Così i dem restano in mezzo al guado

Marcello Sorgi

Non c’è nulla di sorprendente nella rottura, dopo soli cinque giorni, dell’accordo tra Letta e Calenda. E non deve meravigliare, al di là di qualche battuta, il tono civile con cui da entrambe le parti la separazione è stata annunciata e accettata. Con sincero rammarico, dato che si trattava dell’unica vera novità politica di questa confusa vigilia elettorale. Per Calenda era temile trovarsi spiazzato dall’intesa tra Pd e Sinistra Italiana ed Europa Verde ma non nei termini in cui è maturata, sostanzialmente sullo stesso piano dell’alleanza con il leader di Azione, e lasciandolo esposto come bersaglio alla campagna di polemiche interne alla coalizione. Per Letta, si tratta di un’occasione perduta: invece dell’ennesima riedizione di un compromesso democristiano – alla cui scuola il leader del Pd è cresciuto, ma abbastanza da riconoscere quando è impossibile -, il tentativo di mettere insieme un vero centrosinistra riformista, orientato sui diritti civili e su un’autentica modernizzazione del Paese.

La polemica sulla cosiddetta “agenda Draghi” – esiste o no? E di cos’è fatta? – la dice tutta su quanto è accaduto. Perché se si vuol capire cos’è davvero l’ “agenda Draghi” non occorre andare troppo lontano, né inseguire l’ennesimo libro dei sogni. Basta guardarsi leggermente indietro e rivedere il modo in cui l’Italia è uscita dall’emergenza Covid e ha affrontato l’incognita della guerra in Ucraina, con le drammatiche conseguenze in termini di crisi energetica ed economica.

Un Paese che si risveglia dal letargo della pandemia e si rimette a correre. Le imprese producono ed esportano. I cittadini riprendono a consumare. I posti di lavoro aumentano a un ritmo superiore alle attese. La crescita supera il 6 per cento, alla fine del 2021, e si attesta quest’anno a più del 3, malgrado le incognite della guerra. I turisti stranieri tornano a invadere le città d’arte. Gli alberghi, anche quelli di lusso, a riempirsi. E si potrebbe continuare con esempi come questi, anche se bastano poche parole per descrivere quanto sta avvenendo: la macchina del capitalismo s’è rimessa in moto, la spinta di questi mesi ha consentito al governo di pagare, non uno, ma due decreti “Aiuti” per sostenere famiglie e imprese di fronte ai prezzi crescenti di gas, carburanti ed energia, senza ricorrere a scostamenti di bilancio, cioè a fare nuovo debito. Draghi aveva un piano preciso, fondato innanzitutto sulla sua credibilità internazionale e sui fondi del Pnrr, per far accelerare la ripresa. Ma purtroppo è stato fermato. Cosa farà il centrodestra, quando, molto probabilmente, dopo il 25 settembre tornerà al governo, lo vedremo.

Ma cosa fa il Pd, che è stato il più convinto alleato del governo di unità nazionale nei suoi diciassette mesi di vita, davanti a una situazione del genere? Invece di allearsi con Calenda, il custode dell’agenda Draghi, si allea con Fratoianni e Bonelli, che del capitalismo, da diversi punti di vista, sono fieri avversari. La svolta di venerdì del segretario Pd, perfettamente consapevole delle conseguenze che avrebbe determinato, sta tutta qui. E non è credibile che Letta mai l’avrebbe compiuta se non si fosse sentito tirato per la giacca dalla sinistra del suo partito, il ministro Orlando, l’ex presidente Orfini, i neo-rientrati sotto le insegne Pd Bersani e Speranza. Perché se è vero che una parte di questi esponenti consideravano l’accordo con la sinistra radicale l’anticamera del recupero in qualsiasi modo dell’alleanza con i 5 stelle, è altrettanto vero che proprio nella rottura con Conte, dopo la sua decisione di far cadere il governo, Letta aveva dimostrato di sapersi avvalere della sua autorità di leader.

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