La questione morale da Berlinguer alla “Ditta”

Massimo Giannini

Vedere il docufilm su Pio La Torre, venerdì sera, su Raitre è stato un colpo al cuore. Scorrevano le immagini sbiadite di comizi e interviste del segretario del Pci siciliano ucciso dalla mafia nell’82. Figlio di braccianti poverissimi, tutte le mattine Pio mungeva le vacche, poi per cinque chilometri consumava le suole già logore delle vecchie scarpe di sua madre, lui non aveva neanche quelle, e andava a scuola perché «solo la cultura ci salverà dalla miseria». Parlava sua moglie, composta nel dolore, dopo la mattanza di Palermo. Parlavano i suoi compagni. Giorgio Napolitano ricordava le sue battaglie nel sindacato e poi nel partito per chiedere «terra ai contadini e sviluppo per il Sud». Emanuele Macaluso rievocava tra le lacrime il suo coraggio nella lotta a Cosa Nostra e quella sua ultima profezia, «adesso tocca a noi», pronunciata pochi giorni prima di cadere sotto i colpi della manovalanza assassina dei Corleonesi.

Ripensavo a questo pezzo di Prima Repubblica, guardavo quelle facce scavate di gente vera e onesta, sentivo quelle parole dure, giuste, profonde. E non c’entravano il Pci o la Dc. C’entrava una certa idea della politica. La politica come missione e passione. La politica come comunità di destino, come servizio per la collettività e per il Paese. E mentre scorrevano le immagini, pensavo alla Tangentopoli di Strasburgo, alla nuova Qatar Gauche dei Panzeri e dei Cozzolino. Ai trolley pieni di soldi nei salotti, ai fondi neri alle Cayman. Com’è stato possibile questo scempio? Come ha potuto la sinistra partire da Pio La Torre e poi cadere in questo abisso? In tempo reale ho girato su whatsapp queste domande a Walter Veltroni, che ha scritto e diretto per la Rai quel prezioso frammento di Storia italiana.

Mi ha risposto: «Siamo stati una cosa bella, senza il cuore la politica è una cosa per brutta gente». Si ironizza spesso sul buonismo veltroniano. Ma ora provate a dargli torto. Provate a negare che se non ci sono valori e ideali la politica si riduce a professione e gestione. Di potere, di poltrone, di denaro. E provate a non riconoscere quanto sia sacrosanto l’appello lanciato ieri sul nostro giornale da Lucia Annunziata, e rivolto ai nipotini indegni di Pio La Torre confluiti nel Pd, «l’amalgama mal riuscito»: anticipate questo benedetto congresso e dedicatelo tutto alla “Questione morale”, che poi è anche la questione sociale. Parlateci senz’altro di questo Qatargate, del “Sistema-Panzeri” perché anche se ora non lo è più, è stato cosa vostra. Magari metteteci pure il caso Soumahoro, che è Articolo 1 ma è pur sempre nella vostra metà del campo. E spiegateci come sia potuto accadere che la sinistra dei diritti e della difesa degli ultimi oggi usa proprio i diritti e gli ultimi per lucrare le sue miserabili prebende attraverso le apposite Ong. Ma soprattutto interrogatevi su come “il partito degli onesti”, quello dell’etica pubblica e del bene comune, quello dell’egemonia culturale e della superiorità morale, sia potuto diventare un qualsiasi Psdi 4.0, permeabile al malaffare e alle mazzette.

Non basta più invitare la destra a sciacquarsi la bocca prima di accusare la “sinistra corrotta”. Lo sappiamo dagli anni del Caf di Craxi-Andreotti-Forlani fino ad arrivare a Tangentopoli e poi al Berlusconi dei 18 processi e delle leggi ad personam: nascosta dietro la foglia di fico del garantismo, la destra ha sempre avuto un’altissima soglia di tolleranza verso gli scandali, i conflitti di interesse, i traffici tra politica e affari e i reati contro la pubblica amministrazione. Anche questa auto-rappresentazione, in parte, l’ha aiutata ad accrescere i suoi consensi, in virtù di quella che il filosofo Franco Cassano definiva “l’umiltà del male”, la capacità di chi fa politica di astenersi dai giudizi di disvalore verso chi sbaglia, di non rivendicare mai la propria superiorità morale, di essere o di mettersi sempre sullo stesso piano del cittadino che non paga le tasse, non versa i contributi alla colf, non paga le multe. È la stessa logica che ispira la legge di bilancio del governo Meloni, infestata di simil-condoni e di sostegni impliciti al sommerso, e la riforma della giustizia del Guardasigilli Nordio, infarcita di più depenalizzazioni e meno intercettazioni, di inasprimenti del controllo politico sulle procure e di annacquamenti della legge Severino sull’incandidabilità dei condannati in primo grado. Tutte queste evidenze le conosciamo. Ma è della sinistra, adesso, che bisogna discutere. Senza cercare la trave nell’occhio dell’altro.

Non serve la condanna indignata di quella cloaca di milioni sporchi che gli emissari dello sceicco Al Thani alimentavano a piene mani a vantaggio degli europarlamentari e dei loro manutengoli. Letta, Bonaccini, Schlein: sono passati lunghi giorni, prima che aprissero bocca, per limitarsi poi a denunciare i traffici “oltraggiosi e inaccettabili”. Roberto Speranza sarà pure “incazzato nero” per quello che è successo, ma poi? Gli unici che finora hanno avuto il coraggio di fare un passo in più sono stati Gianni Cuperlo e Sergio Cofferati. Il primo, rifiutando a priori la scusa delle “mele marce” e contestando il rito cannibale e populista con il quale in questi anni la politica stessa ha celebrato, accelerandola, la morte dei partiti e salutando con feroce gioia l’eliminazione del finanziamento pubblico. Il secondo, bocciando l’eccessiva “cautela” con la quale i partiti hanno liquidato il vergognoso falò di “valori costituzionali” perpetrato a Bruxelles e puntando il dito contro la zona grigia che cresce tra partiti e lobby.

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