Il voto non sia incosciente, la lezione della pandemia

Montesquieu

Poveri italiani. Popolo sovrano, per titolo direttamente costituzionale, al primo articolo. Scaraventato da una politica incosciente (non tutta, ovviamente, almeno in questo caso) a decidere in una torrida estate il proprio futuro, con elezioni complicate come mai prima. In una grottesca, paradossale inversione dei ruoli tra politica ed elettori. A questi ultimi, la ricerca delle soluzioni, dei rimedi ai guasti di una comunità eletta per perseguire l’interesse del Paese, ma interessata in via esclusiva al proprio. Personale e di partito, in una identificazione estranea alla nostra Costituzione. Alla politica, la liquidazione dell’esperienza di governo guidato da Mario Draghi, considerato in patria e nel mondo l’italiano più capace. Probabilmente, senza esagerazione. Per la sua sostituzione si propongono apprendisti senza esperienza comparabile, ma con inossidabile presunzione di sé e della propria attitudine. O, se possibile peggio, ministri con esperienza, gia visti alla prova.

Disgraziato il Paese in cui, da decenni, la politica non produce associazioni anche vagamente ispirate ai partiti disegnati nella Costituzione, ma solo o quasi solo presuntuose incarnazioni di salvatori della patria. Ma fortunato quando dispone di un sistema istituzionale come quello che ha permesso al nostro capo dello Stato di sopperire all’inettitudine della rappresentanza popolare, e di scovare, per l’appunto, Mario Draghi. Chi vagheggia sovvertimenti costituzionali, e maggioranze idonee a realizzarli senza verificare il consenso degli italiani, chiude gli occhi davanti alla fisiologica, dimostrabile inettitudine della coalizione di centrodestra, nata per filiazione del partito personale nella sua versione più estrema e monocratica, e responsabile della decostituzionalizzazione progressiva della nostra politica. Premessa che acuisce, per l’appunto, il timore di un difetto attitudinale di quella coalizione a mettere mano a restauri costituzionali innovativi, quali il passaggio della fisionomia del capo dello Stato da figura garante della Costituzione a direttamente governante, con precisi tratti di una vocazione addirittura antiparlamentare. La presenza, nella coalizione e oggi a guida della stessa, di un partito sorto sulle ceneri e con mai negati richiami al regime fascista, e di un capo partito riconducibile a quella stessa tradizione istituzionale candidato alla guida del governo, evidenzia la rafforzata esigenza di un istituto di garanzia e protezione di una Costituzione sorta con il preciso intento di rendere impraticabili avventure istituzionali di governo di tipo monocratico, e delle conseguenti possibilità di degenerazioni democratiche. Esigenza che richiama l’inquietante, recente degenerazione del sistema presidenziale per definizione, quello degli Stati Uniti. E con la imposizione di dittature e dittatori dove le autodifese sono fragili, e la distribuzione dei poteri manipolabile secondo i rapporti di forza.

Da oggi, a questo popolo, resta da scegliere come orientarsi dentro programmi e promesse in cui una fantasia sempre uguale da decenni sostituisce la competenza, e il vero assente è la minima giustificazione delle promesse. Del resto, è ancora in scena un leader che prometteva di eliminare il cancro in un triennio. Manca la promessa della felicità. Compito, quello degli elettori, praticamente impossibile, con la doverosa specificazione che non è tutta uguale questa politica: come non lo era l’incoscienza, sopra citata, quella che ha portato alla fine del governo Draghi. E distinguere i gradi di coscienza e competenza è un altro dei non facili compiti degli elettori.

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