Il labirinto di una legge

di Roberto Gressi

Dopo il taglio dei parlamentari e con i collegi cresciuti a dismisura, è andata perduta ogni residua speranza di avere candidati legati al territorio, conoscibili dagli elettori. Si vota insomma a favore di un orientamento politico, senza sapere chi lo rappresenterà

È un sistema elettorale dagli effetti un po’ strani e dai risvolti a volte paradossali quello con cui andremo a votare il 25 settembre. Tecnicamente si chiama Legge 3 novembre 2017 numero 165, meglio nota come Rosatellum, dal nome del suo creatore, Ettore Rosato, allora parlamentare del Pd a guida Matteo Renzi e ora nelle file di Italia viva. Un sistema misto, proporzionale per il 64 per cento e uninominale per il restante 36. Scopo principale: favorire le coalizioni, che hanno una soglia di sbarramento al 10 per cento, e consentire poi uno spazio anche a chi non si allea, purché superi il 3 per cento.

Che non abbia funzionato non è un’opinione. Nell’ultima legislatura ha prima partorito un governo tra liste che si erano presentate contrapposte al voto, con i Cinque Stelle di Luigi Di Maio e la Lega di Matteo Salvini, guidati dalla scelta estemporanea di Giuseppe Conte. Un rapido naufragio con l’impronta del Papeete e poi subito, pronti via, un altro esecutivo tra avversari alle urne, grillini e Pd, ancora con Conte sulla tolda. Viale del tramonto molto rapido, anche qui, Con Sergio Mattarella che chiama Mario Draghi a guidare le larghe intese, anch’esse azzoppate da Cinque Stelle, Forza Italia e Lega, che con il loro no hanno decretato anche la fine anticipata della legislatura.

Ma legge elettorale che perde non si cambia, ed è quindi con le stesse norne che andremo a votare tra quaranta giorni. Stesse norme, sì ma per di più in una situazione profondamente mutata. Perché un’altra legge, stavolta costituzionale, è intervenuta, confermata per altro dal referendum: quella sul taglio dei parlamentari. I deputati, che erano 630, diventano 400, i senatori, da 315, si riducono a 200. Sarebbero dovute seguire norme per riequilibrare i pesi là dove si richiedono maggioranze qualificate per l’elezione di importanti cariche: su tutti il presidente della Repubblica e i giudici della Corte costituzionale. Non se ne è fatto nulla. Ma un’altra conseguenza è stata l’inevitabile necessità di ridisegnare i collegi, che, con il numero degli eletti così ridotto, sono cresciuti a dismisura, e nel caso del Senato sono diventati addirittura giganteschi.

Il risultato è evidente: è andata perduta ogni possibile residua speranza di avere candidati legati al territorio, conoscibili dagli elettori. Si vota insomma a favore di un orientamento politico, senza sapere davvero chi lo rappresenterà. Il tutto frullato in una legge che non prevede le preferenze, con i partiti che presentano listini bloccati, ed è escluso il voto disgiunto: non si può cioè votare un simbolo scegliendo contemporaneamente un candidato di un’altra lista. Ma c’è poi il paradosso dei paradossi, visibile soprattutto nel campo largo, o campo minato, che va da Enrico Letta a Carlo Calenda e Emma Bonino, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, da Nicola Fratoianni ad Angelo Bonelli e a Luigi Di Maio. In quello schieramento nessuno dei leader si candida all’uninominale, il luogo progettato per disegnate le coalizioni, perché rischierebbero di essere divisivi. E quindi, l’alleanza, si realizza di fatto nel proporzionale, là dove la legge immaginava si fronteggiassero realtà fortemente identitarie e omogenee. Fino al caso di Luigi Di Maio, tutt’ora aperto, con il Pd disposto a eleggerlo nelle sue liste, per garantirgli il diritto di tribuna, e con lo stesso Di Maio che potrebbe guidare, con il suo nome, una lista della quale non farebbe parte. Problemi non ignoti anche al centrodestra, che si è unito in quarantotto ore sulla base di sondaggi che lo danno vincente ed ha per ora rimandato il confronto sui temi divisivi, primo tra tutti la politica estera, con differenze marcate tra l’atlantismo di Giorgia Meloni sull’invasione dell’Ucraina e le posizioni di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, sensibili alle richieste di Putin.

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