Dem e Movimento 5 Stelle: alleanze e occasioni perdute

di Paolo Mieli

Ora il Pd considera Conte responsabile della caduta del governo e ha apprezzato la scissione provocata da Di Maio. Tuttavia sarebbe potuta andare diversamente

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Giuseppe Conte ed Enrico Letta (Ansa)

L’apparentamento con Carlo Calenda ha oscurato per alcuni giorni la rottura operata da Enrico Letta con il partito di Giuseppe Conte. E l’ardita mossa compiuta con l’inserimento di Luigi Di Maio nelle liste del Pd. Scelte che vanno al di là dei personaggi (non stiamo parlando, cioè, del destino di Conte o di quello di Di Maio) e che assumono rilievo per il giudizio che implicano sulla fine dell’esecutivo presieduto da Mario Draghi. È evidente che il Pd attribuisce a Conte una responsabilità speciale nell’aver provocato la caduta del governo, e — alla luce di ciò — considera meritoria la scissione del M5S provocata dal ministro degli Esteri. Da quando è segretario del Pd, Letta ha gestito in modo impeccabile il rapporto con i grillini lasciatogli in eredità da Nicola Zingaretti e Goffredo Bettini. Ha sempre trattato i Cinque Stelle come partner privilegiati, fingendo di non notare quando inciampavano nelle loro contraddizioni. Ma nell’ora della verità ha tagliato con loro in maniera così netta da provocare qualche trasalimento oltre che in Zingaretti e Bettini, anche in Bersani e Speranza, appena rientrati nel partito (pur se non è del tutto chiaro se siano davvero dentro o con un piede ancora fuori). Qualche sospiro si è avvertito altresì nell’area che fa capo al ministro Andrea Orlando.

Potevano le cose andare in un modo diverso? Pensiamo di sì. Probabilmente, era inevitabile che a un certo punto del loro tragitto Pd e M5S dovessero incontrarsi. Forse però sarebbe stato meglio far nascere quel rapporto in prossimità di un voto, così da favorire un amalgama tra i rispettivi elettorati, e far battezzare dagli elettorati stessi un’eventuale successiva esperienza di governo. Una delle differenze tra destra e sinistra (in Italia) è data dalla scarsa sensibilità del Pd nei confronti di questo tema. Il cimento nelle urne per il principale partito della sinistra sarebbe sempre da evitare. A destra è diverso. Berlusconi, nel 1994, non solo portò alla ribalta il popolo del centrodestra, ma unificò quelle masse pur così diverse e da allora, pur tra mille peripezie, quella moltitudine è rimasta un insieme. Per i leader della sinistra invece, usato un qualche riguardo per i provenienti dal Pci e dalla sinistra Dc, ha contato prevalentemente l’aritmetica. Tutto poteva entrare o uscire dal calderone dei propri votanti: il popolo di Lamberto Dini, quello di Antonio Ingroia, di Romano Misserville, o di Beatrice Lorenzin, ma anche quello di Vittorio Cecchi Gori e di infiniti altri. Forse l’occasione adatta per provare qualcosa di diverso, cioè l’innesto tra il proprio elettorato e un altro meno disomogeneo e parimenti corposo, avrebbe potuto essere quella dell’agosto di tre anni fa. Nelle elezioni europee del maggio 2019 la Lega aveva appena conquistato il 34% dei voti e godeva del vento nelle vele. Ma la Meloni aveva superato di poco il 6 e Forza Italia, reduce dal voto in Europa a favore di Ursula von der Leyen, avrebbe sofferto non poco a mettersi nella scia di Salvini. In ogni caso la somma dei suffragi del centrodestra era stata alle europee del 48%. Sul fronte opposto Pd e M5S (dimezzato ma ancora in discreta salute) avevano avuto, assieme, il 40 %. Se ad essi si fossero aggiunti i voti delle altre formazioni di centro e di sinistra si sarebbe agevolmente oltrepassato il 47. La gara era dunque aperta (48 a 47) e le condizioni di partenza per le forze disponibili a contrastare la destra erano sicuramente migliori di quelle attuali.

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