Bersani: «A 70 anni do una mano, ma non mi ricandido. E lo consiglio a tutti»

di Monica Guerzoni

Due decenni in Parlamento, con un vasto repertorio di metafore. «Quella volta tra fischi e ciambelle alla pompa di benzina di papà», e il giaguaro Berlusconi da smacchiare

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Nel variopinto repertorio di metafore che hanno scandito la sua lunga carriera, ce n’è una che rivela lo stato d’animo di Pier Luigi Bersani in questa decisiva sfida elettorale. La «mucca nel corridoio», cioè la destra sovranista che per il fondatore di Articolo Uno è un «problema gigantesco», starebbe per prendersi il Paese. Eppure, proprio adesso, l’uomo simbolo della sinistra ha deciso di non ricandidarsi: «Perché? Me lo chiedono in tantissimi. È una cosa normale, come il tempo che passa. Ho fatto 20 anni il parlamentare da ministro, da segretario e da deputato semplice. Penso che basti. Non abbandono la politica, né la compagnia, darò una mano in altre forme. A settant’anni consiglio a tutti di avere disponibilità e non aspirazioni. Dopo queste elezioni ci sarà un reset, si aprirà una fase nuova che io mi auguro di costruzione. Noi abbiamo alle spalle l’esperienza del governo Draghi che non era un’agenda, era una occasione di organizzare i campi della politica in condizioni di sicurezza per il Paese».

Occasione sprecata?
«Il giorno dopo la caduta del Conte-due dissi “muoviamoci per stringere i bulloni di un campo progressista”. Non è avvenuto».

Il «giaguaro» Berlusconi, che lei nel 2013 voleva smacchiare, è stato decisivo per far cadere Draghi.
«Tanti mi chiedono perché non mi ricandido quando lo fa Berlusconi a 86 anni. Io a 11 facevo lo sciopero dei chierichetti, a 15 spalavo a Firenze, a 28 ero assessore regionale. Ho l’orologio in anticipo. Sul giaguaro faccio notare che lui dal 2013 non poté più fare il capo del governo».

Rimpiange di non essere andato a Palazzo Chigi?
«Certo che ci penso. Io potevo farlo il governo con Berlusconi, ma non avevo quella idea lì».

In caso di stallo lei non si augura un governo di tutti, guidato ancora da Draghi?
«Gli stalli sono un problema enorme per il Paese, perché non si arriva a governi che abbiano un progetto chiaro, coerente e condiviso».

Ha sbagliato Letta a legittimare Giorgia Meloni?
«No, non credo, ma è una destra che si sta rimpannucciando all’estremo di meccanismi regressivi più generali. Nell’ultima chiacchiera con Epifani prima che morisse eravamo alla Camera e lui mi disse “come diavolo è possibile che due riformisti come noi si ritrovano alla sinistra estrema dell’emiciclo?”. Io risposi “Guglielmo, è che si sono fatti tutti più in là”».

Fosse ancora segretario del Pd, si muoverebbe diversamente da Letta sulle alleanze?
«Non faccio nessuno sconto né all’immaturità, né agli errori gravi del M5S, ma davanti a questa destra trovo irragionevole la fatwa politica e tecnica verso Conte».

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