Bersani: «A 70 anni do una mano, ma non mi ricandido. E lo consiglio a tutti»

Calenda e Conte non sono incompatibili?
«Se andiamo per incompatibilità e veti non abbiamo compreso né la legge elettorale, né quale destra abbiamo davanti. Nel 2016 dissi al Corriere che al Nazareno erano così ciechi da non vedere una mucca nel corridoio. Come si fa a non vederla adesso? Presidenzialismo, autonomia differenziata, flat tax, condoni, passi indietro sui diritti civili. Non fermare Meloni, Salvini e Berlusconi significa tirare fuori l’Italia dal concerto dei grandi Paesi Ue, metterla con Ungheria e Polonia. Mi vogliono spiegare i veti reciproci?».

Morirà contiano?
«Io sono moderatamente bersaniano, ma ricordo che insieme a Conte abbiamo fatto cosucce tipo il primo lockdown in Occidente, abbiamo preso i soldi in Europa e fatto il blocco dei licenziamenti con aiuti alle imprese».

Poi però Conte ha buttato giù il governo Draghi.
«Stiamo ragionevolmente cercando alleanze con gente che ha votato cento volte contro Draghi. La novità rischia di essere l’astensione. È chi sta peggio che non va a votare e l’eccesso di diseguaglianza è una zavorra per l’economia e per la democrazia. Non credo che la funzione del M5S nell’agganciare un po’ di questo disagio sia esaurita. È importante che tutti si sentano alternativi alla destra e che non si faccia come i capponi di Renzo, che si beccavano tra loro e sono finiti in pentola».

La convince il patto tra Letta e Calenda?
«Spero si siano intesi bene. Non abbiamo bisogno di cavallerie rusticane in questa cavalcata. A volte Calenda ha dato l’impressione di essere lui nella valle di Giosafat che decide i buoni e i cattivi».

Draghi avrebbe potuto salvare il governo?
«Non so cosa avesse in testa, se lo ha fatto intenzionalmente o se ha sbagliato. Ma al Senato non ha dato l’impressione di voler tentare una ricomposizione».

Col metodo delle «lenzuolate» non sarebbe caduto?
«Non lo so. Il mio metodo da ministro dello Sviluppo era assertivo, ma avevo la maggioranza degli italiani favorevoli. Non ho mai, mai, mai mollato un tavolo. Ho liberalizzato l’alta velocità e spacchettato l’Enel senza un giorno di sciopero. Si fa fatica, ma ci vuole umiltà, pazienza e determinazione».

Le cancellerie devono temere Meloni premier?
«Prima deve vincere le elezioni, cosa non scontata. Questo Paese ha dei meccanismi di autotutela che spero scatteranno quando arriverà il giorno della riflessione su un salto così violento verso destra».

Il suo slogan elettorale?
«È ora di riprendere con forza il tema sociale, a cominciare dal lavoro. Il baluardo più forte di alternativa alla destra credo sia la lista Democratici e Progressisti, promossa da Pd, Articolo Uno, Demos e Psi. Andrò a sostenere questo listone plurale».

Partirà ancora una volta da Bettola, dalla pompa di benzina di suo padre?
«C’è ancora il filmato del Tg2. Il presidente di Confcommercio, Franco Billè, arrivò con un pullman pieno di fedayn e cartelloni con scritto “Bersani vergogna”. Mia mamma Bruna li accolse con vino e ciambelle. Un assist micidiale, se ne andarono con le pive nel sacco».

Lo racconterà nella sua autobiografia?
«Verso i 100, con calma…».

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