Archive for the ‘Politica’ Category

Giannini: “Zelensky non cede su nulla, ed è normale che sia così, ma se vogliamo dare una chance alla pace Biden deve chiamare Putin”

venerdì, Maggio 13th, 2022

L’intervento del direttore de La StampaMassimo Giannini durante la puntata del 12 maggio 2022 di Porta a Porta su Rai1. Segui la diretta con tutti gli aggiornamenti sul conflitto in Ucraina

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E Conte ora corteggia Salvini. “Si unisca a noi sulla guerra”

giovedì, Maggio 12th, 2022

Pasquale Napolitano

I gialloverdi esultano per la «missione di pace» negli Usa del presidente del Consiglio Mario Draghi.

Lega e M5s provano a mettere il «cappello» sulla richiesta, di insistere sulla strada dei negoziati tra Russia e Ucraina, consegnata dal premier Draghi al presidente degli Stati Uniti Joe Biden nel colloquio di lunedì alla Casa Bianca.

Le due forze di maggioranza rivendicano un risultato che però non c’è. O meglio di cui non hanno alcun merito. Nel viaggio a Washington Draghi ha recapitato all’inquilino della Casa Bianca e messo agli atti la posizione dell’Europa: abbassare i toni e battere la strada della diplomazia.

Draghi è stato chiaro: «In Italia ed Europa la nostra gente vuole la fine di questi massacri, di questa violenza, di questa macelleria. La gente pensa alla possibilità di portare un cessate il fuoco e di ricominciare con dei negoziati credibili. Penso che dobbiamo riflettere profondamente su come affrontare tutto questo».

Pensiero che riflette la linea Macron. Eppure, grillini e leghisti rivendicano la missione come un proprio successo: «Grande soddisfazione da parte della Lega per le parole di Mario Draghi, che alla Casa Bianca ha insistito sul tema della pace. Esattamente quanto auspicato da Matteo Salvini alla vigilia del viaggio del presidente del Consiglio» fanno notare fonti del Carroccio.

I Cinque stelle non vogliono mancare al tavolo dei festeggiamenti: «L’Italia è al lavoro per una soluzione diplomatica e per la riapertura dei negoziati» spiega a Radio Cusano il grillino «dimaiano» Sergio Battelli. Ma l’onda di euforia finisce ben presto.

Il leader dei Cinque stelle Giuseppe Conte rompe la tregua: «Pace fatta con Draghi? Assolutamente no. Io ho posto questioni politiche con cui mi interrogo con il partito di maggioranza relativa in Parlamento e la popolazione italiana. Chiedere che Draghi venga in Parlamento dopo un’emergenza del genere non è irrituale, è un dovere. Sarebbe irrituale se dopo due mesi e mezzo di questa emergenza il premier Draghi non venisse in Parlamento» attacca l’avvocato Conte dagli studi di Porta a Porta. E precisa di non volere una crisi di governo: «Non mi permetterei di dare stilettate al premier. Il M5S non vuole far cadere il governo ma vuole che il contributo del partito di maggioranza relativa sia ascoltato e rispettato».

L’ex premier rilancia l’asse con la Lega: «Mi sembra che sulla guerra nel Pd ci sia un inizio di riflessione. Io non mi sento isolato, la maggioranza degli italiani è con me. Se la Lega di Salvini o altre forze si uniranno a noi io lo auspico fortemente». Non molla, infine, sul proporzionale: «Se non introduciamo un meccanismo proporzionale, con il taglio dei parlamentari rischiamo un salto di rappresentanza tra governanti e governati».

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Gli interessi dell’Occidente e quelli Usa

giovedì, Maggio 12th, 2022

Vittorio Macioce

La fatica di riuscire a riconoscersi. Mario Draghi non è a Washington solo come italiano. È lì come voce autorevole dell’Europa e non è affatto una cosa scontata. Gli Stati Uniti in genere amano i rapporti bilaterali, parlano con Berlino, Parigi, Varsavia e così via. Non hanno mai avuto un approccio facile con l’Unione, come se gli Stati Uniti d’Europa fossero un’astrazione lontana, una speranza o un’illusione. L’Europa, certo, è l’alleato storico e in qualche modo naturale, non sempre facile da capire, da qualcuno considerato un peso, da altri una radice, comunque per tutti l’altra anima dell’Occidente, quella con una storia antica e complicata. Non è che le cose siano cambiate più di tanto con Biden, che come gran parte dei presidenti americani preferisce ragionare con gli europei sotto l’ombrello atlantico, più come Nato che come Ue. La visita di Draghi non è una rivoluzione da questo punto di vista, però lascia intravedere un’apertura, diplomatica e di buon senso, alle ragioni di chi vive dall’altra parte dell’oceano. È la prima discontinuità da quando è iniziata la guerra in Ucraina. Non è solo un modo per placare i mugugni di Scholz o di Macron o di non dare alibi al quintocolonnismo di Orban. Non è neppure prendere atto che i costi della guerra li sta pagando al momento soprattutto l’Europa. È una riflessione più profonda e di prospettiva. La mossa di Putin è solo il primo atto di un lungo conflitto sull’ordine mondiale. È uno scontro di civiltà difficile da rinviare e come posta in gioco non ha solo «l’impero» ma il destino di quelli che un tempo venivano considerati diritti universali e sono la base della libertà e della democrazia. La Cina e la Russia ora sostengono che quei diritti non solo affatto universali, ma sono una visione del mondo imposta dagli occidentali al resto del mondo. Tutto questo manda in frantumi l’equilibrio, già instabile, raggiunto dopo la fine della guerra fredda. Washington in questo scenario non può considerare l’Europa come un’appendice, ma deve pensare che gli interessi occidentali sono più ampi di quelli americani.

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Draghi: «Putin non è invincibile. Ora anche Russia e Usa devono parlarsi»

giovedì, Maggio 12th, 2022

di Marco Galluzzo

Il premier a Washington: Mosca non è più invincibile. Arrivare alla fine del conflitto senza imposizioni a Kiev. Le visioni di Ue e Stati Uniti stanno cambiando

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Washington Mosca e Washington devono tornare a parlarsi. Perché si possa pensare di «costruire un percorso negoziale di pace» le due superpotenze devono riprendere i contatti, «riattivarli a tutti i livelli», contatti che sono stati interrotti dall’inizio della guerra. Mario Draghi lo dice a chiare lettere, anche sfidando il vento che in queste ore soffia nell’amministrazione americana. Ma di questo appare non curarsi, addirittura parla dello «sforzo di sedersi a un tavolo, uno sforzo che devono fare tutte le parti, e in particolare Stati Uniti e Russia».

L’auspicio

Il giorno dopo essere stato alla Casa Bianca il premier racconta i dettagli dell’incontro con il presidente degli Stati Uniti. E in primo luogo ritorna sull’incoraggiamento, o forse sarebbe meglio dire l’auspicio, che ha girato all’amministrazione americana. Ovviamente il messaggio contiene un corollario: qualsiasi negoziato deve perseguire «una pace che vuole l’Ucraina, non imposta, non dettata da interessi di certi o altri alleati». È un ragionamento, quello che Draghi ha voluto condividere con Biden, che parte da una duplice premessa. La prima: «Le visioni di Europa e Stati Uniti non sono in contrasto fra loro, ma stanno cambiando». Dunque, lentamente, divergendo. La seconda: «All’inizio della guerra sembrava che ci fossero Davide e Golia, e una resistenza disperata di Davide, ma ora non c’è più un Golia, la potenza convenzionale russa si è dimostrata non invincibile». La necessità di un negoziato, di una tavolo di trattative, per Draghi, parte da questi dati, e dal fatto che «oggi Putin non ha più obiettivi chiari, non ha più quel grande vantaggio che pensava di avere all’inizio».

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Il governo così è al capolinea: meglio andare al voto in autunno

giovedì, Maggio 12th, 2022

CARLO COTTARELLI

A meno di un cambio di passo da parte dei partiti che dovrebbero sostenere in pieno il governo Draghi, ma che invece sembrano più interessati a posizionarsi per le prossime elezioni, credo ci siano vari motivi per considerare di anticipare le elezioni politiche a inizio autunno.

Primo motivo: il governo aveva due compiti principali, ossia affrontare la campagna vaccinale e portare a casa un accordo con l’Europa sul Recovery Plan. Ha raggiunto entrambi gli obiettivi e bene. A quel punto Draghi avrebbe potuto diventare presidente della Repubblica, ma ciò non è avvenuto. All’epoca sostenni anch’io che sarebbe stato auspicabile che il governo andasse avanti fino a primavera 2023 data la necessità di portare avanti importanti riforme.

Ma, e questo è il secondo motivo, mi sembra che i partiti che sostengono il governo non stiano prestando la necessaria collaborazione. Non è certo colpa del presidente del Consiglio, ma ormai almeno qualcuno si muove già in un’ottica elettorale. La conseguenza è che si va avanti a forza di compromessi al ribasso. La riforma del catasto è un buon esempio. Già il testo inviato in Parlamento aveva una portata limitata (le informazioni sul valore degli immobili non avrebbero influito sulla tassazione e il lavoro di revisione sarebbe durato anni). Non è bastato. Difficile pensare che, quando verrà il momento di scrivere i decreti legislativi per attuare la delega fiscale sarà possibile trovare un accordo tra posizioni così diverse come quelle esistenti, per esempio, tra il PD e la Lega. La riforma della concorrenza procede tra annacquamenti vari. Di compromesso anche la soluzione trovata a fine 2021 per le pensioni: quota 100 è stata sostituita da quota 102, ma solo per un anno. Poi si vedrà. In generale, le riforme che dovranno essere attuate, pensiamo a quelle della pubblica amministrazione, richiederanno anni per essere implementate. Difficile pensare che l’implementazione sarà efficacie se le riforme risulteranno da un compromesso che rende scontenti tutti.

Terzo motivo: il Parlamento attuale è ormai lontano dal paese. L’anomalia più evidente è il ruolo sproporzionato del Movimento 5 Stelle che, nei prossimi mesi, sarà sempre più propenso a muoversi per recuperare consensi, piuttosto che sostenere vere riforme. Tanto vale allora andare a votare.

Quarto motivo: i mercati finanziari percepiscono che la disarmonia tra partiti di governo ne riduce l’efficacia. Lo spread, a 200 punti base, è tornato ai livelli del maggio 2020. Certo, le circostanze sono cambiate: l’inflazione (che crea incertezza) è aumentata e il sostegno dato dalla Bce al mercato dei titoli di stato è sceso. Ma, come minimo, l’effetto Draghi, date le fibrillazioni dell’attuale maggioranza, non ha l’effetto che aveva una volta.

Ci sono motivi per non anticipare le elezioni? La guerra in Ucraina è il primo che viene in mente. Ma, a parte il fatto che anche in quest’area i partiti della coalizione hanno idee molto diverse, sembra ormai che il conflitto si stia (purtroppo) cronicizzando e che potremmo dover aspettare a lungo prima di vederne la conclusione. Il secondo motivo per non andare a elezioni è il solito usato per scartare elezioni a inizio autunno: c’è la legge di bilancio. Ma questo non impedisce ad altri Paesi di andare a elezioni in autunno (per esempio il Portogallo nell’ottobre 2019 o la Germania l’anno scorso). Se il bilancio non venisse poi approvato entro fine anno, non sarebbe un dramma andare all’esercizio provvisorio. Terzo motivo: se il Parlamento fosse sciolto prima del 23 settembre, il 70% dei parlamentari perderebbe i contributi sociali versati, a meno di essere rieletto. Ma questa regola, che fra l’altro è insensata perché un cittadino che cambia lavoro non perde i contributi versati nel lavoro precedente, potrebbe essere eliminata. Quarto motivo: si creerebbero ritardi nell’implementazione del Pnrr e perderemmo i 20-25 miliardi erogati dalla Recovery and Resilience Facility per il secondo semestre del 2022. A parte il fatto che il problema si ripresenterebbe anche con elezioni nel marzo-aprile 2023, l’art. 21 del regolamento della Facility prevede la possibilità di modificare il piano (e quindi anche le relative scadenze) per “circostanze oggettive” e certo elezioni anticipate costituirebbero circostanze oggettive. Ultimo motivo: quest’anno saranno rinegoziate le regole sui conti pubblici europei e la credibilità di Draghi può giocare a nostro favore. Vero, ma, visti gli sviluppi geopolitici ed economici, è possibile (e lo si saprà presto) che le regole siano sospese anche per il 2023 e siano rinegoziate il prossimo anno. Il problema non sussisterebbe.

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Assistenza a 3,5 milioni di anziani non autosufficienti: la vergogna d’Italia

mercoledì, Maggio 11th, 2022

di Milena Gabanelli e Simona Ravizza

Ognuno di noi può augurarsi due cose: la prima è quella di attraversare l’esistenza e diventare anziani, la seconda di essere poi in grado di badarci da soli. E se non dovesse andare così, di poter essere assistiti dignitosamente. Oggi in Italia, secondo le ultime stime Istat, ci sono 3,8 milioni di anziani non autosufficienti, ovvero con gravi limitazioni motorie, sensoriali (vista/udito) o cognitive. Per loro è indispensabile essere affiancati e sostenuti in tutte le attività di base della vita quotidiana. Tra i 250 e i 300 mila sono ospiti nelle case di riposo (qui il Dataroom del novembre 2020), all’incirca 3,5 milioni vivono a casa.

Come è organizzata l’assistenza

L’assistenza è organizzata in questo modo: a 1,4 milioni vengono dati 529,94 euro al mese di indennità di accompagnamento dall’Inps; a 131 mila i servizi sociali del Comune mandano qualcuno che li aiuta ad alzarsi, mangiare e vestirsi (Sad); e 858.722 hanno l’assistenza domiciliare integrata (Adi) che dipende dal servizio sanitario nazionale e consiste in un infermiere a casa per un massimo di 18 ore l’anno. Tutto questo dopo avere peregrinato per sportelli e commissioni diverse di Inps, Servizi sociali e Asl come denunciato nel Dataroom del maggio 2021.

I finanziamenti del Pnrr

Pagare l’infermiere che viene a casa per 18 ore l’anno oggi costa 1.983 per ogni non autosufficiente. La spesa totale annua è di circa 1,7 miliardi di euro. Su pressione del Patto per la non autosufficienza che raggruppa 50 associazioni di anziani e delle loro famiglie, il governo Draghi (a differenza dal Conte II) ha destinato risorse del Pnrr. L’Ue darà 2,72 miliardi di euro per contribuire ad assistere a casa con l’Adi di qui al 2026 altri 806.970 non autosufficienti (il 10% degli over 65 contro il 6,2% di oggi).

I finanziamenti Ue saranno scaglionati negli anni, e anche la crescita del numero di assistiti sarà graduale. Complessivamente i costi saranno coperti per il 52% dai fondi del Pnrr, il resto dai circa 500 milioni annui aggiuntivi che lo Stato metterà tramite il fondo sanitario nazionale (qui il documento).

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Volano schizzi di fango. Quella faida a sinistra D’Alema-De Benedetti

martedì, Maggio 10th, 2022

Paolo Bracalini

D’Alema si è «rotto i cogl…» (ma come «concetto generale») degli articoli che lo tirano in ballo a proposito di affari milionari e mega-commesse internazionali. Lo ha spiegato direttamente lui, al telefono, in un colloquio molto dalemiano con il videdirettore del Domani, Emiliano Fittipaldi, autore dell’inchiesta sulla transazione di 35 milioni di euro da parte dell’Eni ad una società di Francesco Nettis, «l’ex socio di D’Alema». Tutto ciò dopo le inchieste sulla compravendita di armi in Colombia, in cui D’Alema si presentò come intermediario (anche quelle tutte accuse «che non c’entrano un beato caz…»). Il quotidiano di De Benedetti racconta di due telefonate con l’ex premier, la prima è «nei limiti della cordialità, la seconda meno». Ma il «meno» è un eufemismo. Oltre alle parolacce, agli insulti personali a Fittipaldi (a cui D’Alema pretende di dare lezioni di giornalismo), alle minacce di querela, D’Alema ingaggia uno scontro anche con l’editore del quotidiano diretto da Stefano Feltri, cioè l’ingegner Carlo De Benedetti. La trascrizione del colloquio è esilarante perché è dalemismo puro (ma va letta simulando mentalmente la voce di D’Alema, sennò non rende). «Buonasera (rivolto al cronista, ndr), ho fatto il suo lavoro, quello che dovrebbe fare lei. Ho parlato con tutti i protagonisti, anche con il mio avvocato. Mi sono un po’ rotto i coglioni. Un concetto generale». Poi spiega perché l’inchiesta sarebbe infondata, e aggiunge: «Abbiamo tutta la documentazione, i riscontri, potrei persino mandarle le fotocopie ma non le mando un cazzo». Quindi annuncia un causa legale, insieme all’Eni, «così ci divertiamo», perché la tesi che Nettis mi avrebbe dato mezzo milione in cambio della mia mediazione con Eni è una cazzata priva di qualsiasi fondamento!». A quel punto non è più un dialogo ma un’esplosione dell’ego esasperato dell’ex segretario Ds. Urla: «Io ho fatto il giornalista, mentre lei raccatta merda di mestiere. Io ho fatto il direttore di un grande giornale dove uno come lei non l’avrei assunto.

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Le richieste di Biden a Draghi: nuovi invii di armi all’Ucraina e soldati da schierare sul fianco Est

martedì, Maggio 10th, 2022

di Giuseppe Sarcina

Il presidente del Consiglio è ritenuto dall’alleato una «garanzia» in grado di tenere unita una maggioranza politica eterogenea. L’intenzione di non chiedere contributi economici troppo pesanti

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WASHINGTON — Il governo italiano condivide il principio cardine della strategia americana e della Nato: è necessario continuare a fornire armi all’Ucraina se si vuole porre fine al conflitto. Giusto o sbagliato che sia, per Joe Biden non ci sono alternative. Partirà da questa premessa il colloquio tra Biden e Mario Draghi, oggi a Washington. Secondo la Casa Bianca i temi in agenda sono: la guerra, naturalmente, le sanzioni alla Russia e poi ««economia globale, sicurezza energetica e climate change».

Le ultime notizie sulla guerra in Ucraina, in diretta

Ma nel concreto che cosa chiederà Biden? Per provare a rispondere, abbiamo raccolto informazioni tra i senatori più vicini all’Amministrazione. Alcuni, come Christopher Coons del Delaware, hanno accettato di parlare apertamente. Abbiamo sentito, inoltre, l’ex ambasciatore in Ucraina, William Taylor, un generale a quattro stelle, funzionari del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca che, però, non hanno voluto essere citati.

La tenuta politica

Gli Stati Uniti considerano l’Italia un alleato importante. Ma, contrariamente a quanto spesso si sente dire nel nostro dibattito pubblico, non c’è alcuna variazione rispetto al passato. Per l’America i primi partner di riferimento nel Vecchio Continente restano Regno Unito, Francia e Germania. Tuttavia, c’è «un effetto Draghi». Biden riconosce al premier la capacità di poter garantire per una coalizione eterogenea, segnata dalle divisioni sull’invio di armi all’Ucraina. E Washington apprezza la copertura politica offerta a Palazzo Chigi dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Lo scatto in avanti

Il 28 aprile Biden ha chiesto al Congresso un finanziamento massiccio per aiutare l’Ucraina: 33 miliardi di dollari, di cui 20 in armamenti. I consiglieri della Casa Bianca dicono che il presidente si aspetta «un contributo proporzionale dagli alleati». Lo stesso concetto è ripetuto da un fronte bipartisan al Congresso, come ci conferma il Senatore repubblicano John Cornyn (Texas). In un primo tempo erano circolate delle simulazioni: il «contributo proporzionale» chiesto all’Italia sarebbe pari a tre miliardi di dollari. Ma il governo Usa si è subito reso conto che sarebbe una cifra totalmente fuori portata per l’esecutivo italiano. Biden, allora, porterà il discorso su possibili «misure compensative». L’ambasciatore Taylor sta seguendo da vicino le manovre diplomatiche in corso. Dice alCorriere : «conosciamo le difficoltà di bilancio dell’Italia, ma adesso la cosa importante è che tutti facciano qualcosa. Questo non significa che il contributo debba per forza essere economico». Il Senatore Coons, amico e consigliere personale di Biden, aggiunge: «Non saremo lì con il pallottoliere a contare gli aiuti. Ci aspettiamo che l’Italia continui a confermare la sua presenza nel fronte comune degli alleati Nato. Putin deve misurarsi con uno schieramento compatto». Draghi, in ogni caso, si presenterà con l’impegno ad aumentare da 500 a 800 milioni di euro i fondi per i profughi ucraini.

Armi o soldati

Biden sonderà la disponibilità italiana a consegnare ancora più mezzi militari a Zelensky. Adesso va bene tutto, con una preferenza per i missili anti-aereo e anti-carro. Per gli americani è saltata da tempo la distinzione tra ordigni «difensivi» e «offensivi». Draghi illustrerà all’interlocutore i contenuti del terzo decreto sulle armi. Biden, però, potrebbe chiedere un ulteriore contributo in mezzi e soldati per rafforzare il fianco Est della Nato. Sarebbe oggettivamente la prospettiva più praticabile per il governo che sta già studiando l’invio di due battaglioni (tra i 500 e mille militari) in Bulgaria e Ungheria. Nuove missioni che si affiancherebbero a quelle già in corso in Romania e in Lettonia.

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Conte-Draghi, crescono le tensioni nel governo

sabato, Maggio 7th, 2022

ILARIO LOMBARDO

C’è un punto sul quale Mario Draghi ha pressocché l’assoluta certezza che il governo potrebbe davvero collassare. Riguarda la collocazione internazionale dell’Italia. Se, nel gioco delle alleanze, i partiti dovessero mettere in dubbio i legami atlantici, il presidente del Consiglio si sfilerebbe un secondo dopo. Draghi sa di poter contare sull’aiuto e sulla totale copertura del Quirinale, tanto più ora che la guerra impone chiarezza, mettendo a nudo convinzioni e timidezze di parte. In realtà i pericoli avvertiti da Draghi sono due. L’altro è la legge sulla concorrenza, cuore pulsante del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ostacolato dai veti del Centrodestra. Ma meno insidioso, ai suoi occhi, perché meno esposto all’emotività dell’opinione pubblica di fronte all’invasione russa e alla resistenza ucraina. Non è difficile arrivare a questa conclusione, cercando un contesto da dare alla sfida a due su cui si sta avvitando il rapporto tra Draghi e il presidente del M5S Giuseppe Conte, che a Palazzo Chigi considerano «un leader in declino».

Sullo sfondo della guerra in Ucraina e del dibattito sulle armi si svela il sottotesto di un rapporto che non è mai stato facile. Frutto delle scorie lasciate dall’avvicendamento tra i due al governo e poi dalla frattura che si è consumata durante i dieci feroci giorni delle elezioni del presidente della Repubblica, posto a cui ambiva Draghi. Eventi che si intrecciano ad altri, più sommersi, dove si agitano tesi sull’intelligence e dove tante volte è stato tirato in ballo, dai partiti, un diretto o indiretto coinvolgimento dei funzionari responsabili della sicurezza dell’Italia. Tenere presente i rapporti Usa-Italia, in vista della visita di Draghi alla Casa Bianca, martedì 10 maggio, aiuta a gettare una luce sulle difficoltà percepite da Conte. Nel M5S questo è un tema molto presente. Il canale aperto da deputati del Movimento con l’ambasciata americana di Roma conferma le preoccupazioni. Da qualche settimana si sta valutando anche di organizzare un viaggio dell’ex premier negli Stati Uniti, e di favorire incontri con esponenti del partito democratico. Un modo per rimettere le relazioni sui binari della reciproca fiducia, incrinata dopo il caso degli aiuti russi durante la pandemia e della disponibilità mostrata dal governo italiano nell’estate del 2019, quando atterrò a Roma il procuratore generale William Barr, inviato da Donald Trump per indagare su un presunto complotto dei democratici ai suoi danni.

Sono precedenti che Draghi ha in mente quando, di fronte all’enormità di un conflitto che ha alienato la Russia dall’Occidente, dice di avvertire un pericolo, per la tradizionale collocazione atlantica dell’Italia, se la battaglia politica sugli aiuti e sulle spese militari dovesse esasperarsi. Per questo vive anche come una provocazione che Conte lo stia insistentemente invitando ad andare alle Camere prima della visita a Washington dal presidente democratico Joe Biden, e che glielo stia chiedendo con una certa malizia quando dice che sarebbe «deluso» se dopo due mesi e mezzo di guerra non lo facesse perché i tempi sono stretti: «Il Parlamento può riunirsi anche di domenica. È successo con il mio governo, durante la pandemia». Palazzo Chigi ha fatto sapere che il premier andrà alle Camere dopo il viaggio, e già il 19 maggio, durante il Question time, potrebbe riferire sulla guerra. Il M5S però minaccia di non accontentarsi. Durante la riunione dei capigruppo, Davide Crippa è stato l’unico a chiedere che il premier parlasse all’Aula nel formato delle comunicazioni, su cui poi i partiti possono presentare risoluzioni da votare. Questo vuole Conte: un voto che vincoli la linea dell’esecutivo sulla guerra alla volontà del Parlamento. Solo attraverso questa «dialettica politica», sostiene l’avvocato, un «governo di unità nazionale» può avere «una giustificazione» ed evitare che si «creino condizioni critiche».

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Conte avverte Draghi: “Sulle armi mozione 5S da votare in Parlamento

venerdì, Maggio 6th, 2022

di Lorenzo De Cicco

Nel suo studio di Campo Marzio, quartier generale stellato a 350 metri da Palazzo Chigi, Giuseppe Conte manda un messaggio al governo e fa capire che il M5S, sulle armi, stavolta fa sul serio. Non sono solo chiacchiere, dichiarazioni in batteria per agganciare il Movimento a quel pezzo di opinione pubblica che guarda di malocchio l’invio di armi alla resistenza di Zelensky. Deputati e senatori grillini faranno di più. Vogliono un voto. Dice Conte a Repubblica: “Come Movimento stiamo lavorando a un atto parlamentare che ribadisca quanto abbiamo detto in queste settimane”. E cioè “no all’escalation, no all’invio di armi sempre più offensive e letali”. L’obiettivo, spiega l’ex premier, “è fare chiarezza sulla posizione italiana rispetto al conflitto e far sì che il governo possa portare questa posizione nei consessi internazionali, nella Nato e nell’Ue”. E a proposito dell’Unione europea, Conte sostiene che «deve farsi sentire, non può identificarsi nella Nato». A dirla tutta i 5 Stelle avrebbero voluto che Draghi riferisse in Aula prima della trasferta negli Usa, il 10 maggio. Non dopo, forse. E anche questo acuisce l’attrito. Che si passi da una mozione o da una risoluzione, aggiunge Conte, poco importa: “Deciderà il Parlamento la forma”. Certo è che i 5 Stelle cercheranno consensi in Aula. Non sarà una battaglia di bandiera, fa capire: “Cerchiamo la massima condivisione fra le forze politiche per farlo approvare, questo atto parlamentare”. Facile immaginare – ma Conte non lo dice – che la sponda che offrono i grillini possa essere raccolta con maggior convinzione dalla Lega, che con Matteo Salvini ieri batteva sullo stesso tasto: “Più si inviano le armi, più la pace si allontana”.

Il Movimento prova quindi a sparigliare. Tenta la via dell’Aula, la conta. Sfrutta i numeri: “Siamo il primo gruppo parlamentare”, ricorda il presidente 5S. È la stessa tattica – e lo stesso campo di gioco, quello di Camera e Senato – buona per l’altra battaglia cara ai grillini. Il no al termovalorizzatore di Roma, voluto dal sindaco Roberto Gualtieri e inserito in un passaggio del decreto Aiuti. Conte l’ha detto due giorni fa: il governo non pensi di mettere la fiducia. Nella sede di Campo Marzio, i fedelissimi sono ancora più dritti: se ci fosse la fiducia, voteremo no. Sarebbe crisi di governo. Ma i grillini confidano nel fatto che tanto tuonare servirà a evitare un voto blindato. E in quel caso proveranno a inserire una postilla nel paragrafo sui poteri speciali al sindaco di Roma: potrà realizzare impianti solo se “di nuova generazione”. Quindi non un inceneritore. La mossa manderebbe a carte quarantotto il progetto di Gualtieri. Conte comunque assicura di non volere uno strappo col Pd. Con Enrico Letta, dice, “abbiamo un ottimo rapporto personale. Ci sono stati contatti in queste ore, ci vedremo la settimana prossima”.

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