Archive for the ‘Politica’ Category

Il Pd adesso accelera sul ddl Zan: lo show di Fedez può sbloccare l’iter

lunedì, Maggio 3rd, 2021

Carlo Bertini

E ora il Pd spera nello scatto finale per procedere più spediti nell’ultimo miglio e riuscire ad approvare la legge contro l’omofobia. L’esplosione della polemica innescata da Fedez, la grande popolarità del rapper, l’eco che ha avuto il tema nella società civile (sempre più avanti sui tempi della politica), fa sorgere in Enrico Letta e nei dirigenti dem la timida speranza che le resistenze della destra possano piegarsi. «Bene Fedez», plaude infatti il leader Pd, ma si vedrà già questa settimana quale potrebbe essere la ricaduta del caso scoppiato il primo maggio. La commissione Giustizia del Senato infatti aveva messo in calendario per questo mese questa legge: ora il caso Fedez potrebbe accelerare l’avvio dell’esame. E già nei prossimi giorni il presidente leghista della Commissione, Andrea Ostellari, citato da Fedez nel suo j’accuse, potrebbe essere indotto, dalle pressioni di Pd e M5s e Leu, ad avviare l’iter. Certo il centrosinistra non si illude di ridurre il numero di audizioni con delle forzature, però ha già ottenuto un primo fondamentale risultato interno. «Dichiarerò aperta la discussione – dice Ostellari – e se qualcuno non è d’accordo, potrà presentare degli emendamenti».

La sinistra si ricompatta

Ma dal centrosinistra non ne dovrebbero arrivare. «Fedez – spiega un dirigente del Pd che segue la questione – dà una spinta a chi a sinistra vuole correre: mettendo da parte i dubbi residui di chi aveva delle perplessità e chiedeva di eliminare dal testo la definizione di genere, invisa alle femministe, perché a loro dire trasforma le donne in una minoranza da proteggere». Quindi quella parte dei dem che avrebbero voluto ritoccare il testo approvato dalla Camera, dopo questa «svolta» non ha più remore e capisce che deve provare a cavalcare il caso. Il Pd spera poi che il «caso Fedez» possa aprire delle crepe nella parte ritenuta più debole del centrodestra, ovvero Forza Italia, visto che già alla Camera cinque deputati azzurri hanno votato a favore. Finora in commissione si è però schierata con Salvini e la Meloni. La commissione sui giudici

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Draghi il più citato, ma il Salvini “di lotta e di governo” scala i media: chi sono i leader e i ministri più citati

domenica, Maggio 2nd, 2021

Marco Grimaldi

Matteo Salvini recupera la cima e rispetto al mese scorso “sorpassa” tutti e si piazza dietro a Maria Draghi nelle citazioni raccolte tra Tv, carta stampa e piattaforme digitali. L’analisi di Mediamonitor.it  mette in risalto, infatti, rispetto al mese precedente, anche l’ascesa di Meloni e Beppe Grillo. Fra i ministri meno visibilità per Orlando, Bianchi e Bonetti. 

Insomma, il Salvini sempre più di lotta e meno di governo guadagna visibilità sui mezzi di informazione italiani, anche se il premier Mario Draghi resta il più citato in assoluto sui media (36.779 menzioni). Il leader della Lega, grazie alle nette prese di posizione su riaperture e abolizione del coprifuoco, riconquista la seconda posizione assoluta con 18.754 citazioni, quasi il 10% in più rispetto al ministro della Salute Roberto Speranza (17.183), che Salvini stesso vorrebbe sfiduciare. Questo scenario emerge dal monitoraggio su oltre 1.500 fonti informative fra carta stampata (quotidiani nazionali, locali e periodici), siti di quotidiani, principali radio, tv e blog svolto da Mediamonitor.it, che utilizza tecnologia e soluzioni sviluppate da Cedat 85, azienda attiva da oltre 35 anni nella fornitura dei contenuti provenienti dal parlato. Mediamonitor.it ha analizzato qual è stata, dal 31 marzo al 26 aprile, la visibilità dei membri del governo e dei leader politici, confrontandola con quella del mese di marzo.

Rispetto al mese precedente, Salvini guadagna due posizioni, a scapito del segretario del PD Enrico Letta che, con 15.125 citazioni, retrocede dal secondo al quarto posto. In ascesa anche Giorgia Meloni, alla guida dell’unico partito di opposizione, che sale dal 7° al 5° posto (9.050) e Beppe Grillo che, soprattutto a causa delle polemiche scatenate dal suo video in difesa del figlio accusato di violenza sessuale, passa dall’11° alla 7° posizione (7.374). Stabile al 6° posto l’ex premier ora leader in pectore del M5S Giuseppe Conte (8.204). Oltre a Speranza, sono tre i titolari di un dicastero presenti nella top ten: il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti (8°, 5.382 citazioni), quello degli Esteri Luigi Di Maio (9°, 5.361) e quello della Cultura Dario Franceschini (10°, 4.518).

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Primo maggio, Mattarella: «Il lavoro sarà il motore della ripartenza. Non cavalcare lo sconforto da Covid»

sabato, Maggio 1st, 2021
Primo maggio, Mattarella: «Il lavoro sarà il motore della ripartenza.  Non cavalcare lo sconforto da Covid»

«Buon primo maggio all’Italia del lavoro, buon Primo maggio all’Italia che riparte». L’augurio di Sergio Mattarella per la festa dei lavoratori — in questo inizio di maggio che si incrocia con le prime riaperture per molti settori che hanno sofferto duramente a causa della pandemia — affronta il tema del rilancio del Paese. «Sarà il lavoro a portare il Paese fuori da questa emergenza», assicura Mattarella, che ha deposto una corona di fiori al monumento alle vittime del lavoro, all’Inail, prima di dare inizio alle celebrazioni al Quirinale. È un messaggio di speranza, quello del capo dello Stato, con un pensiero particolare a chi il lavoro lo ha perso: a loro «un augurio più forte», dice Mattarella. Che lancia un appello all’unità e un invito alle forze politiche a «non cavalcare lo sconforto» e a «non sprecare l’occasione» del Piano nazionale di rinascita e resilienza per «perseguire il bene comune». L’Italia ha bisogno di «nuove generazioni di costruttori» e in Italia, si è detto certo il capo dello Stato, «ne abbiamo più di quanto spesso non sappiamo: facciamo appello a loro». Mattarella, che ha chiamato il presidente del Parlamento europeo David Sassoli per esprimergli solidarietà, ha parlato anche di Unione Europea e ha definito «inaccettabile ogni attacco dall’esterno che pretenda di indebolirla».

Non sprecare l’occasione del Pnrr

«La battaglia per il lavoro è una battaglia che deve unire gli sforzi di tutti ed è questa l’ambizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza», dice Mattarella. «Bisogna riconoscere il bene comune e perseguirlo — prosegue il capo dello Stato —, non possiamo sprecare l’occasione di compiere tutti insieme un passo in avanti. Si apre una finestra per dare sbocco a una stagione di crescita, per porre riparo a secolari arretratezze e a divari ancora presenti nella Repubblica. L’equità, l’evoluzione sociale si reggono sulla garanzia per tutti dell’accesso al lavoro. Se il lavoro cresce, cresce la coesione della nostra società».

La «paziente sapienza» per evitare rischi

La strada da seguire per uscire dall’emergenza è quella di una «paziente sapienza»: «Dovremo usare paziente sapienza — è il messaggio di Mattarella — per riconquistare la libertà dei comportamenti in piena sicurezza. Le incognite che comportino il rischio di ulteriori prezzi da pagare con la vita delle persone non sono ammissibili. È già troppo alto il sacrificio di vite umane che la pandemia ha provocato». La politica, in una fase di emergenza, deve essere ancora di più «al servizio della comunità». Il capo dello Stato certo che «da tanta sofferenza patita sia già nata una coscienza che prevale sulla tentazione di assecondare o di cavalcare lo sconforto». È un passaggio «stretto e difficile» quello che stiamo attraversando, per questo «la festa di oggi reca con sé un ancor più forte appello all’unità».

Donne e giovani

«Essenziale» per Mattarella il lavoro per donne e giovani: «Particolarmente pesante è stato l’impatto della crisi sul lavoro femminile, in questi mesi il quadro dell’occupazione femminile è diventato ancora più fragile. La crescita dell’occupazione femminile è condizione essenziale per una vera ripartenza dell’Italia». Riferendosi al Concertone del Primo maggio il capo dello Stato ha rivolto un augurio anche «ai sindacati che lo organizzano, agli artisti, ai giovani a cui è rivolto: vuole essere anche un segno di ripresa per la musica, lo spettacolo, la cultura, affinché siano nuovamente fruibili dal vivo e possano contribuire alla ripartenza».

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Mario Draghi tra Recovery e Quirinale, cosa sa Bernabè: lo conosco da lungo tempo… La previsione dalla Gruber

sabato, Maggio 1st, 2021

Giada Oricchio

Il futuro di Mario Draghi? Il manager Franco Bernabè, futuro presidente dell’Ilva di Taranto a partire da metà maggio, ospite di “Otto e Mezzo”, venerdì 30 aprile, non ha dubbi: “Resta fino alla fine della legislatura”. Il Recovery Plan, il M5S, il video di Beppe Grillo in difesa del figlio Ciro accusato di stupro. Ci sono tutti i temi caldi di queste settimane nell’intervista di Lilli Gruber a Franco Bernabè. Alla domanda: “Draghi andrà avanti fino a fine legislatura? Per Enrico Letta deve governare fino al 2023, ma questo vorrebbe dire addio al Quirinale”, il manager, che ha accettato il compito di risanare l’Ilva di Taranto, ha risposto senza tentennamenti: “Lo conosco da molto tempo. Draghi è un uomo di grande senso delle Istituzioni, non permetterà un nuovo cambio di governo e nuove elezioni tra un anno. Credo sia sua responsabilità rimanere fino al 2023 e i partiti hanno il dovere di sostenerlo. Uno dei motivi per cui l’Europa non ha fiducia nell’Italia è proprio l’abitudine a cambiare governi ogni anno e Draghi andrà avanti”.

Sul PNRR, Bernabè ha sparso ottimismo: “Mi tranquillizza che sono stati affrontati i temi della riforma della P.A., della giustizia, della semplificazione amministrativa e della concorrenza. Un’opportunità di questo genere è un treno che passa una volta sola. I problemi in Italia sono notissimi, adesso occorre l’ottimismo della volontà come direbbe Gramsci. Come farà Draghi a fare la riforma del fisco con i partiti che hanno visioni diametralmente opposte? L’Italia non può continuare a non crescere, i partiti si devono rendere conto che questa è un’occasione che non possono perdere e che non ce ne sarà un’altra. Draghi ha preso di petto il problema della P.A. perché sa che bisogna ricostruire lo Stato. Prima di mettere in discussione il piano di riforme necessarie, i partiti ci penseranno tre volte anche perché chi fa saltare il Recovery ne paga le conseguenze. Attenzione perché l’Italia non può ancora andare sul sentiero di decrescita e declino di questi anni. Dobbiamo essere ottimisti. L’Italia è un paradiso di gente che pensa di essere all’inferno. E’ inutile piangersi addosso o pensare che il nostro sia un paese non recuperabile”.

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Il Pd a un punto dalla Lega e Fratelli d’Italia supera i 5 Stelle | Sondaggio

sabato, Maggio 1st, 2021

di Nando Pagnoncelli

Il Pd a un punto dalla Lega e Fratelli d'Italia supera i 5 Stelle | Sondaggio

Il mese di aprile ha fatto registrare un andamento ondivago dell’opinione pubblica nei confronti del governo e del presidente Draghi. La prima metà del mese è stata caratterizzata da un forte calo dell’indice di gradimento, riconducibile allo scontento per l’andamento della campagna vaccinale e per il protrarsi dei provvedimenti restrittivi, soprattutto in concomitanza del periodo pasquale. Viceversa, la seconda metà di aprile ha fatto segnare un’inversione di tendenza, con una ripresa di consenso guidata da tre fattori: l’allentamento delle misure e la riapertura di molte attività a partire dal 26 aprile, quindi il progressivo aumento delle persone vaccinate, basti pensare che i dati di ieri hanno oltrepassato le 500 mila dosi somministrate, e infine la presentazione del Pnrr che, sebbene sia ancora poco conosciuto dai cittadini nei dettagli, rappresenta un’importante occasione per intervenire su alcuni nodi strutturali del Paese.

Al netto delle variazioni settimanali, il mese si chiude con una flessione di 4 punti dell’indice di gradimento del presidente Draghi (da 62 a 58) e un dato stabile per l’esecutivo (56). La graduatoria della popolarità dei leader vede al primo posto Giuseppe Conte con un indice di gradimento pari a 55, in flessione di 2 punti rispetto a marzo che si sommano al calo di 4 rispetto al mese precedente. Il trend decrescente di Conte è da attribuire al venir meno del ruolo istituzionale e al sempre più probabile incarico di leader del M5S che gli aliena una parte del consenso trasversale precedentemente acquisito. Al secondo posto, staccata di 18 punti, si colloca Giorgia Meloni (indice 37) che scavalca Speranza (36), il cui calo di 3 punti appare più legato all’incarico di ministro della Salute che di segretario di Articolo 1. A seguire Letta e Salvini appaiati a 30, entrambi in flessione (di 3 e 2 punti), poi Berlusconi e Toti con indice pari a 28, quindi Calenda con 23, in calo di 4 punti (più concentrato tra gli elettori di centrosinistra, a seguito del no alle primarie in vista dell’elezione del sindaco di Roma). Tra gli altri leader si registra un aumento per Lupi (di cui si è parlato come possibile candidato sindaco a Milano), un calo per Crimi, Fratoianni e Renzi, e un dato stabile per Bonelli.

Da ultimo, gli orientamenti di voto, con tre dati rilevanti rispetto a fine marzo: innanzitutto si assottiglia il vantaggio della Lega (21,9% in calo di 0,6) sul Pd (20,9%, in aumento di 0,6); il calo della Lega, pur non essendo molto ampio, è graduale e fa segnare il risultato più basso dall’inizio della legislatura. Le mutevoli posizioni su alcune questioni (su tutte l’orario del coprifuoco e l’atteggiamento verso il ministro Speranza) non sono del tutto comprese e creano disorientamento nell’elettorato di Salvini. In secondo luogo, FdI aumenta di 1,7% attestandosi al 18,9, il dato più elevato di sempre nelle rilevazioni Ipsos, capitalizzando il ruolo di principale partito di opposizione. Infine, il M5S, alle prese con le dinamiche interne e la questione della leadership, il divorzio da Casaleggio e il contestato video di Beppe Grillo in difesa del figlio Ciro, arretra di 2 punti (dal 18% al 16) e scivola al quarto posto. Da segnalare inoltre l’aumento di Forza Italia (da 7,6% a 8), di Azione (da 2,4% a 2,8) e di Sinistra Italiana (da 2% a 2,2). Indecisi e astensionisti, sebbene in flessione di 1,3%, si confermano la quota più elevata degli elettori con il 39,5%.

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Csm e verbali Amara: tutti i punti oscuri dell’ennesima storia di veleni tra toghe

venerdì, Aprile 30th, 2021
Piercamillo Davigo - il plenum del Csm - l'ingresso della procura di
Piercamillo Davigo – il plenum del Csm – l’ingresso della procura di Milano

“Ho ricevuto un plico anonimo, tramite spedizione postale, contenente la copia informatica e priva di sottoscrizione dell’ interrogatorio di un indagato reso nel dicembre 2019 dinanzi all’autorità giudiziaria. Nella lettera anonima quel verbale veniva indicato come segreto e l’indagato menzionava in forma diffamatoria se non calunniosa , circostanze relative a un consigliere di questo organo”. Viene a galla così, attraverso le parole del consigliere del Csm Nino Di Matteo, una storia che serpeggiava dietro le quinte già da tempo, ma che era rimasta nascosta fino all’ultimo plenum del Csm, di due giorni fa. Ed è una storia fatta di atti destinati a restare segreti ma poi diffusi, prima a consiglieri del Csm e poi ad alcuni giornalisti. Classica storia di veleni tra toghe. L’ennesimo colpo a una categoria che faticosamente provava a riprendersi dallo scandalo Palamara

Di Matteo ha spiegato di aver consegnato quegli atti alla procura di Perugia, competente sui magistrati che lavorano a Roma. La vicenda è intricata, al momento due inchieste cercano di renderla chiara. Ma vale la pena ricostruirla per mettere in fila una serie di interrogativi che restano aperti.

Gli atti che approdano di nascosto al Csm, nella primavera del 2020, riguardano un interrogatorio di Piero Amara, l’ex avvocato esterno dell’Eni comparso in innumerevoli inchieste – vedi il sistema Siracusa e, per l’appunto, i processi Eni – e che da qualche tempo ha iniziato a parlare con varie procure. Dicendo cose non sempre riscontrabili.

Ora, questi verbali arrivano da Milano al Csm e non sono firmati. Il contenuto delle dichiarazioni, rilasciate alla fine del 2019, è scottante: vengono tirati in ballo tanti uomini delle istituzioni, tra cui l’allora premier Giuseppe Conte. Si fa riferimento a una presunta loggia massonica, denominata “Ungheria”, alla quale questi soggetti farebbero capo, e ad altri fatti più o meno verosimili. Fin qui, nulla quaestio. Sono le dichiarazioni di un soggetto, con dei patteggiamenti per corruzione alle spalle, che parla alla procura. Il problema è che questi documenti restano per mesi nell’armadio. Senza che il loro contenuto sia approfondito, per scoprire se c’è una qualche verità o si tratta solo di calunnie. Ed è proprio per questo che finiscono nelle mani di Piercamillo Davigo, fino a pochi mesi fa consigliere del Csm. A consegnarglieli è il pm di Milano Paolo Storari, che seguiva – ora non più – l’inchiesta sul presunto complotto ai danni dell’Eni. Perché Storari si prende la briga di dare queste carte a Davigo?  Il magistrato sostiene di averlo fatto per “autotutela”, perché per sei mesi avrebbe chiesto delle indagini per approfondire il contenuto delle dichiarazioni di Amara. Non avendole ottenute, ha pensato di rivolgersi all’ex pm di Mani Pulite. Perché proprio a lui? Perché si conoscevano, è la risposta. Tutto normale, anche se gli atti erano riservati? Anche se l’operazione pare quantomeno inusuale, sembrerebbe di sì. Anche perché, spiega poi Davigo, “il segreto non è opponibile al Csm”.

Quindi in sostanza: abbiamo un pm che vorrebbe approfondire delle dichiarazioni facendo un’altra indagine. Nessuno lo ascolta nel suo ufficio, almeno questa è la sua tesi, e quindi lui si rivolge a un rappresentante dell’organo di autogoverno delle toghe, per renderlo edotto della questione.

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La Russia vieta a Sassoli l’ingresso nel Paese. Sanzioni contro altri 7 esponenti Ue

venerdì, Aprile 30th, 2021

La Russia «in risposta alle misure limitative introdotte il 2 e il 22 marzo di quest’anno nei confronti di sei cittadini russi» ha sanzionato il presidente del Parlamento Ue David Sassoli e altri 7 responsabili europei vietando loro l’ingresso nel Paese. Lo riporta l’agenzia Interfax. La ritorsione è in particolare una risposta presa contro le misure adottate dalla Ue in difesa dell’oppositore russo Alexei Navalny.

Il 2 marzo, con un provvedimento sanzionatorio per violazione dei diritti umani, il Consiglio Europeo aveva imposto misure restrittive nei confronti di Alexander Bastrykin, capo del comitato investigativo della Federazione russa, Igor Krasnov, procuratore generale, Viktor Zolotov, capo della guardia nazionale, e Alexander Kalashnikov, capo dell’amministrazione penitenziaria federale. Tutti erano stati accusati dell’arresto arbitrario, nel processo e nella condanna di Alexei Navalny, come pure nella repressione delle proteste pacifiche legate al trattamento illegale riservatogli. A questi personaggi era stato imposto il divieto di viaggio in Paesi dell’Unione.

Sempre a marzo l’Europa aveva decretato sanzioni contro esponenti di Cina, Corea del Nord, Libia e Russia ritenendoli responsabili di violazioni dei diritti umani; Mosca, in particolare, – secondo una comunicazione del Consiglio d’Europa datata 22 marzo 2021 – era stata colpita per la repressione ai danni dei dissidenti e di esponenti del movimento Lgbt in Cecenia; Strasburgo aveva disposto il divieto di viaggio e il congelamento di alcuni beni.

La risposta del Cremlino però alza molto il tiro, colpendo il rappresentante politico più elevato dell’Europarlamento. Oltre a Sassoli il divieto di ingresso in Russia è stato disposto nei confronti di Vera Jourova, vice presidente della Commissione Ue per i valori e la trasparenza, Ivars Abolins, presidente del National Electronic Media Council della Lettonia, Maris Baltins, direttore del National Language Centre della Lettonia, Jacques Maire, membro della delegazione francese all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Jorg Raupach, capo dell’ufficio del procuratore di Berlino, Asa Scott, capo del laboratorio di sicurezza chimica, biologica e nucleare, Total Defence Research Institute, Svezia e Ilmar Tomusk, capo del Language Department dell’Estonia.

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Salvini e Figliuolo a confronto: quota 100 non va, quota 500mila sì

venerdì, Aprile 30th, 2021

Nella vita spesso le coincidenze sono rivelatrici, succede quando due fatti non correlati fra di loro finiscono per gettare luce sulla realtà, o quanto meno su di un pezzo di essa. E’ questo il caso della campagna vaccinale e di quota 100: se si uniscono i puntini si ha la migliore rappresentazione della differenza fra chi risolve i problemi (la coppia Draghi-Figliuolo) e chi invece è bravo solo a fare propaganda (Salvini). Va da sé che i primi fanno il bene dell’Italia, il secondo al massimo solo di sé stesso.

Nello stesso giorno infatti sono stati pubblicati i dati dell’andamento delle vaccinazioni e quelli di quota 100. Partiamo dai primi. Il generale Figliuolo e il ministro Speranza hanno annunciato di essere riusciti a raggiungere l’obiettivo prefissato: 500mila somministrazioni al giorno. Ma la notizia ancora migliore è che questo ritmo può essere tenuto nei prossimi due mesi, se non superato, tanto da far dire al commissario straordinario che entro luglio sarà vaccinato il 60% degli italiani. Un grande risultato, raggiunto sì con una decina di giorni di ritardo rispetto ai piani originari, ma comunque raggiunto, peraltro fra mille difficoltà esterne come i casi di trombosi per Astrazeneca e Johnson & Johnson nonché i ritardi di consegna della multinazionale anglo-svedese. Insomma, in poco meno di un paio di mesi il premier Draghi e il generale Figliuolo sono riusciti nella non facile operazione di far decollare la campagna vaccinale italiana, condizione necessaria per tutelare la salute degli italiani e far ripartire l’economia già quest’anno. 

Ora passiamo ai secondi. L’Inps ha reso noti i risultati del grande cavallo di battaglia di Salvini ovvero la possibilità di andare in pensione prima, nota ai più come quota 100. Ebbene, i dati testimoniano un drammatico flop: rispetto ai 19 miliardi stanziati dal governo Conte 1 sono stati usati finora solo 10, poco più della metà. Questo significa che negli italiani non c’è mai stata questa grande urgenza di andare in pensione, né prima della pandemia né durante. A dimostrazione che in questo caso la propaganda politica ha creato un bisogno che nei fatti non c’è. Ma il flop lo si apprezza meglio se si va a guardare l’altro presunto grande vantaggio di quota 100. I leghisti tessevano le lodi della misura dicendo che avrebbe dato una grande spinta all’occupazione: per ogni pensionato, ci sarebbero stati tre giovani assunti in più. Peccato che, come ricorda oggi l’ex ministro Elsa Fornero, alla fine il rapporto si è rivelato al contrario: un assunto per ogni tre pensionati in più. A questo punto viene il dubbio che Salvini abbia fatto confusione con le stime ai tempi del governo gialloverde.

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Sempre più saldo l’asse Draghi-Macron. E con Merkel in uscita ora Berlino trema

venerdì, Aprile 30th, 2021

Giuseppe Marino

L’ultimo sollecito Emmanuel Macron l’ha spedito ieri: «La Commissione si è messa in condizione di contrarre prestiti. Lo farà, spero, molto presto, già questa estate». Il presidente francese è da tempo in pressing su Bruxelles sulla rotta degli eurobond. E nell’ultimo consiglio europeo ha insistito sulla necessità di aumentare l’importo del Next generation Eu confrontandolo con l’investimento americano che vale più del doppio. Qual è il leader europeo con cui è più in sintonia? La risposta si poteva leggere all’inizio di aprile su Die Welt: «Mario Draghi non fa mistero del fatto che sta lavorando per ottenere gli eurobond per il periodo post pandemico. L’obiettivo è di avere una Ue con un bilancio comune che aiuti gli Stati più deboli durante i periodi di recessione», avvisava preoccupato il quotidiano tedesco riflettendo le preoccupazioni politiche di Berlino.

Non c’è osservatore che non abbia colto il significato politico della svolta di Parigi sull’estradizione degli ex terroristi italiani. Macron si sta dando un gran da fare per organizzare uno scambio di visite con Draghi: vuole essere il primo leader europeo a incontrarlo. Gli intensi rapporti tra Roma e Parigi sono guardati con preoccupazione in una Germania alle prese con un passaggio politico delicato, la fine della leadership di Angela Merkel, il cui cancellierato ha improntato l’intera politica europea degli ultimi anni. La fine dell’era Merkel e la nascita dell’asse Macron-Draghi offre l’occasione per riequilibrare un ventennio di influenza tedesca sull’Unione. «Al Consiglio europeo di marzo -scriveva con preoccupazione Die Welt- è diventato chiaro per la prima volta a quale livello Draghi e Macron si stanno scambiando opinioni su questi temi».

Dopo il gelo seguito alla visita di Luigi Di Maio ai gilet gialli, è stato il Quirinale a ricucire i rapporti. Ed entro l’estate Roma e Parigi dovrebbero siglare il Trattato del Quirinale che rinnova il patto di cooperazione del 1963. «Il rapporto tra Macron e Draghi inizia da prima che l’italiano diventi premier- dice al Giornale Edoardo Secchi, imprenditore e presidente dell’Italie-France Group- e questa consonanza è una grande occasione per i due Paesi che dopo la Brexit sono al lavoro per contendere alla Germania, che come al solito si è mossa in autonomia, il centro finanziario europeo che era a Londra».

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Il silenzio del ministro Giorgetti sul polo per produrre in Italia il vaccino

venerdì, Aprile 30th, 2021

Francesco Storace

Se l’Unione Europea prenota quasi 2 miliardi di vaccini da Pfizer, vuol dire che siamo di fronte ad una svolta nel contrasto alla pandemia. Che si prevede diventi endemica, che ogni anno ci si debba vaccinare per non farsi pizzicare. Ulteriore considerazione: se la prospettiva è quella annuale, non si può più indugiare sulla produzione nazionale di vaccini. Perché sarebbe folle stare appresso alle carenze a gettone delle varie aziende multinazionali. Tempo addietro sembrava che l’Italia si incamminasse lungo questa strada, un polo vaccinale nostro per poter produrre rapidamente i sieri autorizzati. Ne aveva parlato il ministro per lo sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, ma poi – dopo lo stanziamento di 200 milioni di euro nel decreto sostegni – non se ne è saputo più nulla. Al ministero tutto tace, come se ci fosse qualche intoppo non noto. Lo stesso ministro, più taciturno del solito, non ne parla. Idem il suo staff, come se ci fosse chissà quale esigenza di riserbo. Al ministero dello sviluppo si sono svolte ben quattro riunioni, ma fino alla fine di marzo. Poi, non si è saputo più nulla. Tavoli su tavoli per la fortuna dei falegnami, discussioni che durano sessanta minuti con le aziende che si dicono disponibili a produrre in Italia i vaccini anti Covid. E poi? Entro quando? Con quali costi? Basteranno gli stanziamenti? Ci sarà un indotto per le aree territoriali di produzione?

Purtroppo al Mise ancora non si riesce a delineare un quadro di risposte. Per adesso si sa che sono quattro le aziende pronte a produrre direttamente o per conto terzi. Il che vorrebbe dire, in caso di avanzamento dei progetti, che l’Italia potrebbe competere fattivamente con i partner europei per l’attrazione di investimenti. E guadagnarsi l’autosufficienza vaccinale. Ma l’assenza di informazione non aiuta ad essere ottimisti per il futuro. Il che rischia di provocare ulteriori stress ad un popolo già abbastanza esasperato per la pandemia. Ad ogni riunione ci sono impegni, promesse, ma non si comprende la tempistica. Tanto più che occorre anche un segnale concreto di disponibilità dei gruppi che posseggono i vaccini già autorizzati a trasferirne la tecnologia. E qui è ancora l’Unione Europea che deve fare da garante. Il commissario di Bruxelles delegate ai vaccini, Breton, lo ha promesso a marzo, ma risultati effettivi non sono ancora visibili.

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