Sabino Cassese: “Non demonizziamo il presidenzialismo ma il timore del tiranno in Italia è vivo”

Carlo Bertini

ROMA. Anche se il centrodestra conquistasse i due terzi dei seggi, necessari a rendere operativa una riforma in senso presidenziale senza il ricorso ad un referendum, Sergio Mattarella non dovrebbe rassegnare le dimissioni: «Perché la norma diventerebbe efficace al termine del mandato del presidente». Parola di Sabino Cassese, accademico e giudice emerito della Corte Costituzionale. Convinto del resto che in Italia «la paura che un presidente eletto possa sommare troppi poteri ed esercitarli in senso non liberale prevalga sul bisogno di un “governo che governi”».

Professor Cassese, che impressione le ha fatto l’uscita di Berlusconi, che evoca dimissioni di Mattarella dopo il varo della riforma presidenziale del centrodestra?
«Mi è parsa frutto di improvvisazione. Ancor più improvvisata la difesa secondo la quale, quando cambia una regola, il sistema è chiamato ad adeguarsi. Basterebbe conoscere la storia delle modifiche costituzionali italiane. Nei due casi in cui si è diminuita la durata nella carica, o si sono diminuiti i componenti di un organo costituzionale, le relative leggi costituzionali hanno rinviato l’applicazione concreta al termine del mandato».

Si riferisce anche al taglio dei parlamentari?
«Mi riferisco alla legge del 1963 sulla durata dei senatori, portata da 6 a 5 anni, e a quella del 2020 sul taglio dei parlamentari. Nella prima si leggeva: “La presente legge entra in vigore con la prima convocazione dei comizi elettorali successiva alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale”. Nella seconda: “Le norme si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successive alla data di entrata in vigore della presente legge”».

Quindi il Presidente non si dovrebbe dimettere?
«I precedenti costituzionali vincolano il Parlamento a prevedere che la eventuale riforma diventi efficace al termine del mandato del presidente in carica».

Questa uscita di Berlusconi cela una volontà di occupazione delle istituzioni da parte della coalizione data per vincente?
«Prima di occuparle, le istituzioni bisogna conoscerle».

Come giudica la riforma Meloni, è formulata bene?
«Quella di Meloni non è la prima proposta presidenziale. Risponde ad un’esigenza giusta, dare stabilità al potere esecutivo. Richiede un attento coordinamento con le norme esistenti, sui poteri del presidente, e con altri istituti che sono lì considerati, come la sfiducia costruttiva».

Sarebbe garantito il check and balance, l’equilibrio tra i poteri dello Stato nel nostro ordinamento?
«Non bisogna demonizzare il presidenzialismo, ma non si può neppure ignorare che il suo inserimento in un sistema costituzionale come quello italiano, richiede di non limitarsi a modificare i soli articoli della Costituzione relativi al presidente della Repubblica. Inoltre, più che ai progetti di riforma costituzionale, bisognerebbe prestare attenzione al personale politico e agli staff. Sono spesso i numeri due e in numeri tre che fanno la differenza, la loro cultura e la loro esperienza concreta».

Il fatto che la riforma indichi il presidente eletto come garante della Costituzione è una contraddizione? Come fa chi presiede il consiglio dei ministri, su mandato di una maggioranza, ad essere superpartes?
«Questa è una contraddizione nella quale si trova anche il semipresidenzialismo francese: se ne è avuta dimostrazione dopo la seconda elezione di Macron, durante la campagna elettorale per l’elezione dei membri dell’Assemblea nazionale».

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