Archive for the ‘Politica’ Category

Sondaggio Masia, cosa dicono i dati su FdI e Pd. La stoccata alla sinistra

lunedì, Gennaio 23rd, 2023

Le fibrillazioni nella maggioranza e lo scontro sul caro-vita e sulle accise influenzano i risultati degli ultimi sondaggi politici, ma ci vuole “onestà intellettuale” nel valutare i dati più recenti, afferma Fabrizio Masia di Emg-Different nel corso della puntata di lunedì 23 gennaio di Agorà, su Ra3. L’ultimo sondaggio di Masia riporta che il partito della premier Giorgia Meloni è ancora in calo. Fratelli d’Italia fa registrare un -0,4 per cento e si attesta al 27,8. Il secondo partito del panorama è sempre il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte che guadagna due decimali e sale al 17,6 per cento. Si avvicina il Pd che cresce dello 0,3 e si attesta al 14,4.  Perdono due decimi la Lega (8,8 per cento) e l’alleanza Azione-Italia viva (8,2), stabile Forza Italia al 7 per cento. Torna a crescere (+0,3 per cento) dopo il caso Soumahoro l’alleanza Sinistra-Verdi: 3,8 per cento, sotto il 2,5 pe cento tutti gli altri partiti,  Come leggere questi dati?

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Caso Nordio, la premier Meloni teme l’asse con Renzi. Il Guardasigilli: c’è chi mi rema contro

lunedì, Gennaio 23rd, 2023

Ilario Lombardo

D’all’inviato in Algeria. Giorgia Meloni sta per prendere un aereo che la porta in Algeria. È ora di pranzo, nel dossier che le hanno preparato i diplomatici c’è tutto quello che deve sapere sul gas e sul piano per rendere l’Italia un hub energetico nel Mediterraneo e per tutta l’Europa, sugli accordi tra Eni e il colosso locale Sonatrach, sulle altre intese commerciali, sui bilaterali con il primo ministro e con il presidente algerino. Eppure è altrove che si sposta la sua attenzione. La maggioranza rischia di finire a pezzi sulla giustizia. I primi segnali sono preoccupanti. Il ministro Carlo Nordio è furibondo: si sente abbandonato dal partito che lo ha candidato, dalla leader che lo ha fortemente voluto nelle sue liste con la promessa di destinarlo al ruolo di Guardasigilli.

La settimana che è iniziata con la gioia per l’arresto del capo dei capi di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro non poteva finire peggio. Le dichiarazioni di Nordio sulla magistratura e sull’antimafia hanno lasciato ferite. La coalizione di governo sbanda per tre giorni e solo ieri a Meloni diventa chiaro che la situazione può sfuggirle di mano. La lettura dei giornali che raccontano la solitudine di Nordio e le contraddizioni nella maggioranza le rendono poco piacevole la mattinata. E la nota che Palazzo Chigi pubblica prima di partire per Algeri racconta proprio di questa ansia.

In realtà, Meloni sa bene cosa è successo. Sa bene che ci sono due anime militarizzate nella destra, inconciliabili tra di loro, una meno e una più attenta alle ragioni dei magistrati. Troppe voci differenti, senza un coordinamento e una linea chiara. Bisogna fare ordine. Fissare un cronoprogramma, che la presidente del Consiglio ha intenzione di discutere in settimana con il ministro della Giustizia. Anche perché su questo tema rischia di aprirsi una faglia che può spezzare i confini interni ed esterni della maggioranza. Il Terzo Polo di Matteo Renzi e Carlo Calenda non ha mai nascosto le simpatie per Nordio, e l’asse potrebbe favorire anche i berlusconiani più insoddisfatti dagli equilibri del governo. Alla Camera, durante le comunicazioni in Aula, a molti deputati non è sfuggito quell’annuire convinto del ministro mentre il deputato di Azione Enrico Costa illustrava il suo progetto di legge per limitare la pubblicazione delle intercettazioni sui giornali. Non solo. Nel giro massimo di un paio di settimane, la commissione Affari costituzionali dovrebbe calendarizzare l’altra proposta di Costa, sulla separazione delle carriere dei magistrati. Altro capitolo caro a Nordio, su cui è possibile una convergenza con i centristi e con Forza Italia, anche se la discussione sarà lunga e non porterà mai a una legge prima di due-tre anni. «Resta il fatto – spiega Costa – che noi continuiamo a sostenere le linee programmatiche del ministro, note a tutti da sempre e che Meloni conosceva benissimo prima di chiamarlo al governo. Forse è la premier ad aver cambiato idea».

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È arrivata la patrimoniale

domenica, Gennaio 22nd, 2023

Gian Maria De Francesco

Una patrimoniale silenziosa che erode i risparmi degli italiani. Ecco cos’è, in estrema sintesi, l’inflazione: una tassa che incide sulle risorse accumulate perché il potere d’acquisto dei redditi è insufficiente a tener dietro all’incremento dei prezzi spinti all’insù dai rincari energetici. La dimostrazione è contenuta in due analisi pubblicate ieri dalla Fabi, il principale sindacato dei dipendenti bancari, e da Confesercenti.

Dopo quattro anni di costanti aumenti, nel 2022 il saldo totale dei conti correnti delle famiglie è diminuito di quasi 20 miliardi di euro. Da agosto a novembre, ha specificato la Fabi, si è registrato infatti un calo di 18 miliardi da 1.177 miliardi a 1.159 miliardi, con una riduzione dell’1,5%. Già a giugno, rispetto a maggio, c’era stata una prima diminuzione di 10 miliardi. La vistosa inversione di tendenza sulla capacità di accumulo dei correntisti, evidenzia l’analisi, arriva dopo un lungo periodo di incremento dei saldi dei depositi bancari: a fine 2017 l’ammontare complessivo era a quota 967 miliardi saliti a 1.144 miliardi a fine 2021. Da fine 2017 a maggio 2022 erano stati accumulati 212 miliardi di euro, poi il cambio di rotta determinato dalla corsa di bollette e prezzi.

Per far fronte al crollo del potere d’acquisto che porta a consumare i risparmi «servono, da parte del governo, politiche fiscali più incisive volte ad aumentare il reddito disponibile e auspico che già quest’anno possano arrivare risposte in questo senso. Ma sono indispensabili, soprattutto, i rinnovi di tutti i contratti collettivi di lavoro scaduti», ha commentato Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi. Un punto di vista condiviso anche dal segretario Cisl, Luigi Sbarra che da tempo propone «una stagione di rinnovata concertazione», per mettere al centro un «grande tema: un vero patto contro l’inflazione».

Anche Confesercenti è giunta alle medesime conclusioni. L’inflazione nel 2022 ha costretto le famiglie italiane a bruciare 41,5 miliardi dei propri risparmi nel tentativo di conservare il proprio tenore di vita ormai assediato dai costi incomprimibili. La quota familiare assorbita da spese per utenze e abitazione dovrebbe infatti attestarsi quest’anno sul 45,8% del totale mensile. Nel 2019 era il 35%. Una situazione che pesa soprattutto sui redditi medio-bassi. Per le famiglie meno abbienti – circa 10,5 milioni – i costi fissi varranno quest’anno la metà dell’intera spesa mensile, riducendo ancora di più lo spazio per le altre spese. Se si considerano, infatti, anche abbigliamento, bevande e alimenti, la parte di bilancio occupata dai consumi obbligati o quasi sale al 77%, lasciando meno di un quarto (il 23%) disponibile per altro.

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Meloni, retromarcia su Roma in 100 giorni

domenica, Gennaio 22nd, 2023

Ilario Lombardo

ROMA. E se l’underdog fosse già diventato il watchdog dell’Europa? Tanto per restare all’anglicismo scelto da Giorgia Meloni il giorno della fiducia in Parlamento: la sfavorita che diventa il cane da guardia dei conti e degli equilibri di Bruxelles. A ripercorrere i primi cento giorni del governo guidato dalla leader di Fratelli d’Italia, che cadranno il 30 gennaio, la parabola sembrerebbe proprio questa. Nulla di nuovo. Tutto già visto in Italia. Dove la marcia in più di chi entra nel palazzo di governo è la retromarcia, e i fiammeggianti propositi di quando si è all’opposizione si spengono, uno dopo l’altro.

La trasformazione di Meloni, però, appare, in qualche modo, più fulminea di altre. Una mutazione condotta tra mille sospiri di sollievo a Bruxelles e a Washington. Ma che in patria, l’amata Nazione non la N maiuscola della premier, deve essere misurata con la spietatezza dell’opinione pubblica sul medio periodo.

Questi cento giorni di giravolte e ripensamenti cominciano con un battesimo speciale, sulla giustizia. Sull’ergastolo ostativo. Durante il governo Draghi, Meloni si oppose al compromesso raggiunto dopo la bocciatura della Corte costituzionale. Troppo poco, disse, astenendosi al momento del voto: troppo poco per chi a destra aveva fondato la propria storia sull’emozione di rabbia provata di fronte alla strage mafiosa di Capaci. Passano pochi mesi, passano le elezioni, Meloni siede a Palazzo Chigi. Prima conferenza stampa, primo passo indietro. Il governo di FdI dà il via libera alla riformulazione dell’ergastolo ostativo che FdI aveva respinto. Lo fa per scelta obbligata, per fretta: dopo pochi giorni sarebbe scaduta la tagliola imposta al Parlamento dalla Consulta.

È solo l’inizio. In quelle prime ore di governo sembra che a preoccupare più di ogni cosa la destra siano gli sballati dei rave. Nel suo primo decreto, Meloni fa inserire il “liberi tutti” per i medici no-vax. Una promessa mantenuta, mentre è costretta a ritirarsi quando prova a eliminare l’obbligo di mascherina nelle strutture sanitarie. Resta invece granitica, e lo è ancora, sul sostegno militare all’Ucraina, nonostante i gorgheggi polemici e le simpatie putiniane dei due alleati, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Passare dall’opposizione al governo è ormai come traslocare in un’altra dimensione, dal populismo alla realtà, dove i limiti – finanziari e diplomatici – mettono subito alla prova le bellicose parole di un tempo. La sovranista Meloni che non voleva le trivelle nei mari d’Italia («un regalo alle lobby») è diventata la principale sostenitrice del gas patrio già durante il discorso programmatico: «Abbiamo giacimenti che è nostro dovere sfruttare appieno». Non c’è dubbio che serva a sfamare il fabbisogno nazionale e a liberarsi della dipendenza dal metano della Russia, ma «la qualità – parole della leader di pochi anni fa – del nostro ambiente da salvaguardare»? La risposta è facile. «Sono cambiate le condizioni».

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Il Pd ci casca ancora: “Nel Lazio gli elettori M5S usino il voto disgiunto”

sabato, Gennaio 21st, 2023

Luca Sablone

Il Partito democratico ci è cascato di nuovo: il voto disgiunto continua a essere visto come una sorta di ancora di salvataggio, un ultimo appiglio per ottenere chissà quale risultato positivo. In realtà, come già dimostrato da alcuni precedenti politici di rilievo, rappresenta uno strumento fallimentare se viene fatto passare come mossa della disperazione. Eppure il Pd si ostina a evocarlo, anche in vista delle elezioni regionali che si terranno nel Lazio il 12 e il 13 febbraio.

L’appello di D’Amato

Un vero e proprio appello al voto disgiunto è arrivato direttamente da Alessio D’Amato, candidato del centrosinistra e del Terzo Polo alla presidenza della Regione Lazio. L’assessore alla Sanità, intervenuto ai microfoni di Coffee Break su La7, ha parlato dei rapporti con l’avversaria Donatella Bianchi del Movimento 5 Stelle e ha lanciato un invito all’elettorato grillino: “Lo strumento del voto disgiunto è quello che mi auguro usino gli elettori del M5S nel Lazio”.

Da “campo largo” a “voto utile”. La litania che ossessiona il centrosinistra

Già nelle scorse ore D’Amato, ricordando che si tratta di una consultazione a turno unico, aveva sottolineato la possibilità di ricorrere al voto disgiunto. Pertanto ha richiamato il solito “voto utile” per evitare che il centrodestra possa trionfare. I margini per partorire un’alleanza con i 5 Stelle ormai non ci sono più, ma il candidato del centrosinistra vuole far leva sugli elettori del Movimento: “Si può fare anche il voto disgiunto, per cui faccio appello al voto utile per evitare che le destre vincano. Credo che un voto ragionato possa essere la soluzione migliore”.

Il Partito democratico negli ultimi giorni proverà a far passare con forza l’idea del voto utile. Nelle intenzioni dovrebbe essere un modo per tentare di incassare quanti più voti possibile al di fuori del proprio elettorato, ma in realtà è un espediente che non ha portato proprio bene in passato. A dimostrarlo, ad esempio, sono state anche le ultime elezioni politiche di domenica 25 settembre: il Pd si è appellato al “voto utile” ai danni del M5S con l’obiettivo di arginare il centrodestra. Il risultato? La coalizione avversario ha vinto nettamente, il Movimento ha preso più voti del previsto e i dem hanno registrato una disfatta.

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“Nuovo nome al Pd”, “È una praticante”. Scontro tra Schlein e De Micheli

sabato, Gennaio 21st, 2023

Luca Sablone

Al Partito democratico va riconosciuto un merito oggettivo: riuscire a spaccarsi e a fare polemica quotidiana anche su questioni frivole. All’interno del palazzo era uno schieramento granitico ma ora, lontano dal potere politico, sta mostrando continue divisioni. A creare divergenze nelle ultime ore è il tema relativo al cambio al cambio del nome del Pd: da una parte si trova chi ritiene necessario apportare questa modifica per dare idea di un rinnovamento; dall’altra è situtato chi sostiene che sia futile occuparsene.

Schlein non esclude il nuovo nome al Pd

A lasciare un spiraglio aperto in tal senso è stata Elly Schlein, che si è mostrata disponibile a valutare un’opportunità del genere. Ma ha voluto mettere in chiaro che sarebbe una scelta da intraprendere in maniera collegiale ascoltando la base dem, senza dunque procedere in maniera verticistica. “È sicuramente un tema che può essere sottoposto agli iscritti”, ha dichiarato la candidata alla segreteria del Partito democratico.

Schlein ha aggiunto che in questo momento il Congresso deve servire “innanzitutto a mettere al centro idee, contenuti e una visione chiara e coraggiosa”. A riaprire la discussione in merito è stato Peppe Provenzano: il vicesegretario dem avrebbe auspicato un referendum per gli iscritti sul nuovo nome del Pd e a tal proposito ha annunciato che la richiesta verrà avanzata al prossimo gruppo dirigente.

La bordata di De Micheli

Una replica al veleno è arrivata da Paola De Micheli, anche lei in corsa per il timone del Nazareno. A suo giudizio ci sono ben altri fronti su cui focalizzare l’attenzione. Da qui la stoccata stizzita a chi chiede di modificare il nome del Pd pensando sia ormai logoro: “Con tutti i problemi che abbiamo, il tema è il cambio del nome del partito? Soltanto chi sta facendo il praticantato nel Pd poteva chiedere il cambio del nome”.

A frenare è anche Stefano Bonaccini, che si dice volenteroso di illustrare il nuovo corso del Partito democratico piuttosto che perdere tempo con una discussione lunare: “Mai come oggi c’è da parlare di sostanza. Non credo che ci abbiano votati o non votati per il nome, posto che peraltro a me il nome Partito democratico piace e non lo toccherei”. Sulla stessa linea Gianni Cuperlo, altro candidato, che si terrebbe stretto il nome del partito: “Mai come ora nel mondo il conflitto è tra la democrazia e ciò che vi si oppone”.

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Balneari, strappo sulle spiagge: ora Meloni rischia una grana con la Ue

sabato, Gennaio 21st, 2023

ALESSANDRO BARBERA

ROMA. Giorgia Meloni ha una nuova mina innescata con Bruxelles: le concessioni balneari. Come nel giorno della marmotta, nonostante una sentenza inappellabile del Consiglio di Stato, una della Corte di giustizia europea, una procedura di infrazione aperta sin dal 2009 e canoni risibili a fronte di profitti spesso enormi, tutti i partiti della maggioranza sono compatti nel chiedere di fermare la scadenza che imporrebbe l’obbligo di messa a gara delle concessioni dal primo gennaio 2024. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, pressati dalla lobby del settore, hanno presentato tre emendamenti al decreto “Milleproroghe” in discussione al Senato. E lo hanno fatto a poche ore da un incontro (giovedì) del ministro degli Affari comunitari Raffaele Fitto con il commissario europeo Thierry Breton. Fitto, che deve nel frattempo sta trattando con la Commissione le modifiche al Piano nazionale delle riforme (Pnrr), è stato costretto a discutere con il francese anche di questo. In queste ore fra Roma e Bruxelles è in atto un tentativo di mediazione per evitare una rottura. L’approvazione di un qualunque emendamento di stop alla riforma farebbe decadere la legge delega voluta dal governo Draghi in scadenza il 27 febbraio.

Meloni è fra l’incudine e il martello. Da una parte ha la maggioranza compatta nel difendere le ragioni dei balneari, dall’altra l’Unione, con la quale ci sono aperti molti dossier, dal Pnrr alla riforma del Patto di stabilità. L’introduzione delle gare nelle concessioni balneari non è fra gli impegni del Pnrr, ma ha un’enorme rilevanza politica: il sì ad uno solo degli emendamenti sarebbe vissuto a Bruxelles come un atto di provocazione. Prova ne è l’atteggiamento che aveva avuto sul tema Mario Draghi, che a governo dimissionario spinse per fare procedere la mappatura delle concessioni e nonostante la minaccia di dimissioni dell’allora ministro leghista del Turismo Massimo Garavaglia. Ora nella poltrona di Garavaglia siede Daniela Santanché, fino a poche settimane fa titolare di una quota del Twiga di Forte dei Marmi. La ministra ha deciso di cedere le competenze al collega Nello Musumeci, ma è indicata dalle opposizioni come la regista delle operazioni.

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Bocchino inchioda Travaglio: “Mi hai chiamato per farti togliere le cause”

giovedì, Gennaio 19th, 2023

Scontro su Giuseppe Valentino, candidato di Fratelli d’Italia al Csm (candidatura poi ritirata), tra Italo Bocchino e Marco Travaglio da Lilli Gruber a Otto e mezzo, su La7, nell’ultima puntata del 18 gennaio. “Quando candidi al Csm come vicepresidente cioè come capo uno che è indagato per ‘ndrangheta… Per me è un presunto innocente ma a me preoccupa la sua biografia. È un signore che risulta in contatti strettissimi con un certo Paolo Romeo, che non c’entra niente con l’amico di Bocchino, quello dello scandalo Consip”. “Anche amico tuo…”, ribatte Bocchino.

Qui lo scontro a Otto e mezzo tra Bocchino e Travaglio

“Mai stato. Non l’ho mai conosciuto”, precisa il direttore de Il Fatto quotidiano. “Qualche frequentazione l’hai avuta… Gli hai fatto un’intervista fatta da te”, lo incalza Bocchino. “Non sono stato né intercettato né rinviato a giudizio per traffico di influenze come te e Romeo”, attacca Travaglio. Quindi Bocchino lo inchioda: “Sono lo stesso che chiamasti per chiedermi la cortesia di farti togliere le cause che ti aveva fatto Romeo e che ti sarebbero costate molto. Ho ancora i tuoi messaggi di ringraziamento, Marco”.

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Perché l’arresto di Messina Denaro frenerà la «rivoluzione» di Nordio sulle intercettazioni

giovedì, Gennaio 19th, 2023

di Gianluca Mercuri

Una frenata in realtà è in atto da tempo, perché alla fine è Meloni che comanda. E la cultura della premier, se non si può definire giustizialista è di certo ultra-legalitaria e cozza con il rischio che un allentamento dei bulloni la faccia fare franca a qualcuno

Perché l’arresto di Messina Denaro frenerà la «rivoluzione» di Nordio sulle intercettazioni
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (nel riquadro)

Concetto numero 1: «Non sarà mai abbastanza ribadito che non vi saranno riforme che toccheranno le intercettazioni su mafia e terrorismo».

Concetto numero 2: «Le intercettazioni servono soprattutto per individuare i movimenti delle persone sospettate di mafia, terrorismo. Anche quelle preventive sono indispensabili. Altra cosa sono quelle giudiziarie che coinvolgono persone che non sono né imputate né indagate e che attraverso un meccanismo perverso e pilotato finiscono sui giornali e offendono cittadini che non sono minimamente coinvolti nelle indagini».

Concetto numero 3: «Andremo avanti sino in fondo, non vacilleremo e non esiteremo. La rivoluzione copernicana sull’abuso delle intercettazioni è un punto fermo del nostro programma».

In teoria, il 18 gennaio al Senato Carlo Nordio, ha tenuto il punto nella sua battaglia ultra-garantista per una delle riforme per cui si batte da anni e sulle quali ora, da ministro della Giustizia, afferma di non volere recedere (ci sono anche cosucce come la separazione delle carriere dei magistrati e l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale).

In realtà, però, la sensazione sempre più diffusa è che l’arresto di Matteo Messina Denaro, per l’impatto politico e mediatico che ha avuto, abbia impresso una frenata pressoché definitiva agli intenti rivoluzionari di Nordio in tema di intercettazioni. Una frenata in realtà in atto da tempo, perché alla fine è Giorgia Meloni che comanda e la cultura della presidente del Consiglio, se non si può definire giustizialista, è di certo ultra-legalitaria e cozza d’istinto con il rischio che un allentamento dei bulloni della giustizia la faccia fare franca a qualcuno. Soprattutto se i reati di quel «qualcuno» — i colletti bianchi, i politici, gli amministratori — in molti casi non sono così distinguibili da quelli di mafia. Il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, non a caso, ha parlato al Corriere di «borghesia mafiosa» per descrivere «quel mondo amorale al quale appartengono alcuni esponenti delle professioni, della politica e dell’imprenditoria allenati da generazioni a risolvere i problemi attraverso la mediazione di una mafia sempre disponibile».

Certo, resta un po’ un mistero perché Meloni abbia scelto Nordio, se la distanza culturale tra i due è così evidente (la Rassegna se n’era già occupata a fine ottobre), ma è un mistero fino a un certo punto. Alla premier Nordio piace per la sua brillantezza e la sua totale autonomia di giudizio, nonché per la capacità di tenere testa in qualsiasi dibattito a qualsiasi «toga rossa» e di opporsi al pensiero mainstream che tanto la irrita. Se lo propose come candidato del centrodestra alla presidenza della Repubblica, giusto un anno fa, è perché scelte come questa rientrano pienamente nel disegno egemonico meloniano sulla coalizione, il progetto di un grande Partito conservatore che annetta più o meno tutto, lasciando al suo fianco giusto una costola leghista a mo’ di Csu bavarese. E un progetto del genere non può non includere culture più garantiste della sua.

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Così è esplosa la “bomba a orologeria” su Fdi. E i grillini si sono rimangiati la parola data

mercoledì, Gennaio 18th, 2023

Felice Manti

La bomba ‘ndrangheta scoppia in Parlamento durante il voto sul Csm. Giuseppe Valentino, il candidato scelto da Giorgia Meloni per guidare da vicepresidente il prossimo organo di autogoverno della magistratura, deve lasciare l’ambita poltrona dopo la notizia che è indagato per reato connesso in un filone del processo Gotha. «Troppo fango su di me, faccio un passo indietro», dichiara l’ex sottosegretario alla Giustizia e presidente della Fondazione di Alleanza nazionale Valentino, che paga un prezzo altissimo l’aver difeso l’ex politico del Psdi Paolo Romeo, considerato un ufficiale di collegamento tra la massoneria deviata e la Ndrangheta.

«Era una bomba a orologeria – commenta al Giornale uno degli sherpa che da settimane lavora all’intesa tra centrodestra, renziani e le toghe moderate di Magistratura indipendente – Valentino era indagato da almeno un anno». Perché Fdi ha insistito? Misteri della politica, verrebbe da dire. C’è chi parla di pressioni di autorevoli esponenti del partito della Meloni, chi dice che Valentino era amico di tutti, chi dice che a quella poltrona teneva veramente. Sarà. «Ma allora perché non difenderlo fino in fondo?», si chiede un parlamentare che – assieme a qualche altro malpancista – ha votato a malincuore il pacchetto di mischia deciso nella notte tra lunedì e martedì grazie a un’intesa last minute tra maggioranza e opposizioni, quando tutti pensavano ormai che la seduta di ieri sarebbe stata sostanzialmente inutile. M5s gongola, sublimando il proprio giustizialismo al punto di tradire la parola data («Non lo votiamo più») facendo infuriare i renziani («Gli accordi con loro sono carta straccia», dice Raffaella Paita) mentre Forza Italia incassa la scelta di ridurre a uno i nomi dei candidati di bandiera (alla fine sarà l’emiliano Enrico Aimi), nonostante l’idea di candidare le ex parlamentari Mirella Cristina e Fiammetta Modena per agevolare l’indicazione sull’equilibrio tra i generi previsto dalla riforma Cartabia. Invece deve accontentarsi del solo Enrico Aimi, perché alla fine Fratelli d’Italia reclama quattro caselle e soprattutto la poltrona cruciale di vicepresidente, decisiva nel cammino della riforma della giustizia annunciata dal Guardasigilli Carlo Nordio. Poi lo stop e la virata su Felice Giuffrè, professore di diritto a Catania, la cui nomina resta in bilico perché i grillini – che non voteranno neanche Ernesto Carbone, candidato di Azione-Italia viva – non garantiscono i numeri. «Non mi sembrano nomi all’altezza dell’incarico delicatissimo che li aspetta», maligna uno dei 287 avvocati che aveva deciso di offrire la propria candidatura, sperando che qualche partito avrebbe puntato su un outsider. Lo scivolone su Valentino non è certo il migliore biglietto da visita per convincere le toghe moderate di Magistratura indipendente a votarlo. «Valentino avrebbe arrecato al Csm quel prestigio di cui l’organismo è rimasto privo durante gestioni che hanno inorridito il Paese intero, chi lo denigra è da commiserare», lamenta il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri (Forza Italia).

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