Colle, ora la matassa è più ingarbugliata

di Stefano Folli

L’illusione di Berlusconi è finita come doveva finire: con l’addio a un progetto tanto ambizioso quanto irrealistico; anzi, surreale. Non si poteva immaginare un uomo meno adatto dell’ex presidente del Consiglio a occupare il vertice istituzionale del Paese. Da settimane quasi tutti ne erano convinti, tranne lui. Ma negli ultimi giorni l’epilogo della vicenda era nell’aria. Ora, ritirandosi nel segno della “responsabilità nazionale”, Berlusconi ha tenuto insieme i vari spezzoni del centrodestra: se avesse preteso di essere votato al quarto scrutinio, l’unità dello schieramento, che vale circa 450 voti, sarebbe andata in pezzi.

Questo non vuol dire che Salvini, Giorgia Meloni e il cerchio ristretto berlusconiano siano davvero compatti sulle prospettive, a cominciare da come porsi di fronte a una legislatura che sembra molto vicina alla sua conclusione. Tuttavia ieri sera la coesione si è affermata sull’altro punto, il più significativo in termini politici: il “no” all’ipotesi di eleggere Draghi al Quirinale. Questa è la vera novità della giornata, persino più del ritiro dell’uomo di Arcore. Molti si aspettavano infatti che la rinuncia berlusconiana andasse di pari passo con l’investitura del presidente del Consiglio: una mossa attesa con particolare ansia dal centrosinistra, o almeno da una parte di esso, perché avrebbe confermato un senso di inevitabilità intorno all’ex presidente della Bce, sollevando tutti dal peso di una decisione difficile.

Viceversa, come abbiamo visto, le cose sono andate diversamente. La spiegazione ufficiale è che Draghi deve restare a Palazzo Chigi a completare il lavoro. E l’argomento, non c’è dubbio, è solido, ma forse la verità non è tutta qui. Esistono fattori caratteriali e psicologici non meno decisivi. L’uomo che per un quarto di secolo ha condizionato il dibattito pubblico non ha voluto sgombrare la strada davanti a un’altra forte personalità destinata a prendere il suo posto al centro di quel che resta della scena politica. Forse, se i due si fossero parlati, avrebbero risolto l’equivoco.

Ma è evidente che Draghi non ha mai avuto intenzione di esporsi chiedendo il voto di Berlusconi. Per cui ora la matassa si è aggrovigliata ed è arduo immaginare che possa essere sbrogliata nei prossimi giorni. Il nome del premier finisce quindi sullo sfondo, in attesa che il centrodestra avanzi subito, come è stato promesso, una candidatura in grado di unire e non dividere. Vedremo. La soluzione Draghi potrebbe ripresentarsi alla fine di uno scontro senza vincitori e vinti, ossia dopo numerosi scrutini falliti: in quel caso saremmo di fronte alle macerie del sistema politico, con l’esigenza di affidarsi a un salvatore. È uno scenario che nessuno si augura.

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