Archive for the ‘Politica’ Category

M5S, Conte ai parlamentari: “Mai alleati di Calenda e Renzi”. Ecco i nuovi vice: Appendino e Azzolina rimangono fuori

venerdì, Ottobre 22nd, 2021

di Annalisa Cuzzocrea

I sogni di un nuovo Ulivo del Pd di Enrico Letta si infrangono fragorosi sul ritorno in scena di Giuseppe Conte. L’ex presidente del Consiglio ha detto ieri, davanti all’assembea di deputati e senatori, subito prima di staccare lo streaming, che Carlo Calenda e Matteo Renzi non hanno bisogno di continuare a dire di non voler mai allearsi con il Movimento. Perché sono i 5 stelle, a non avere alcuna intenzione di dialogare con loro.
Usa toni duri, Conte. “Solleviamo il leader di Azione dai dilemmi e gli diciamo non ti sforzare: nessuno di noi ti vuole come alleato. Poi ci sono i casi limite, come quelli di chi saltando da un rinascimento arabo a una comparsata tv sragiona sui nostri risultati elettorali senza aver avuto il coraggio di presentare il suo simbolo”. Il riferimento è a Matteo Renzi, che – secondo Conte – “si accontenta della percentuale di consenso che i sondaggi gli accreditano: un punto sopra lo zero”.

Fa un ragionamento diverso sul Pd, il neopresidente M5S. Parla di un’intesa che può esserci, ma senza essere subalterni. Senza abbandonare le battaglie su reddito di cittadinanza, superbonus, giustizia, cashback che – avverte Conte – non avremmo potuto condurre se non fossimo stati al governo.
C’è, forse per la prima volta in casa 5 stelle, una reale analisi della sconfitta delle amministrative: “Non possiamo assolverci”, dice l’avvocato invitando tutti – cosa che già pià volte in passato aveva fatto Beppe Grillo – a tornare sui territori, a mettere l’orecchio a terra e ascoltare quello che si muove nel Paese. Sono le parti in cui le sue parole vengono accolte da applausi, soprattutto quelle in cui attacca gli altri partiti. Quelle mandate in diretta in streaming sulla sua pagina Facebook. Quando si tratta di cominciare a fare i nomi della nuova squadra, invece, il segnale si interrompe. La riunione entra in modalità privata. Svelata quindi solo dai messaggi di chi dall’interno tenta una radiocronaca fedele. E quindi, come già si mormorava da ore nel cortile di Montecitorio, Paola Taverna – grillina storica e vicepresidente del Senato – diventa vicepresidente vicaria del Movimento 5 stelle.
Insieme a lei sono nominati vice di Conte Michele Gubitosa, imprenditore ed ex patron dell’Avellino calcio; Mario Turco, senatore tarantino braccio destro dell’ex premier a Palazzo Chigi; Riccardo Ricciardi, vicecapogruppo alla Camera; Alessandra Todde, viceministra dello Sviluppo. Resta fuori la sindaca uscente di Torino Chiara Appendino: nei giorni scorsi era stato fatto circolare che Conte avesse problemi a inserirla in squadra per via della condanna ricevuta per i fatti di piazza San Carlo, oltre che per la sua lontananza da Roma. In realtà, sarebbe stata la stessa Appendino – qualche sera fa, al telefono con l’avvocato – a tirarsi fuori: ha un secondo figlio in arrivo e intende dedicarsi per un po’ alla sua famiglia.
Rimane fuori anche Lucia Azzolina, ex ministra della Scuola, molto apprezzata dai parlamentari che la vorrebbero capogruppo (ruolo che però Conte intende destinare all’ex Guardasigilli Alfonso Bonafede).

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Il voltafaccia della Lega: voto a Bruxelles in difesa della Polonia. Un decreto per accelerare sul Pnrr

venerdì, Ottobre 22nd, 2021

Alessandro Barbera, Ilario Lombardo

BRUXELLES-ROMA. Per Mario Draghi il pomeriggio di tensioni a Bruxelles sulla strategia energetica è solo un contrattempo che lo distoglie dal lavoro a Roma. In questi giorni il premier ha in testa una cosa sola: rispettare le scadenze del Piano nazionale di ripresa (Pnrr). La credibilità dell’Italia in Europa – e in ultima istanza anche la sua – dipende in gran parte da questo. Già qualche settimana fa Draghi aveva sollecitato i ministri ad accelerare il lavoro sui progetti. Il cronoprogramma che il governo si è impegnato a realizzare entro fine dicembre conta 51 obiettivi. Il primo rapporto di monitoraggio del lavoro realizzato un mese fa – il 23 settembre – conta otto riforme fatte su ventisette e cinque investimenti su ventiquattro. In totale: tredici «target» su cinquantuno raggiunti. E mancano ormai solo due mesi a Natale.

Per Draghi – lo ha detto pubblicamente – è una questione di «serietà e responsabilità» di fronte all’Europa. Il presidente del Consiglio teme che le lentezze della burocrazia dei ministeri e delle amministrazioni locali possano impantanare il piano e così, prima di partire per il Consiglio europeo, ha dato mandato al sottosegretario di Palazzo Chigi Roberto Garofoli di preparare un provvedimento che darà un’ulteriore spinta all’approvazione dei progetti. Se tutto andrà secondo le previsioni, arriverà in Consiglio dei ministri la prossima settimana.

Per capirne di più occorre leggere la pagina otto, punto B del rapporto di monitoraggio. «È necessario che i ministeri facciano pervenire al più presto a Palazzo Chigi e al ministero dell’Economia norme attuative abilitanti ritenute necessarie per accelerare l’adozione delle misure». Per questo «verranno adottati ulteriori provvedimenti». Si tratta in sostanza di norme specifiche che permetteranno di sbloccare riforme o investimenti incagliati. Parte di esse verranno assorbite dalla legge di Bilancio, altre confluiranno in un decreto.

Insomma, Draghi non ha un minuto da perdere. Oggi, subito dopo la fine del Consiglio all’ora di pranzo, tornerà a Roma per chiudere la bozza della Finanziaria che a Bruxelles attendono già da qualche giorno. Dal primo ottobre Garofoli ha acquisito più poteri per la struttura da lui stesso guidata – l’Ufficio del programma di governo – e dare così supporto alla cabina di regia del Recovery Plan. È stato Garofoli, assieme al ministro del Tesoro Daniele Franco, a farsi carico dell’urgenza sollevata da Draghi e a chiedere ai ministri di mostrarsi «più determinati». Fra quelli più in ritardo e con il numero più alto di progetti il responsabile delle Infrastrutture Enrico Giovannini e quello della Transizione energetica Roberto Cingolani.

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Draghi sprona i leader europei: fate presto sui prezzi dell’energia

venerdì, Ottobre 22nd, 2021

di Francesca Basso, corrispondente da Bruxelles

Il premier al Consiglio europeo ha sollecitato una soluzione per contenere il rialzo delle bollette. Fra i temi al centro della riunione anche la questione sullo Stato di diritto in Polonia

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«Bisogna intervenire al più presto per limitare gli aumenti del prezzo dell’energia, per preservare la ripresa e salvaguardare la transizione ecologica». Il premier Mario Draghi al Consiglio europeo ha spronato i leader Ue e la Commissione ad essere più ambiziosi e ad accelerare sui prossimi passi. La discussione sull’aumento dei prezzi dell’energia, che sta preoccupando per le sue implicazioni la maggior parte degli Stati Ue, è durata più del previsto, circa quattro ore e mezza. A tarda sera i leader non erano ancora riusciti a concordare una conclusione (bloccata dalla Repubblica Ceca).

La discussione sul rispetto dello Stato di diritto in Polonia è stato il terzo punto dopo energia e Covid. Prima dell’inizio della riunione la cancelliera Angela Merkel, che è al suo ultimo vertice (ne ha seguiti ben 107), il presidente francese Emmanuel Macron e il premier spagnolo Pedro Sánchez hanno incontrato separatamente il premier polacco Mateusz Morawiecki. Lo sforzo è stato quello di mediare e di abbassare il livello di tensione in cerca di una soluzione, fermo restando che l’indipendenza della magistratura «non è negoziabile», come hanno detto il premier olandese Mark Rutte e nel suo messaggio il presidente del Parlamento Ue, David Sassoli. Merkel prima dell’inizio ha spiegato che «lo Stato di diritto è una componente chiave dell’Ue, ma dobbiamo trovare il modo di riavvicinarci ancora, perché un diluvio di cause in Corte di Giustizia non è la soluzione». Il dibattito sulla Polonia, aperto dal premier Morawiecki, si è svolto in un clima «sereno», secondo una fonte europea, e i leader Ue sostenendo la linea del dialogo hanno chiesto alla Commissione di usare i meccanismi previsti dai Trattati ed esistenti per far rispettare lo Stato di diritto.

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Pier Luigi Bersani: “Caro Pd, serve una nuova Cosa di sinistra e attenti a non bruciare Draghi al Quirinale”

giovedì, Ottobre 21st, 2021

Fabio Martini

ROMA. Dagli anni d’oro della Seconda Repubblica, quegli anni Novanta così ricchi di novità politiche, sono restati sulla breccia soltanto due signori, diversissimi tra loro ma curiosamente nati lo stesso giorno, il 29 settembre: Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani. Tre settimane fa l‘ex segretario del Pd ha compiuto 70 anni e ha annunciato che non si ripresenterà alle elezioni e tuttavia non intende mollare: «Io penso che la politica non si faccia solo in Parlamento…». E infatti in questa intervista a «La Stampa» lancia una proposta operativa ad Enrico Letta per far nascere una nuova Cosa di «sinistra e pluralista» che unisca tutte le forze progressiste, mentre per i prossimi mesi lancia un allarme: non esporre Mario Draghi alla delegittimazione di una bocciatura a voto segreto come candidato presidente: «Occhio ragazzi: non facciamo dei disastri».

Enrico Letta arrivando a definire «trionfale» la vittoria Pd ha pronunciato una frase sibillina: «La gente è più avanti di noi». Lei gli è amico: a cosa allude?
«Credo voglia dire che la destra si può battere e che per continuare a farlo occorra far leva su una spinta di fondo, unitaria che va oltre le geometrie variabili nelle quali la sinistra si ritrova costretta e che raccoglie larga parte dell’elettorato rimasto dei Cinque stelle».

La sinistra italiana è specialista nel perdere il biglietto della lotteria: nel 1993 vinceste, guarda caso, a Roma e Napoli e poi perdeste le Politiche…
«In questi anni c’è stato un bisogno di novità, interpretato da lati diversi, Lega e Cinque stelle. Loro hanno sofferto molto dell’astensione, ma quel bisogno di novità c’è ancora: è sotto pelle. Per questo dico: il centrosinistra investa la sua forza in una nuova offerta politica con un tratto di novità credibile. Sapendo che nelle elezioni politiche non ci sono ballottaggi e si presenteranno decine di milionate in più di elettori».

Lei pensa che l’elettorato incerto possa essere attratto da una delle alchimie organizzative della sinistra italiana?
«Vediamo di capirci. Oggi io invoco con forza quello che chiamo campo progressista. Che è fatto di due cose. Le sinistre plurali che si ricompongono e un accordo con i Cinque stelle».

Ma il nuovo Ulivo lettiano sembra alludere ad un “partitone” e non ad una coalizione larga…
«Le parole mi vanno bene tutte. Sto alla sostanza. L’Ulivo era un processo che prometteva un nuovo partito. Sennò io e Letta non saremmo andati in giro per i Distretti, è chiaro? Se non immaginiamo un percorso verso una cosa unitaria, allora rifacciamo l’Unione. Che però è un’altra cosa. E io credo non serva».

E nel 2007 l’Unione non fece la forza…
«Non la fece! Perché se dobbiamo rappattumare l’Unione, per l’amor di Dio, possiamo farlo. Ma non è un messaggio al Paese. Qui dobbiamo strapparci un po’ la giacca»

Nel Pd sembrano coltivare l’idea di candidarvi, ospiti, nelle loro liste e poi ognuno torna a casa. Un filo di ipocrisia?
«Convengo. Spiego la novità che propongo. Va bene il meccanismo delle Agorà nelle quali il Pd chiama tutte le forze che sono disposte a sentirsi parte di una sinistra plurale e gli dice anche perché: dove vogliamo arrivare e con quale programma fondamentale. Si delinei un percorso. Alla fine ci potrà essere un “partitone” o anche una Federazione. Purché ci si metta in moto».

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Lamorgese chiama Roberto Maroni a presiedere la Consulta contro il caporalato

giovedì, Ottobre 21st, 2021

L’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni presiederà la Consulta per l’attuazione del Protocollo d’intesa per la prevenzione e il contrasto dello sfruttamento in agricoltura e del caporalato. L’insediamento al Viminale, alla presenza dei ministri dell’Interno Lamorgese, del Lavoro Orlando, delle Politiche agricole Patuanelli e del presidente del Consiglio nazionale di Anci Enzo Bianco. “Un grande onore”, il commento di Maroni.

Il commento del neopresidente –E’ per me un grande onore assumere la presidenza della Consulta contro il caporalato. Un onore e un impegno che voglio portare avanti con tutta l’energia necessaria per dare vigore al protocollo d’intesa ed alla Costituzione che all’articolo 1 riconosce il diritto a lavoro come principio fondamentale di ogni essere umano”. Così Roberto Maroni, nuovo presidente della Consulta, all’insediamento dell’organismo al Viminale.

“C’è – ha riconosciuto Maroni – molto da fare, gli sfruttatori sono sempre in agguato e condivido la strategia che si articola in iniziative molto concrete, a cominciare dalla mappatura del territorio per acquisire dati sui fabbisogni dei Comuni con la programmazione e realizzazione degli interventi di prevenzione di ogni forma di sfruttamento lavorativo”.

“Dobbiamo – ha proseguito l’ex ministro dell’Interno – fare squadra attraverso il coinvolgimento di prefetti, sindaci, associazioni della società civile, organizzazioni rappresentative di aziende agricole e lavoratori. La scorsa settimana a Milano – ha ricordato – c’è stata la prima condanna sul caporalato per i rider con una sentenza che ha sanzionato l’intermediazione illecita: e’ un messaggio importante che fa ben sperare”.

La reazione della Lega – Fonti della Lega esprimono “grande soddisfazione” per la nomina di Roberto Maroni nella consulta anti-caporalato del Viminale, disposta dal ministro Lamorgese.

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Draghi al Parlamento: “Senza intervento dello Stato le transizioni ecologica e digitale non si fanno”

giovedì, Ottobre 21st, 2021

“E’ sempre più chiaro che la transizione digitale, la transizione ecologica e le altre sfide globali che abbiamo davanti non si possono affrontare con successo senza un profondo e massiccio intervento dello Stato”. E’ quanto ha ribadito a Camera e Senato Mario Draghi, nelle comunicazioni al Parlamento in vista del Consiglio europeo. 

“Campagna vaccinale corre, siamo i migliori d’Europa” – La campagna di vaccinazione anti-Covid “ha raggiunto risultati molto soddisfacenti dopo un inizio stentato” e “in Italia procede più spedita rispetto alla media Ue”, ha poi affermato Mario Draghi in vista del Consiglio europeo. A oggi l’86% sopra i 12 anni ha ricevuto almeno una dose e l’81% ha terminato il ciclo. “Voglio ringraziare tutti i cittadini che hanno scelto di vaccinarsi”, ha aggiunto il presidente del Consiglio.

Curva sotto controllo – Il premier ha spiegato che “la curva epidemiologica è sotto controllo grazie al senso di responsabilità dei cittadini. Questo ci permette di mantenere aperte le scuole, le attività economiche e i luoghi della nostra socialità”.

Vaccini per i Paesi fragili – “Il Consiglio europeo riaffermerà il proprio impegno a contribuire alla solidarietà internazionale in materia di vaccini – ha detto Draghi -. Dobbiamo incrementare la fornitura di dosi ai Paesi più fragili, perché possano proteggere i loro cittadini e per impedire l’insorgenza e la diffusione di nuove e pericolose varianti. Solo il 2,8% di chi vive in un Paese a basso reddito ha ricevuto almeno una dose di vaccino, a fronte di quasi il 50% della popolazione mondiale”.

Agenda digitale 2030 – “Per quanto riguarda l’agenda digitale – ha aggiunto il premier – il Consiglio intende definire la tabella di marcia per gli obiettivi del 2030, anche con l’indicazione di scadenze e di un sistema di monitoraggio. Gli obiettivi europei per il 2030 riguardano quattro aree prioritarie: infrastrutture digitali sicure, efficienti e sostenibili; trasformazione digitale delle imprese; digitalizzazione dei servizi pubblici; competenze digitali”.

Draghi: “Ciò che illecito offline deve esserlo online Ue” – Il presidente del Consiglio ha sottolineanto che “l’Italia sostiene il Regolamento UE sui servizi digitali, anche per proteggere efficacemente prodotti e contenuti realizzati in Italia. La nostra convinzione è che quello che è illecito offline debba essere illecito anche online”. Sulla concorrenza, ha spiegato, “lavoriamo sulle proposte di regolamentazione europea per il mercato e i servizi digitali. L’Italia sostiene la proposta di Regolamento sui mercati digitali e ne auspica la pronta adozione”.

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Le due verità del Viminale sulla manifestazione di Roma

mercoledì, Ottobre 20th, 2021

GIUSEPPE SALVAGGIULO

Sono tre i dubbi che restano dopo l’informativa della ministra Lamorgese.

Primo punto critico: «adeguatezza del dispositivo di ordine pubblico». Tutto dipende dal rapporto agenti/manifestanti. Gli organizzatori della manifestazione avevano stimato 1000 partecipanti. Stima palesemente non credibile, per diverse ragioni. Il 28 agosto, dopo l’ennesima manifestazione, è il sindacato di polizia Italia Celere a paventare il rischio di «situazioni pesanti da gestire con scontri duri se i soliti noti riusciranno a coinvolgere 4-5mila persone» anziché «poche centinaia che si possono disperdere in un minuto». Il 10 settembre la stessa ministra dichiara: «I toni salgono. Rischio di lupi solitari ed estremismi».

Il 16 settembre il governo approva il decreto green pass, due giorni dopo viene convocata la manifestazione «contro l’infame tessera verde» per il 25 settembre in sessanta piazza da Bassano del Grappa a Francavilla al Mare. Benché organizzata in una sola settimana, diventa una riuscita prova generale. A Roma, dove esordisce il vicequestore no vax Nunzia Schilirò, sono almeno 3mila. Alcuni durante il deflusso bloccano il traffico sull’Appia, dieci vengono identificati e denunciati. A Milano 2mila provano a forzare il blocco di blindati in piazza Duomo. A Trieste sono 7mila. Quei numeri si sommano il 9 ottobre in piazza del Popolo, dove sono, dice Lamorgese, «10-12mila». Eppure nonostante due settimane di preparazione, tam tam sul web, concentrazione a Roma di tutte le piazze per una «manifestazione generale, nazionale e unitaria», secondo la ministra il numero di partecipanti è «inaspettato». Il Viminale, «coerentemente all’assenza di elementi informativi su un indice di partecipazione così anomalo», tara su una stima di 3-4mila partecipanti un dispositivo di sicurezza di 840 unità, «da ritenersi pienamente adeguato e proporzionato».

Il secondo punto critico riguarda Forza Nuova. Da un anno protagonista delle manifestazioni no vax. Dice la ministra, citando la Corte europea, che si poteva impedire che il leader romano Giuliano Castellino, «ben noto per i trascorsi delinquenziali», prendesse il comando della piazza. Eppure la sua pericolosità era stata rilevata dalla questura a più riprese. Ottobre 2020: viola ripetutamente le misure anti Covid in piazzale Ostiense e piazza del Popolo. Gennaio 2021: sottoposto a sorveglianza speciale e obbligo di dimora. Luglio: fermato e processato per aver violato quell’obbligo, che viene ribadito con «prescrizione di non partecipare alle manifestazioni pubbliche senza autorizzazione delle autorità di pubblica sicurezza». Eppure il 24 luglio, il 14 e 28 agosto partecipa «in alcuni casi come promotore» alle manifestazioni anti green pass, «incitando ad assumere un atteggiamento di ribellione» contro le istituzioni e fronteggiando lo sbarramento di poliziotti in assetto anti sommossa «con l’obiettivo di sfondarlo e raggiungere le sedi di parlamento e governo». Denunciato a fine agosto, perquisito il 6 settembre: in casa fumogeni, passamontagna, bastoni. Il 14 settembre nuovo Daspo (il terzo dal 2017) con durata massima di cinque anni per violenze nelle manifestazioni anti Covid.

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Serracchiani: “Questo voto ha premiato l’unità, è bene che nessuno lo dimentichi”

mercoledì, Ottobre 20th, 2021

Carlo Bertini

Nessun contraccolpo sul governo da questa vittoria dei candidati del Pd e «ora faremo ogni sforzo per allargare il campo del centrosinistra». Debora Serracchiani è capogruppo dei Dem e per questo ha il polso degli umori dei suoi deputati e di quelli di altri gruppi.

La portata di questa vittoria può incidere nelle dinamiche parlamentari, visto che il Pd resta comunque il gruppo meno corposo, dopo 5stelle e al pari della Lega?

«Mi auguro di no. Per il Pd, comunque, si è trattato di un voto che ha premiato, oltre la scelta di candidati appassionati e competenti, la nostra linea di sostegno leale e convinto al governo». Avrete qualche chances in più in battaglie sui diritti e sulle leggi economiche o dovrete sopportare più scarti di una Lega imbizzarrita dalla sconfitta?

«Spero proprio che dalla Lega non arrivino difficoltà per l’azione di governo. Abbiamo da affrontare una legge di Bilancio assai decisiva per la ripresa e per i nodi sociali con cui il Paese si sta misurando: ed è, da quanto sta emergendo, un documento per noi molto importante e che condividiamo, a cominciare dalla riduzione delle tasse sul costo del lavoro».

Ma la debolezza del Pd in Parlamento, potrebbe comportare una pulsione a correre alle urne se Draghi dovesse rendersi disponibile per il Colle?

«Abbiamo detto più volte che il governo deve andare avanti fino al 2023. Sta lavorando bene e i risultati si vedono. Ed è decisivo che non ci siano ritardi o ostacoli per le prossime scadenze del Pnrr. E’ in gioco il futuro del Paese e la sua reputazione internazionale».

È la prima volta dopo 8 anni e l’uscita di Bersani, che rientra in Parlamento il segretario del vostro partito. Cosa comporterà?

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Salvini – Meloni, il centrodestra danneggiato dal «derby» interno: si cerca un «Prodi berlusconiano»

mercoledì, Ottobre 20th, 2021

di Francesco Verderami

In attesa di verificare se Salvini e Meloni riusciranno a risolvere la loro personale controversia sulla premiership, nel centrodestra hanno iniziato a discutere su una soluzione alternativa: non disponendo di un altro Berlusconi, alla coalizione servirebbe un Prodi, cioè un candidato per Palazzo Chigi capace di essere un valore aggiunto per l’alleanza e in grado di rappresentarli tutti. Il tema del federatore — che fu la soluzione escogitata nel ‘96 dal centrosinistra quando D’Alema disse al Professore «noi le conferiamo la nostra forza» — alimenta i conversari di dirigenti che per un ventennio non si sono dovuti porre (quasi) mai il problema: tanto c’era il Cavaliere.

E il solo fatto che si affronti l’argomento, testimonia che l’idea di incoronare leader chi ha «un voto in più» non regge, perché finisce per scadere in un derby interno che priva l’alleanza della forza necessaria per presentarsi unita davanti ai cittadini, in modo da conquistare «un voto in più» rispetto agli avversari. D’altronde a mettere in discussione questo schema sono stati proprio Meloni e Salvini, quando nell’ultima fase della campagna elettorale — dopo un braccio di ferro logorante — si sono resi conto che lo contesa li avrebbe condannati entrambi. Troppo tardi. Le urne sono state come una sentenza. E in vista dell’appello c’è da riorganizzare il rassemblement.

Sulla validità del modello fin qui adottato, si interrogano tutti gli alleati. I centristi lo definiscono «infantile», pur ammettendo che «c’è un problema: come si spiega alla Meloni che il meccanismo per la premiership cambia, ora che nel centrodestra è formalmente prima?». «Eppoi oggi un Prodi noi non ce l’abbiamo», sostiene un autorevole dirigente di FdI, che evidenzia le differenze rispetto al passato, quando Berlusconi era egemone: «Mentre adesso sarebbe difficile trovare un federatore per due forze di eguale peso». Ma il tema è sul tavolo, si scorge nelle parole del leghista Centinaio, che pur restando fedele alla logica del «voto in più», aggiunge: «… Se invece si scegliesse, ad esempio, il più moderato, il più europeista, allora andrebbe chiarito. Mettendo in campo i nuovi criteri».

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Ballottaggi, Meloni e il messaggio agli alleati: “Perdiamo perché la coalizione è divisa sul governo”

martedì, Ottobre 19th, 2021

di Emanuele Lauria

ROMA – È pronta a sedersi al tavolo e dire in faccia ai leader alleati che “così non si può andare avanti”: “Il centrodestra non può avere tre posizioni differenti”, sibila Giorgia Meloni, che nel giorno di una battuta d’arresto che vede soprattutto lei sul banco degli imputati, prova a prendersi le redini della coalizione. E la briga di indicare a Berlusconi e Salvini sia gli errori commessi che la strada da seguire. Sono le sei e un quarto e la leader di Fdi sceglie la sede storica di via della Scrofa per assumersi la responsabilità del rovescio in modo più netto di quanto, pochi minuti prima, abbia fatto in Calabria Matteo Salvini che si lambicca sulle vittorie in periferia per nascondere il peso di un 5-0 a favore del centrosinistra, di ballottaggi da cui soprattutto i sovranisti escono con le ossa rotte. “Abbiamo perso e ne siamo consapevoli”, dice Meloni, che parla però di sconfitta, non di debacle. Ma il passaggio principale di una lunga conferenza stampa è l’invito a un vertice immediato per ridefinire “l’orizzonte, la prospettiva, il progetto politico della coalizione”. “Rimane un tema che ci penalizza – scandisce – i tre partiti hanno tre posizioni differenti. È evidente che soprattutto nel momento in cui un pezzo del centrodestra governa insieme al centrosinistra, ciò rende difficile creare un’alternativa chiara e provoca disorientamento nell’elettorato del centrodestra, soprattutto nel secondo turno”. Parole scagliate come pietre: “C’è un problema di identità complessiva della coalizione”. 

È un messaggio inviato soprattutto alla Lega, che su fisco e reddito di cittadinanza ha alzato i toni. Un appello alla parte non governativa del Carroccio, quella che soffre la convivenza con Pd e M5S. E infatti Meloni, sul punto, non la manda a dire: “Non so quanto sia utile stare al governo per fare quello che vuole il centrosinistra”. La presidente di Fdi ci prova appena, a sollecitare uno strappo, pur sapendo che è difficile che il Carroccio oggi possa ritrovarsi su un eventuale addio a Draghi. Tantomeno Forza Italia che anzi addebita la sconfitta al derby elettorale della coppia sovranista e agli eccessivi attacchi degli alleati a Palazzo Chigi. Il punto di caduta, prova a spiegare Ignazio La Russa, potrebbe essere un “maggior coordinamento del centrodestra, anche un intergruppo parlamentare che ci porti finalmente a proposte coese. A partire da quella per il Quirinale”. E la sfida che viene lanciata è quella di sostenere la candidatura di Draghi al Colle per andare alle Politiche già in primavera. Anche questa è una via d’uscita difficile ma sarà comunque indicata nel vertice di coalizione con Salvini e Berlusconi che dovrebbe tenersi entro la settimana. E sul tavolo ci sarà pure la mozione di sfiducia alla ministra Lamorgese. “Siamo ancora in tempo per prenderci una rivincita alle Politiche”, insiste Meloni. 

Un’altra autocritica mette sul piatto Giorgia Meloni: “Consiglio anche di ripartire da profili politici perché le campagne aggressive dei nostri avversari purtroppo non aiutano chi vorrebbe solo parlare dei problemi, senza far parte della lotta nel fango”. Non è, precisa, una sconfessione di Enrico Michetti che la leader ha fortemente voluto a Roma, ma una questione di contesto cambiato: “Abbiamo dovuto affrontare una campagna indegna, piena d’odio, passata per la criminalizzazione del centrodestra: per questo genere di competizioni ci vogliono figure più esperte”. È convinta, Meloni, che l’astensionismo sia frutto “di un clima pesante che ha spaventato molti elettori”.

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