Petrolio, motori, frigoriferi e acciaio le crisi d’Italia minacciano 95 mila posti

Giuseppe Bottero

Dall’ex stabilimento Whirlpool di Napoli ormai è scomparsa anche l’insegna, eppure gli operai sono ancora lì, a combattere per il futuro. «È il terzo Ferragosto tra incertezze e speranze» dice Francesco Napolitano, anima di un movimento che, da anni, chiede risposte mai arrivate. La multinazionale se n’è andata, il polo non rendeva abbastanza. E il consorzio che s’è fatto avanti per la reindustrializzazione, guidato dalla Adler, sembra pronto a sfilarsi. Problemi burocratici, dicono i vertici. Questioni di permessi che non arrivano. «Ma noi siamo stanchi. Dobbiamo parlare di lavoro e dobbiamo farlo urgentemente» denunciano Gianluca Ficco e Antonello Accurso, i responsabili della Uilm impegnati in una battaglia che sembra infinita.

La lotta sindacale

Vecchie crisi, nubi all’orizzonte: nell’Italia delle vacanze che guarda alle prossime elezioni e fa lo slalom tra le promesse e le liti dei partiti, c’è chi lotta quasi nel silenzio: sono i 95 mila lavoratori coinvolti nelle crisi aziendali. Al ministero dello Sviluppo i tavoli aperti sono 73, in discesa rispetto alla fine del 2021, ma tra i sindacati la sensazione è che la situazione sia destinata a peggiorare. L’ultimo dato sulla produzione industriale ha il segno meno, l’export ha appena subìto la prima battuta d’arresto in cinque mesi. «Non si sta facendo i conti con il costo dell’energia e manca una visione. Tra i lavoratori e le lavoratrici metalmeccaniche c’è grande angoscia, paura, preoccupazione e anche rabbia» attacca Michele De Palma, segretario generale Fiom.

Il caso Trieste

Le ultime bandierine piantate sulla mappa dell’Italia che rischia il posto raccontano situazioni diversissime. A Trieste qualche giorno fa è esplosa la rabbia degli operai della Wartsila. I finlandesi se ne sono andati all’improvviso, nonostante una situazione economica florida. Risultato: 450 licenziati tra gli addetti ai motori navali nello stabilimento di Bagnoli della Rosandra, un contraccolpo sull’indotto e un presidio ai cancelli che ha coinvolto anche i portuali. «È una delocalizzazione assurda, finanziata da Helsinki» spiega Roberto Benaglia, segretario generale della Fim-Cisl. Ma fermarla sarà difficile e sono in arrivo mobilitazioni in tutta Italia.

L’energia

A Genova, invece, si sfila per l’Ansaldo Energia, la controllata di Cassa depositi e prestiti che avrebbe dovuto trasformarsi in protagonista della transizione ecologica. Conti in disordine, un rilancio in bilico, in attesa della soluzione: nuovi fondi per ripartire. Un po’ come alle Acciaierie d’Italia: mentre l’acciaio globale correva Taranto restava al palo, e adesso si affida all’ennesimo miliardo staccato con l’ultimo decreto Aiuti. «C’è una situazione di fibrillazione: a marzo, l’azienda ha messo unilateralmente in cassa integrazione 3.000 lavoratori, che si aggiungono agli oltre 700 dell’Ilva in amministrazione straordinaria, fino a fine anno – dice Rocco Palombella della Uilm -. E gli interventi sono soltanto di contenimento».I timori

«Veniamo da 18 mesi in cui l’industria metalmeccanica ha avuto risultati superiori anche a Germania e Francia – aggiunge Benaglia –. Ma le preoccupazioni ci sono: il rialzo dei tassi di interesse e la congiuntura internazionale non ci fanno intravvedere un bell’autunno». È possibile che non lo sarà per gli 860 che gravitano attorno a Psc, il polo dell’impiantistica finanziato con il “Patrimonio Rilancio” voluto dal governo giallo-verde e finito in concordato, e nemmeno alla Supermonte, che produce contenitori per il trasporto di vino, birra e oli. Eppure, la situazione stava migliorando. Dalla struttura del Mise, che dopo la riorganizzazione voluta da Giancarlo Giorgetti è coordinata da Luca Annibaletti, spiegano che, tra i tavoli aperti, quelli relativi a crisi in corso sono diminuiti: erano 55, oggi 46. Gli altri 27 riguardano il cosiddetto «monitoraggio», la fase in cui verificano con le istituzioni «i percorsi di riconversione e rilancio»: sono passati da 14 a 27. Di questi ultimi, 15 riguardano partite sostanzialmente risolte: dalla Acc alla Bosch, fino a Caterpillar, Alcar Industrie, Elica, Natuzzi, Timken. In qualche caso, come alla Conbipel, lo Stato è diventato azionista con il fondo di Salvaguardia («uno strumento strategico», dice la viceministra Todde), in altri sono arrivati in soccorso cavalieri bianchi. Se la Ceramica Dolomite è stata salvata da Del Vecchio e Marchi, all’ex Gkn la situazione è un po’ più incerta, visto che i nuovi investitori non si sono presentati all’ultimo tavolo. «E adesso rischiamo di restare tre mesi senza governo, una situazione di grande debolezza» dice Benaglia, particolarmente allarmato per l’automotive. «Vanno messe in campo risorse e politiche di sostegno».

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