Archive for the ‘Politica’ Category

Meloni prepara il governo, telefonata con Draghi: “La Costituzione va cambiata, il Pnrr è da rifare”

martedì, Settembre 27th, 2022

Ilario Lombardo, Francesco Olivo

ROMA. Niente giornalisti, niente domande per evitare risposte premature, ma tante telefonate. La prima giornata da aspirante premier di Giorgia Meloni l’ha trascorsa tra le mura di casa, che ha lasciato solo per andare a prendere la figlia a scuola. «Ha passato ore sui dossier più scottanti», dice chi l’ha sentita.

Non è questa l’ora di esporsi, ma il telefono ha suonato come mai. Tantissimi complimenti, chiamate di cortesia, ma anche quelle per iniziare a mettere le basi del governo. Con Matteo Salvini si sono sentiti prima di una conferenza stampa che darà qualche pensiero ai dirigenti di FdI, per forma e contenuto. Tra i tanti scambi telefonici di Meloni, ce ne sarebbe stato uno anche con Mario Draghi. Le fonti vicino a entrambi non lo escludono, ma non è chiaro se sia stato un messaggio di congratulazioni per la vittoria elettorale inequivocabile o una telefonata vera e propria. Draghi e Meloni hanno sempre avuto un eccellente rapporto, consolidato nel corso dei mesi grazie a un’opposizione che il premier ha sempre apprezzato per «la lealtà». Quel che è certo è che l’interlocuzione tra il capo del governo uscente e colei che a questo punto dovrebbe succedergli sono continuate e continueranno nei prossimi giorni, anche in vista del passaggio di consegne previsto per metà ottobre, nella settimana cruciale per la definizione della prossima legge di Bilancio.

I giornalisti di tutto il mondo si erano precipitati nell’albergo dei Parioli scelto come quartier generale, maratone internazionali, radio, tv, grandi broadcaster e blogger, tutti con l’ambizione di fare una domanda a «Miss Meloni». Attesa frustrata. «Ci vediamo domani per un’analisi del voto più approfondita», aveva detto lei a notte molto fonda nel suo comitato elettorale, mentre celebrava, senza molto enfasi, la sua vittoria. Invece la leader di Fratelli d’Italia non si è presentata, una delusione per i moltissimi inviati della stampa mondiale, che hanno dovuto ripiegare su una conferenza stampa di tre dirigenti del partito, i capigruppo di Senato e Camera, Luca Ciriani e Francesco Lollobrigida, e il responsabile dell’organizzazione Giovanni Donzelli.

La sproporzione tra l’aspettativa e la realtà è stata molto ampia, ma la parola d’ordine in FdI è prudenza. La scomparsa di Meloni dalla scena, nel giorno in cui avrebbe dovuto esaltare le ragioni del successo, è parte di questa strategia. Se l’imperativo della campagna elettorale è stato evitare errori che potessero compromettere il primato nei sondaggi, ora che i voti virtuali si sono materializzati, la questione è ancora più urgente: meglio non esporsi. Un conto sono le frasi disinibite di un comizio, altro sono le parole della probabile futura premier.

Una delle questioni sulla quale Meloni sarebbe stata incalzata è il futuro delle alleanze geopolitiche, a partire dal rapporto con Viktor Orbàn. Ma anche le possibili fratture interne alla coalizione in vista della composizione del governo. La conferenza stampa di Salvini è stata piena di messaggi poco rassicuranti per Via della Scrofa. E le parole di Luca Zaia che ne sono seguite, con un attacco diretto al segretario della Lega, hanno aggiunto ulteriori preoccupazioni. Una guerra interna nel Carroccio non porterà nulla di buono, sostengono i dirigenti di FdI. Né sarà d’aiuto, alla causa di un governo che si spera duri cinque anni, un Salvini radicalizzato. La linea scelta sui tormenti degli alleati è, anche in questo, caso, cauta. FdI ha tutto l’interesse di abbassare le tensioni, mortificare la Lega non sarebbe utile, ora che si aprirà la fase più delicata delle trattative di governo. I capigruppo evitano di entrare nelle malizie del leader del Carroccio, ma su un punto Ciriani ci tiene a precisare: «Siamo stati votati trasversalmente, non è un voto di protesta». Le riforme istituzionali restano un’urgenza: «Si può provare a migliorare la Costituzione», dice Lollobrigida che aggiunge: «Teniamo conto che è bella ma che ha anche 70 anni di età».

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Giorgia Meloni: «Sul governo nessun compromesso»

martedì, Settembre 27th, 2022

di Paola Di Caro

La presidente di FdI agli alleati: «Risultati chiari, niente giochini». E intima ai suoi di evitare festeggiamenti: «Serve serietà». Lollobrigida evoca modifiche alla Carta: «Bella, ma ha 70 anni»

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È uscita solo per portare la figlia a scuola e per una seduta di allenamento in palestra per «abbassare un po’ la tensione». Perché Giorgia Meloni, premier in pectore, sa bene quante difficoltà d’ora in poi dovrà affrontare. Così, in queste ore, l’ordine dato ai fedelissimi è stato: nessun festeggiamento, compostezza e riserbo. Perché «il momento è talmente difficile che dobbiamo essere responsabili e seri». Anche per evitare sovraesposizioni pericolose, la leader di FdI con i suoi ha deciso la strategia di questi primi giorni: nessuna conferenza stampa auto-celebrativa «come avrebbe fatto chiunque avesse ottenuto un risultato straordinario come il nostro» o festa di piazza. E nessun affondo polemico: «La guerra civile di questa campagna elettorale va chiusa. Ci auguriamo nessuno si metta ad avvelenare pozzi, e magari che venga fatta un’opposizione responsabile, come la nostra».

Ma i problemi per Meloni potrebbero arrivare dalla crisi economica e dagli alleati. Sulla prima, Lollobrigida, Ciriani e Donzelli hanno spiegato che la leader sta già pensando alla prossima manovra, auspicando una collaborazione con Mario Draghi, visti i tempi ristrettissimi per varare la legge di Bilancio. Lo stesso Lollobrigida ribadisce la volontà di riformare in chiave presidenzialista la Costituzione, che «è bella ma ha anche 70 anni di età, sacrificava alla prudenza una maggiore efficienza».

Del governo Meloni ha ragionato con i fedelissimi: il calo di Salvini e le ambizioni di Berlusconi potrebbero portare a richieste ultimative. Lei è netta: i risultati del voto sono «chiari» e dovrebbero sconsigliare di creare grane. Ma, è l’avvertimento, «io non accetterò compromessi e non mi presterò a giochini». Non ci saranno cedimenti su punti del programma per realizzare promesse impossibili, e nemmeno su richieste di ministeri tali da creare problemi: «Siamo persone serie, offriamo massima collaborazione ma siamo arrivati fin qui e non vogliamo perdere la faccia. FdI non va al governo per far saltare il banco». Le condizioni per partire sono chiare: o si fanno «le cose perbene», o inutile andare al governo.

Non lo dice in pubblico Meloni, ma ipotesi come il ministero degli Interni per Salvini, o la presidenza del Senato per Berlusconi, non vengono considerate. Agli alleati si può concedere la presidenza a Palazzo Madama, alla Camera si vedrà, ma tutto dovrà essere «serio». A partire dal dicastero dell’Economia, che si pensa di affidare a un tecnico, magari non a Panetta per non scoprire il versante Banca d’Italia e Bce.

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Lega, zona retrocessione. Adesso Salvini è nei guai

lunedì, Settembre 26th, 2022

Alberto Giannoni

Molto bene il centrodestra, molto male la Lega. Questa la valutazione consolidata sul «ponte di comando» del Carroccio dopo la diffusione degli exit-poll (col partito intorno al 10%) e soprattutto con le prime proiezioni, che lo davano addirittura all’8%: meno di un terzo dei voti di Fratelli d’Italia, la metà di quelli dei 5 Stelle, tallonato da Forza Italia. Matteo Salvini oggi appare come il capo in difficoltà di un partito in crisi.

Il segretario leghista è arrivato alle 22.30 in via Bellerio, e nella storica sede milanese del Carroccio ha seguito lo spoglio, coi fedelissimi, in un clima di nervosismo crescente. Alle 23 e 15 il suo primo tweet: «Centrodestra in netto vantaggio sia alla Camera che al Senato. Sarà una lunga notte, ma già ora vi voglio dire grazie». Si è aggrappato alla ostentata soddisfazione per la vittoria del centrodestra, scontata, ma era il voto di lista quello più atteso, e se gli «exit poll» delle 23 hanno regalato un’illusione di «pericolo scampato», i dati reali l’hanno tramutata prima in ansia e poi in aperta, cocente delusione.

Dopo la mezzanotte le seconde proiezioni: 8,7% quelle Rai, e «Swg» per la 7, 8,1% quella «Tecné» per Rete4. Poi la terza proiezione Rai: 8,8%. Insomma, la coalizione è andata alla grande – come previsto – il partito invece no. In via Bellerio nessuno ha più parlato, e quel silenzio potrebbe anche nascondere una resa dei conti interna.

Non è stata una giornata di entusiasmi la domenica elettorale dei leghisti. Ieri mattina Salvini ha votato presto, nella sua Milano. Ha sfoderato la consueta sicurezza, e l’auspicio di un governo di legislatura. Ha gettato acqua sul fuoco degli entusiasmi e ha voluto spegnere ogni polemica con Silvio Berlusconi, che gli aveva riservato parole «agrodolci», rivelando di volere «più voti della Lega». E il fantasma del sorpasso, poi, si è quasi materializzato.

Non era stata una giornata facile, quella di Salvini, e non è stata una campagna elettorale semplice la sua: una specie di improvvisa volata a cui è arrivato con la «zavorra» di una responsabilità di governo condivisa con poca convinzione, gravato dalla sensazione di un ineluttabile calo e sottoposto all’impietoso confronto con FdI, il partito di Giorgia Meloni che è rimasto sempre all’opposizione continuando la sua progressione anche al Nord, fino a concretizzare il bruciante «sorpasso» che già si era profilato alle ultime amministrative.

I pronostici della vigilia si esercitavano sul distacco con cui FdI avrebbe «liquidato» la Lega, e sulla «soglia» che avrebbe segnato la sua sconfitta: il 12%, o il 10. Lontani i giorni delle Politiche 2018 (il Carroccio era arrivato al 17%) lontanissimo il trionfo delle Europee 2019, quando il «Capitano» aveva trascinato il suo partito oltre il 30%, superando il tradizionale arroccamento nel Lombardoveneto e sfondando anche al Sud. Sono passati solo tre anni, eppure il vento è cambiato.

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Perché quello del 25 settembre 2022 è un risultato epocale

lunedì, Settembre 26th, 2022

di Francesco Verderami

L’arretramento del Carroccio costringerà la leader di FdI a non mettere in primo piano gli interessi di partito. L’obiettivo: evitare problemi per la tenuta del futuro esecutivo

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Si prospetta un risultato epocale. E non solo perché per la prima volta nella storia la destra si proietta a vincere le elezioni e ipotecare Palazzo Chigi con una donna alla guida di un governo di coalizione. Ma perché la legislatura che si apre è destinata a cambiare profondamente la geografia politica italiana. Il voto di ieri segna la fine del progetto salviniano della Lega nazionale. L’inesorabile tramonto dell’era berlusconiana. E fa emergere la grave crisi di voti e di identità del Pd, che non solo esce sconfitto dal duello con FdI, ma soprattutto viene ridimensionato nel tradizionale ruolo di punto di riferimento dei progressisti.

I risultati delle elezioni 2022 in diretta

Il successo di Giorgia Meloni — secondo i primi dati — si accompagna a una forte flessione degli alleati. La leader della destra — che ha cannibalizzato i consensi di Lega e FI — è consapevole che i nuovi rapporti di forza nel centrodestra potrebbero complicare più che la nascita del governo, la sua navigazione. E non a caso nei colloqui riservati prima del voto aveva fatto capire che si sarebbero dovuti privilegiare gli equilibri di coalizione sugli interessi di partito. «È una questione che Giorgia ha presente», spiegava a sera uno dei massimi dirigenti di FdI: «Si seguirà la linea che abbiamo già adottato sui collegi con gli alleati centristi, per esempio».

Perché un conto è vincere, altra cosa è governare, altra cosa ancora è durare. C’è da affrontare una congiuntura nazionale e internazionale molto delicata: nessun governo potrebbe andare avanti a lungo senza una forte coesione interna. E dopo il terremoto nelle urne Meloni intende stabilizzare il quadro politico del centrodestra: si vedrà come, visto che Salvini durante tutta la campagna elettorale ha rivendicato l’obiettivo di tornare al Viminale e Forza Italia aspira alla Farnesina. Senza dimenticare che sulla formazione della squadra ministeriale l’ultima parola spetterà al capo dello Stato. C’è da capire come Berlusconi gestirà il risultato e quali effetti avrà sul suo partito. Ma soprattutto bisognerà verificare in che modo Salvini affronterà il pesante risultato con il suo gruppo dirigente, dove prenderà presto corpo la richiesta di tornare all’antico ruolo della Lega per ricostruire al Nord quel rapporto con il territorio uscito distrutto dalle urne. Una linea politica esattamente opposta a quella del Capitano…

Sull’altro fronte si registra la crisi del Pd, che si trova ora insidiato alla sua sinistra da Conte e alla sua destra dal duo Calenda-Renzi. Il compito di Letta era tutt’altro che facile: un anno e mezzo fa aveva ereditato una segreteria che Zingaretti aveva lasciato dicendo di «vergognarsi» del partito. Il resto lo hanno fatto una serie di errori tattici e strategici che lo hanno consegnato «nudo» alla sfida con Meloni. E ora la politica gli presenta il conto, dentro e fuori il Nazareno. Da una parte si trova il leader del Movimento: nonostante M5S abbia dimezzato i voti rispetto a cinque anni fa, Conte avrà la possibilità di fare sponda con quella parte dei democratici desiderosa di aprire una nuova stagione di rapporti con i grillini sul modello Mélenchon. Dall’altra i vertici di Azione puntano a diventare il polo riformista per attrarre quella parte dei dem che non è intenzionata ad accettare una deriva radicale.

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Cacciari: “Siamo diventati fascisti? Una stupidaggine. Sinistra vittima di una catastrofe mentale”

lunedì, Settembre 26th, 2022

Paolo Griseri

Professor Cacciari, la destra radicale è il primo partito. Gli italiani sono diventati fascisti?
«Questa è una colossale stupidaggine».

Beh, si è sentita dire spesso in queste settimane: se vince la Meloni, vincono i fascisti…
«Ma, naturalmente, non è vero. Questo ragionamento è stato controproducente, come si è visto. La genesi del fascismo è lontanissima da oggi, nasceva da una crisi della democrazia, avveniva in un contesto molto diverso da quello dei giorni nostri. Quella che è stata proposta tra Fratelli d’Italia e il fascismo è stata una sovrapposizione impropria».

Però dentro Fratelli d’Italia ci sono i nostalgici del Ventennio, questo è innegabile…
«Questo è innegabile ma non è stato questo il motivo per cui gli italiani hanno votato quel partito. I nostalgici vengono tollerati come elemento identitario. Ma la Meloni sa che se solo provasse a mettere in pratica una delle ricette del Ventennio, gli italiani si ribellerebbero».

Eppure la crisi della democrazia c’era un secolo fa come oggi…
«Ma quella era la crisi della democrazia liberale. Il pericolo che corriamo oggi non ha più nulla a che fare con i totalitarismi. Quella che è entrata in crisi, e da trent’anni ormai, è la democrazia progressiva, nata in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Una democrazia che spingeva i popoli ad aumentare i propri diritti, ad allargare la base sociale di chi ne godeva, a migliorare le proprie condizioni di vita. Quando questo allargamento progressivo si è interrotto, è nata la rivolta dei populismi e dei sovranismi contro l’Europa. Perché da quel momento l’Europa non ha più saputo darsi un’identità politica e non ha più saputo avere una linea autonoma in politica estera».

Ce l’ha mai avuta quella linea?
«Certo che l’ha avuta. Negli anni Ottanta e Novanta quello dell’Europa era un ruolo di mediazione tra gli interessi delle grandi potenze militari. Serviva da punto di incontro. Oggi invece quell’identità si è persa. La linea dell’Europa in politica estera è oggi una posizione filo-atlantica, di adesione alla linea della Nato. Il ruolo che avevamo, di mediazione preventiva con la Russia, è completamente saltato».

Basta tutto questo a spiegare le rivolte sovraniste?
«Non basta. Ma spiega perché in un momento come questo l’idea stessa di Europa è entrata in crisi».

Perché di questa crisi la sinistra ha subito le conseguenze peggiori? Nella campagna elettorale italiana è sembrata quella più in difficoltà. Come mai?
«Dire che è apparsa in difficoltà è dire poco. Io sarei molto meno generoso: la sinistra italiana è entrata in totale confusione. La definirei una catastrofe mentale».

Ci può spiegare?
«Ma come? Si sostiene che il pericolo è quello del fascismo, cioè di un attacco eversivo allo Stato, e non si riesce a trovare il modo di combattere quel rischio tutti insieme?».

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Elezioni 2022, il Paese vira a destra. Giorgia Meloni: “L’Italia ha scelto noi e non la tradiremo”. FdI primo partito, crollo Lega. Delusione Pd, M5s terza forza

lunedì, Settembre 26th, 2022

A CURA DI MARCO ACCOSSATO, CATERINA STAMIN

L’Italia va a destra e sceglie Giorgia Meloni. I dati delle proiezioni confermano gli exit poll: il centrodestra ha vinto le elezioni politiche, ha la maggioranza sia alla Camera che al Senato, con Fratelli D’Italia primo partito. La leader di FdI prende parola verso le 2.30 e parla di notte di «riscatto, di lacrime, di abbracci, di sogni e di ricordi». Si dice «rammaricata» per l’astensionismo – «la sfida ora è tornare a far credere nelle istituzioni» – e rimanda «l’analisi più completa del voto a domani», ma chiarisce che «dagli italiani è arrivata un’indicazione chiara: un governo di centrodestra a guida FdI». E noi, assicura, «non li tradiremo». Alla fine di un discorso emozionale, concluso sulle note de Il cielo è sempre più blu, cita San Francesco: «”Tu comincia a fare quello che è necessario, poi il possibile e alla fine ti riscoprirai a fare l’impossibile”. È quello che abbiamo fatto noi». Se per Meloni è stato un successo come previsto, per gli alleati – Lega e Forza Italia – non è stato lo stesso. Buono il risultato del Terzo Polo, mentre cala il Pd e sale, rispetto ai pronostici, il M5S. L’affluenzacrolla di quasi 10 punti: ha votato il 63,91% degli aventi diritto, il dato più basso di sempre.

Le reazioni – Salvini esulta, centrodestra in vantaggio: grazie
I media internazionali – Meloni sarà premier più a destra dai tempi di Mussolini
Il commento – Massimo Giannini: “Sono elezioni storiche, per la prima volta un partito post-fascista guiderà il governo in Italia”
L’intervista – Cacciari: “Siamo diventati fascisti? Una stupidaggine. Sinistra vittima di una catastrofe mentale”

Tutta la cronaca del 25 settembre, la domenica elettorale

Giorgia Meloni parla dopo il voto: il discorso integrale nella notte della leader di Fratelli d’Italia

Aggiornamenti ora per ora

07.22 – Toti: “Meloni sarà in grado di governare il Paese”
«Non potevamo aspettarci in un solo mese, in piena estate, di consolidare una proposta politica nata in fretta, unendo esperienze diverse. Di certo gli elettori non l’hanno premiata come avremmo sperato». Lo scrive sulle sue pagine social Giovanni Toti, di Noi Moderati. «Le buone esperienze amministrative non sono state sufficienti a costruire una proposta nazionale di buon consenso. Gli elettori di “centro” si sono divisi scegliendo più offerte, anche su poli opposti». Ora, dice Toti, «all’Italia serve un Governo stabile e capace, e sono certo che Giorgia Meloni saprà guidarlo con equilibrio. La scelta di dare il nostro contributo di idee e di voti all’unico Governo possibile e utile al Paese credo sia stata la scelta giusta. Noi da domani mattina torniamo al lavoro per la nostra Liguria, come abbiamo fatto ogni giorno negli ultimi 7 anni». 

07.00 – Fratelli d’Italia porta il centrodestra al 44%
Il centrodestra, trainato da Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia, vince le elezioni politiche 2022 e si prepara a governare l’Italia. Complessivamente la coalizione composta da FdI, Lega, Fi e Noi moderati raggiunge il 44,5% dei voti, sette punti in più rispetto al 37,5% del 2018. Vince nella stragrande maggioranza dei collegi uninominali di Camera e Senato. Il centrosinistra, composto da Pd, Alleanza Verdi Sinistra, +Europa, Impegno civico, si ferma al 26,5%, sostanzialmente stabile rispetto al 2018 quando il centrosinistra e Leu ebbero complessivamente il 25,7%. Sono pochi i collegi uninominali dove prevale il centrosinistra, anche in regioni come l’Emilia Romagna e la Toscana. Il Movimento 5 Stelle, correndo da solo, ottiene il 15% dei voti e vince a sorpresa in oltre dieci collegi uninominali del sud, soprattutto nel napoletano, nel palermitano e a Foggia. Rispetto al 2018, quando ebbe il 32,2%, M5s cede il 17,2%. La lista Azione-Iv, non presente nel 2018, ottiene il 7,7% Nel centrodestra la parte del leone la fa Fratelli d’Italia che sestuplica i voti rispetto al 2018, passando dal 4,3% al 26,4%. Lega e Forza Italia quasi dimezzano i loro voti: il Carroccio passa dal 17,6% al 9%; FI dal 14,4% all’8,2%. Noi moderati corre il rischio di non superare l’1%. Fratelli d’Italia oggi ha il doppio dei voti della Lega anche in regioni come la Lombardia e il Veneto. Nel centrosinistra la lista Pd-Italia Democratica e Progressista è al 19,3%. Nel 2018 Pd, Leu e Insieme ebbero complessivamente il 22,9%. Cresce +Europa che passa dal 2,4 al 3%. Male Impegno civico: appena lo 0,5%. Luigi Di Maio, sconfitto dal pentastellato Sergio Costa nel collegio di Napoli Fuorigrotta Camera, resta fuori dal Parlamento. Sono molto pochi i collegi uninominali sfuggiti al centrodestra. Il centrosinistra prevale fra l’altro a Torino centro, Milano centro, Bologna, Imola, Firenze. La lista «De Luca sindaco d’Italia» vince nel messinese. M5s prevale nel napoletano, nel palermitano e a Foggia. Tra i leader Meloni, Berlusconi e Lupi vincono largo nei loro collegi uninominali di L’Aquila Camera, Monza Senato e Lecco Camera. Bonelli è in testa a Imola Camera. Bonino è seconda a Roma centro Senato e rischia di non entrare in Parlamento se la lista +Europa non supererà il 3% dei voti nazionali. Letta, Salvini, Fratoianni, Conte e Renzi non hanno corso nell’uninominale. Calenda e solo terzo nel collegio di Roma centro Senato.

06.30 – Di Maio non rieletto a Napoli
Il ministro degli Esteri e leader di Impegno Civico, Luigi Di Maio, non è stato rieletto. Quando mancano ormai poche sezioni al risultato definitivo (403 le sezioni scrutinate su 440) nel collegio di Napoli Fuorigrotta 2 per la Camera, ha ottenuto il 24,3% dei voti. Nettamente primo l’ex ministro dell’Ambiente, in lizza per il Movimento 5 Stelle, Sergio Costa, al 40,5%. Terza Maria Rosaria Rossi, in lizza per il centro destra, col 22,2%. Solo quarta la ministra Mara Carfagna, di Azione, al 6,7.

04.57 – Esulta il figlio di Bolsonaro: Meloni è Dio, patria e famiglia
Eduardo Bolsonaro, figlio del presidente del Brasile, Jair, e deputato dello Stato di San Paolo, si è complimentato su Twitter con Giorgia Meloni, vincitrice delle elezioni italiane, ricordando che la leader di Frateli d’Italia è «Dio, patria e famiglia». Il voto in Italia precede di appena una settimana il testa-a-testa in Brasile tra Jair Bolsonaro, leader dell’estrema destra in America Latina, e il leader della sinnistra brasiliana, l’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva.

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Elezioni 2022, risultati in tempo reale: le ultime notizie in diretta

lunedì, Settembre 26th, 2022

I risultati delle elezioni politiche 2022, in diretta: lo spoglio dei voti per Camera e Senato, la vittoria di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, l’uscita dal parlamento di Di Maio, i dati definitivi sui partiti e tutte le ultime notizie, in tempo reale

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• Lo spoglio è ancora in corso, ma il risultato delle elezioni è già chiaro: il centrodestra ha vinto e Fratelli d’Italia — intorno al 26 per cento — è nettamente il primo partito. Il centrosinistra non raggiunge il 30% (con il Pd che non supera la soglia del 20%); il M5S sfiora il 15% e raggiunge risultati importanti al Sud.
• Le parole di Giorgia Meloni nella notte: «L’Italia ha scelto noi e non la tradiremo come non l’abbiamo mai tradita».
Le pagelle ai leader, di Roberto Gressi.
• Da segnalare il dato dell’astensione, il più alto di sempre nella storia repubblicana: ha votato il 64% degli aventi diritto.
Qui il programma di Fratelli d’Italia. Qui il programma del centrodestra.

Ore 08:19 – Rossi batte Rossi in uninominale Camera in Toscana

In Toscana, nel collegio uninominale UO1 (Grosseto) per la Camera, il vicesindaco di Grosseto Fabrizio Rossi, candidato del centrodestra, è stato eletto con il 98.652 dei voti, pari al 40,73%. Sconfitto Enrico Rossi, l’ex governatore toscano che correva per il centrosinistra: ha avuto 82.096 voti, pari al 33,89. Terzo è risultato il candidato del M5s, Luca Giacomelli col 10,37% dei voti, quarto Stefano Scaramelli di Azione-Iv con il 9,13%. Questi i dati diffusi dal ministero dell’Interno.

Ore 08:15 – Gli ultimi dati alla Camera

In base ai dati del Viminale, quando sono state scrutinate 58.840 sezioni su 61.417, alla Camera è in testa la coalizione di centrodestra con il 44,10% mentre quella di centrosinistra è al 26,32%. Il Movimento 5 Stelle è al 15,10% e il terzo polo al 7,74%. Italexit è all’1,91%, Unione Popolare all’1,43%.

Anche al Senato vince nettamente la coalizione di centrodestra, ottenendo il 44,36% dei consensi, quando mancano i risultati di poche centinaia di sezioni sulle 60.399 allestite. Il centrosinistra ha segnato il 26,11%. Il Movimento 5 Stelle ha raggiunto il 15,31% mentre Azione-Italia viva ha raccolto il 7,7%.

Ore 08:02 – Molise, eletti Lotito e Cesa

Vanno al centrodestra tre dei quattro collegi in palio in Molise: bottino pieno al Senato, con il presidente della Lazio Claudio Lotito che si impone nel collegio uninominale con il 43%, davanti all’avvocato isernino Ottavio Balducci del M5S (23,9%) e alla dirigente scolastica Rossella Gianfagna (23,7%), candidata del centrosinistra, e l’esponente di Fratelli d’Italia Costanzo Della Porta, sindaco di San Giacomo degli Schiavoni, che ottiene il seggio disponibile nel proporzionale, prevalendo su Nicola Cavaliere di Fi, Alberto Tramontano della Lega e Mimmo Izzi di Noi Moderati.

Successo di Lorenzo Cesa nel collegio uninominale della Camera, al 43%, davanti ai rivali Riccardo Di Palma (23,68%), del Movimento 5 Stelle e Alessandra Salvatore (23,55%), consigliere comunale a Campobasso del Pd. Per l’assegnazione del seggio determinato dalla corsa nel proporzionale della Camera occorrerà attendere i conteggi imposti dal sistema elettorale.

Qui l’approfondimento sulle sfide nei collegi uninominali.

Ore 07:39 – Il compagno di Meloni, che potrebbe essere il «first gentleman» d’Italia

(Claudio Bozza) Volto Mediaset, cuore a sinistra, quasi sempre un passo indietro dai riflettori della politica. Andrea Giambruno, 41 anni, conduttore di Studio aperto, è il compagno di Giorgia Meloni (4 anni più grande) e potrebbe essere — visti i risultati di queste elezioni politiche — il primo «first gentleman» della Repubblica italiana.

Il giornalista e la leader di Fratelli d’Italia si sono appunto conosciuti dietro le quinte di una trasmissione condotta da Paolo Del Debbio, di cui Giambruno era autore.

Meloni arriva trafelata e fa alla sua portavoce Giovanna: «Non ho mangiato, ho una fame che svengo»…. In una pausa pubblicitaria mangia una banana al volo, ma quando si torna in onda, la leader di FdI è ancora lì con il frutto in mano: «Io mi precipito e gliela strappo di mano anche con una certa foga, ci manca la Meloni in diretta con una banana… — ricorda Giambruno dicendo che la leader lo scambiò per un assistente —. Non so dire, i nostri occhi si incrociano in modo strano, è stato un attimo».

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Il sogno di Conte: quel piano per arrivare al Quirinale

domenica, Settembre 25th, 2022

Luca Sablone

Non esausto dopo essersi seduto per ben due governi consecutivi sulla sedia di Palazzo Chigi, Giuseppe Conte aveva provato disperatamente la strada del ter prima dell’arrivo di Mario Draghi. Alla fine l’avvocato è stato mandato a casa, c’è stata un’altra crisi e domani gli elettori saranno chiamati al voto. Salvo clamorosi colpi di scena, il Movimento 5 Stelle non avrà il 50% dei consensi per poter portare di nuovo Conte alla guida di un nuovo esecutivo. Le sue mire politiche però potrebbero non essere finite qui.

Conte punta al Quirinale?

A dare un’indiscrezione in tal senso è l’edizione odierna di Libero, secondo cui l’ex presidente del Consiglio potrebbe puntare a un’altra e alta carica nel mondo della politica. Per farlo potrebbe cavalcare una riforma storica che il centrodestra, qualora dovesse vincere, ha promesso di attuare. Una modifica della Costituzione che avrebbe un impatto sugli ingranaggi a cui fino a ora siamo stati abituati.

Stiamo parlando del presidenzialismo, cavallo di battaglia di Fratelli d’Italia. La riforma prevede l’elezione diretta del capo dello Stato. Sarebbero gli italiani a eleggere il presidente della Repubblica. E proprio questa potrebbe essere l’ultima ambizione personale di Conte, che a quel punto potrebbe valutare seriamente la possibilità di candidarsi e di provare a ottenere i voti necessari per andare al Colle.

Il piano per il Colle

Si tratta ovviamente di una serie di interrogativi, di mere ipotesi. Sono diversi i fattori che devono prima verificarsi: il centrodestra deve vincere, il presidenzialismo deve essere approvato, il leader del M5S deve essere realmente disposto a intraprendere una corsa al Quirinale. Un passo alla volta, certo, ma non è detto che tutto ciò non accada. Anche perché, oggettivamente, Conte ha sempre goduto di una quota di fiducia non indifferente da parte degli elettori.

Libero riporta l’idea raccontata da chi in questi giorni è stato al fianco dell’avvocato, che potrebbe vedere un eventuale boom del Movimento al Sud come un’affermazione personale. Potrebbe, ad esempio, sedersi al tavolo con il centrodestra per lavorare alla riforma e poi provare a diventare il primo capo dello Stato eletto direttamente dal popolo. Senza dimenticare che anche Matteo Renzi si è detto pronto al dialogo con gli avversari.

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I veri obiettivi (nascosti) di tutti i partiti in campo

domenica, Settembre 25th, 2022

Laura Cesaretti

È finita la campagna elettorale più brutta, insulsa e sgangherata degli ultimi decenni e oggi si tireranno le somme nelle urne. Con la variabile astensione, che nei sondaggi (secretati per i cittadini da una poco comprensibile legge, ma ampiamente circolanti) viene data come primo partito italiano.

Nelle prossime ore si assisterà alla consueta giostra di interpretazioni dei risultati e di analisi del voto e delle sue conseguenze per vincitori e vinti. Intanto, paradossalmente, l’apprezzamento per il premier uscente Mario Draghi e il suo operato cresce vertiginosamente, e viene calcolato al 70%: un’ipoteca pesantissima per chi, ora, dovrà prendere il suo posto e tentare di riempire il vuoto enorme che la sua autorevolezza e credibilità internazionale lasceranno.

Nei prossimi giorni si apriranno sanguinose rese dei conti nei partiti che usciranno indeboliti o sconfitti dal voto di oggi, e saremo spettatori rassegnati delle trionfali passerelle di chi si incoronerà, a vario titolo, vincitore. Si leggeranno infinite spiegazioni sui flussi elettorali, sugli spostamenti di voti da un partito all’altro all’interno delle coalizioni o fuori, e a proiezioni e previsioni sul governo che verrà.

Intanto, prima della apertura dei seggi elettorali, proviamo a fare il punto sulle aspettative, le speranze, i traguardi da raggiungere per i diversi partiti, e sulle asticelle più o meno mobili che devono superare e che faranno la differenza tra successo e débâcle. In attesa, dalle 23 di stanotte, di conoscere i numeri reali.

Fratelli D’Italia – Caccia al primo posto contro le trappole

Il difficile viene ora, e «Giorgia» lo sa. Il nervosismo a stento celato nell’ultimo tornante di campagna elettorale lo dimostra: quando si parte con l’aura del vincitore, i rischi si moltiplicano. Per i possibili incidenti di percorso e per la crescita vertiginosa delle aspettative, che porta poi a inevitabili delusioni. Ora la priorità assoluta, per la leader di Fratelli d’Italia, è assicurarsi che il suo esca dalle urne come il primo partito, e con un buon margine, per evitare trappole degli alleati e contestazioni degli avversari sul suo cammino verso Palazzo Chigi. Il secondo obiettivo, ovviamente, è di avere una solida maggioranza nei due rami del Parlamento, Senato in primis, vincendo la tombola dei collegi: se fosse men che solida, partirebbe subito il tormentone dell’instabilità, dell’emergenza, della manovra da varare entro Natale e si riaffaccerebbero i fantasmi dei «tecnici». Terzo obiettivo: governare. E lì inizierà la vera via crucis.

Partito Democratico – Soglia psicologica: Letta guarda al 20%

In una eterna coazione a ripetere, nel Pd è già partita la sindrome da congresso. Prima ancora della chiusura delle urne, segno che le aspettative sono assai meno ottimiste delle parole d’ordine: «La rimonta è possibile». Anche nella (potenziale) sconfitta ci sono diverse gradazioni: il segretario Enrico Letta aveva iniziato la campagna elettorale con l’obiettivo di fare del Pd il primo partito, scavalcando quello della Meloni nonostante la vittoria del centrodestra. Ora l’obiettivo è di riuscire a superare la soglia psicologica del 20%, sotto il quale la resa dei conti interna si farebbe sanguinosa e minaccerebbe la stessa tenuta del partito. Dopo aver passato gli ultimi anni ad accusare Matteo Renzi della «catastrofica sconfitta» del 2018, quando il Pd si fermò al 19%, ritrovarsi allo stesso punto sarebbe devastante. Poi c’è il terrore che nessuno osa confessare: il sorpasso di M5s sul Pd, ossia la Nemesi di un partito divorato dal mostro che lui stesso ha creato.

Movimento 5 Stelle – Consensi dimezzati ma in doppia cifra

Graduidamende, graduidamende!». La parola più ripetuta da Giuseppe Conte sui palchetti dei comizi dice tutto della sua campagna elettorale. Lui e Rocco Casalino hanno rilanciato lo stile Achille Lauro, ’O Comandante: la chiave del populismo sudista e delle promesse ossessive di mance e prebende (RdC, bollette gratis, Superbonus) ha funzionato, e grazie al recupero nel Mezzogiorno la soglia minima di sopravvivenza del 10% dovrebbe essere superata di slancio. Certo, i 5S dimezzeranno probabilmente i consensi rispetto al 2018, ma sopra le due cifre Conte si blinderà al proprio posto e proverà a manovrare tra Salvini e sinistra Pd per tornare a contare qualcosa, dopo la quaresima di questi mesi: «Le nostre attese non si fermeranno sulla sogliola di Montecitorio», come diceva Lauro. Con la differenza che quello regalava metà banconota da mille lire prima del voto e l’altra dopo, ma erano soldi suoi. Le mille lire di Conte sono a nostro carico.

Lega – Se il 10% diventa la linea del Piave

Da Capitano a capitone natalizio il passo è breve: se la Lega domani non raggiungerà un risultato a doppia cifra, la leadership di Matteo Salvini verrà apertamente messa in discussione. A ripeterlo da giorni, sia pur lontano da microfoni e taccuini, sono dirigenti di primo piano della Lega. Il 10% è dunque la quota salvezza per il capo del Carroccio: un arretramento spettacolare rispetto al 34% delle Europee del 2019, quando Salvini era sulla cresta dell’onda e spadroneggiava nel governo giallo-verde di Conte, e una retrocessione a junior partner di Fdi, ma ancora gestibile. Sotto quella cifra, invece, diventerebbe manifesto il tracollo negli storici baluardi del Nord, Veneto e Lombardia in testa, e questo non gli verrebbe perdonato. Il leader ha messo in lista solo i fedelissimi, penalizzando gli altri colonnelli, e ha gestito la campagna elettorale da uomo solo al comando: se perde, diventerà il capro espiatorio.

Forza Italia – La corsa per risultare decisivi al governo

L’ obiettivo di Forza Italia è stato indicato a chiare lettere dal suo leader Silvio Berlusconi, in chiusura di campagna elettorale: essere «determinanti due volte, numericamente e politicamente» per la futura, possibile maggioranza di centrodestra. Perchè «se non ci fossimo noi, ci sarebbe solo la destra-destra». Democratica, per carità, si affretta a precisare, ma «non in grado di governare» senza l’aggancio ai valori «liberali, centristi, europeisti e atlantisti» rappresentati dall’unico partito della coalizione che fa parte della grande famiglia del Ppe. Si tratta di avere abbastanza voti ed eletti da risultare non aggiuntivi ma indispensabili a sostenere il prossimo governo, in caso di vittoria della coalizione con Lega e Fratelli d’Italia, in modo da poter condizionare «tutte le decisioni che dovranno essere prese: e se gli altri due partiti non fossero i sintonia con quei valori, non staremmo un minuto di più al governo».

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Le quattro strade di Draghi: ecco il futuro del premier dopo il voto

domenica, Settembre 25th, 2022

Ilario Lombardo

Che farà Mario Draghi? È la domanda conseguente a quella che tormenta tutti gli italiani: chi vincerà oggi riuscirà a diventare il prossimo presidente del Consiglio? Magari declinando questo ruolo per la prima volta al femminile? Qualche giorno fa una fonte molto vicina a Giorgia Meloni ha ricordato l’ottimo rapporto tra la presidente di Fratelli d’Italia e il premier uscente, aggiungendo che questa relazione, nel futuro a breve, potrebbe evitare a Draghi quegli ostacoli politici che complicherebbe al banchiere l’obiettivo – qualora lo volesse – di ottenere un incarico di livello internazionale. Quattro sono le ipotesi, discusse in casa FdI. Tre sono note: segretario della Nato, presidente della Commissione europea, presidente del Consiglio europeo. La quarta è una novità: mediatore tra Ucraina e Russia. La figura dell’inviato speciale sulla crisi ucraina è quella che qualche mese fa l’ex premier Matteo Renzi avrebbe volentieri affidato all’ex cancelliera Angela Merkel.

Meloni potrebbe rispolverare l’idea e proporre il ruolo a colui che sull’asse atlantico si è rivelato essere una delle più solide sponde della strategia americana. Nato, Commissione e Consiglio Ue sono invece nomine che si giocheranno alla scadenza dei mandati attuali tra 2023 e 2024. In tanti dentro FdI lo considerano quasi una sorta di un patto implicito tra i due. Sono certi che se Meloni andrà a Palazzo Chigi, Draghi le faciliterà il passaggio di consegne. Prova ne è, secondo loro, come in queste settimane di campagna elettorale non abbia alimentato i messaggi di preoccupazione arrivati dai partner europei. Ma anche il credito che le ha concesso sul comportamento assunto in aula al momento di discutere l’invio delle armi in Ucraina. Un confronto e una opposizione che agli occhi di Draghi è stata «leale e rispettosa» fino alla fine. Un riconoscimento che è reciproco. Meloni vive Draghi come una sorta di garante per il governo che verrà, e in questo senso è la prima a considerare cruciale la scelta del ministro dell’Economia: un nome come Fabio Panetta, membro attuale del comitato direttivo della Bce, metterebbe in sicurezza l’avvio dell’esecutivo in nome della continuità sulla gestione dei conti pubblici.

Nessuno, tra i leader, crede che il destino di Draghi sia di tornare alla tranquillità bucolica di Città della Pieve. Però tra tante dichiarazioni ci sono diversi sottintesi, qualcuno più esplicito, altri meno. L’altro ieri, a chiusura della campagna elettorale, Enrico Letta si è detto convinto che «Draghi ha ancora molto da dare alla politica», senza spingersi a dire in quali vesti. Un timore che non hanno Carlo Calenda e Matteo Renzi, che quasi quotidianamente hanno sventolato il nome dell’ex banchiere come alternativa a Meloni se il centrodestra non dovesse raggiungere una maggioranza autosufficiente. Il non detto, invece, è il Quirinale. Un sogno che il premier ha visto infrangersi qualche mese fa ma che la leader di FdI, a detta dei suoi, sarebbe prontissima a realizzare per lui nel nuovo Parlamento dimezzato se Sergio Mattarella, di sua iniziativa, dovesse scegliere di lasciare il Colle in anticipo, come fece il suo predecessore Giorgio Napolitano.

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