Alla Camera c’è un tesoro: il mistero della Gioconda a Montecitorio

Valeria Di Corrado e Alberto Di Majo

C’è un tesoro alla Camera dei deputati ma nessuno ne è consapevole: è una Gioconda della scuola di Leonardo, alla cui realizzazione potrebbe aver contribuito anche il maestro da Vinci. Per cent’ anni circa se ne erano perse le tracce. Era appesa sopra il termosifone della stanza di uno dei questori di Montecitorio, il grillino Federico D’Inca, svilita, opacizzata dal passare dei secoli e considerata una delle tante copie posticce del capolavoro esposto al museo del Louvre. 

Invece dopo il restauro della Gioconda dell’ex collezione Torlonia è emerso che i due dipinti hanno più o meno la stessa età, le stesse correzioni nel disegno (che solo l’autore poteva conoscere) e forse, addirittura, la stessa mano. Ad alimentare il mistero ci sono alcuni documenti storici che lasciano aperta l’ipotesi che Leonardo abbia dipinto almeno due Gioconde; anche se si tratta di teorie non ancora suffragate da evidenze. D’altronde non è una novità nella storia dell’arte che i pittori- spesso aiutati dai loro allievi – dipingessero più versioni di uno stesso soggetto, non solo in fase di studio preparatorio, ma anche nella fase esecutiva, proprio per dare la possibilità al committente di scegliere la copia che più lo avrebbe soddisfatto. Ad esempio, della «Maria Maddalena in estasi» di Caravaggio ce ne sono 4 o 5 copie, tutte considerate originali. Può accadere addirittura che alcune opere ritenute per secoli autentiche si rivelino in realtà delle copie, come sembra essere l’«Ecce Homo» di Caravaggio esposto a Genova; quello considerato ora autentico, nei mesi scorsi stava per andare all’asta a Madrid per un migliaio di euro. La Gioconda di Leonardo rappresenta Lisa Gherardini, cioè Monna Lisa (un diminutivo di «Madonna»: «mia signora»), moglie del commerciante fiorentino Francesco del Giocondo.

Ad alimentare la fama del ritratto, diventato il più celebre della storia, è stato il suo furto, avvenuto nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1911, ad opera di un ex impiegato del Louvre: l’italiano Vincenzo Peruggia. Convinto che il dipinto appartenesse all’Italia, poiché sottratto da Napoleone, lo rubò con l’intenzione di riportarlo in Patria. Uscì dal museo con il ritratto sotto il cappotto. Lo tenne nascosto prima sotto il letto di una pensione di Parigi dove alloggiava e poi appeso nella cucina di casa sua, a Luino, in provincia di Varese. Nel 1913 si recò a Firenze per rivendere l’opera: si rivolse all’antiquario Alfredo Geri, che, accompagnato dall’allora direttore degli Uffizi Giovanni Poggi, lo fece arrestare dai carabinieri del nucleo Tutela patrimonio culturale.

Tornando alla gemella di Montecitorio, c’è un aneddoto sulla sua «riscoperta» che la dice lunga su come il nostro patrimonio artistico spesso e volentieri non venga valorizzato come meriterebbe. In occasione del cinquecentenario dalla morte di da Vinci, l’Accademia dei Lincei nel 2019 aveva affidato all’architetto e restauratore Antonio Forcellino l’incarico di curare la mostra «Leonardo a Roma».

Convocato nell’ufficio del sottosegretario alla Cultura, la senatrice leghista Lucia Borgonzoni, Forcellino aveva proposto di esporre proprio la Gioconda della collezione Torlonia, di cui però si erano perse le tracce dal 1925: anno a cui risaliva l’unica immagine del ritratto a loro disposizione. Il senatore della Lega Stefano Candiani, presente alla riunione, ha avuto un’illuminazione. «Ho detto: scommetto un caffè che so dove si trova. Sono entrato a Montecitorio e infatti ho ritrovato la Gioconda nella stanza dell’allora questore della Camera, Federico D’Incà (attuale ministro per i rapporti con il Parlamento in quota M5S, ndr). Era appesa sopra un calorifero. Mi piangeva il cuore».

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