. «I voti si pesano» ci dice Alessandro Morelli. Un segnale che dà credito alle voci che circolano tra i Palazzi. Mentre Ignazio la Russa fa il discorso da Presidente lui è nel suo ufficio col volume della televisione al minimo ed escogita la prossima mossa.

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Filo Putin e anti-abortista, ecco chi è Lorenzo Fontana: il fedelissimo del leader che boicotta le famiglie gay

venerdì, Ottobre 14th, 2022

Antonio Bravetti

ROMA. Filo putiniano. Folgorato dal «grande risveglio religioso cristiano» della Russia contemporanea. Amante della famiglia tradizionale, anche perché quelle arcobaleno «non esistono». Euroscettico. Anti abortista. Una gioventù tra la chiesa e la curva un po’ nazi del Verona calcio. Da oggi, forse, presidente della Camera dei deputati. Lorenzo Fontana, classe 1980, è il candidato della Lega per lo scranno più alto di Montecitorio. «Dite che Giorgetti va a fare il ministro dell’Economia e lui risponde che va a fare l’allenatore della Juventus – scherzava ieri – allora io vado ad allenare il Verona. Siamo messi bene tutti e due».

E’ stato ministro della Famiglia prima e degli Affari europei poi nel governo Conte I, da quasi sette anni è il vicesegretario e responsabile Esteri della Lega salviniana. Ha tre lauree: in Scienze Politiche, in Storia e in Filosofia all’Università pontificia San Tommaso d’Aquino Angelicum, dove sta studiando per ottenere la quarta. Europarlamentare per due mandati, dal 2009 al 2018, negli anni a Strasburgo conosce e frequenta Salvini ed è colui che contribuisce a creare il legame tra il segretario leghista e Marine Le Pen («Un’alleanza storica che ho contribuito a stipulare», dice). Di recente è stato tra i promotori del progetto salviniano, finora fallito, volto alla creazione di un maxi-gruppo di centrodestra in Europa, che vada dai Popolari ai Conservatori, passando per Viktor Orban.

Da appassionato studioso della Russia di Putin nel 2014 vola in Crimea per l’annessione come osservatore internazionale. Vede cose, conosce gente. Torna e presenta un’interrogazione all’Europarlamento: «Considerando che il sì al referendum sopraccitato ha raggiunto quota del 96.6 %, quali sono le ragioni sulla cui base l’Ue vi dimostra avversione politica?». Non pago, aggiunge: «Il popolo della Crimea sente di essere tornato alla casa madre, la Ue dovrebbe fare un passo indietro sulle sanzioni alla Russia». Nel 2018 è illuminato dal «risveglio» putiniano, ne resta folgorato, come John Belushi nella chiesa di James Brown: «Ho visto in questo una luce anche per noi occidentali, che viviamo la grande crisi dei valori, immersi come siamo in una società dominata culturalmente dal relativismo etico».

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