Bambini in gabbia, il dramma di chi passa l’infanzia in carcere con le madri detenute

Annalisa Cuzzocrea

Quando il 18 settembre del 2018 Alice Sebesta, una donna tedesca di 33 anni, uccise i suoi due figli – la bambina di sei mesi, il maschio di un anno e mezzo – gettandoli dalle scale della sezione nido del carcere di Rebibbia, tutti dissero: «Mai più». L’allora Guardasigilli Alfonso Bonafede ha confidato – anni dopo – di aver pianto, quel giorno. I politici di tutti i colori si sono interessati, per qualche settimana, delle condizioni dei bambini piccoli, piccolissimi, costretti a vivere e crescere dentro a un carcere per espiare la colpa delle loro madri. Ma da allora, quasi nulla è cambiato.

C’è una legge che langue in commissione Giustizia alla Camera: il primo firmatario è il deputato Pd Paolo Siani. La ratio è molto semplice: davanti a una madre con figli piccoli, la prima scelta del giudice deve essere sempre una casa protetta (ce ne sono solo due, una a Milano e una a Roma, ma ci sono – approvati nell’ultima manovra di Bilancio – 4, 5 milioni di euro per costruirne altre). E quindi, solo in caso di reati particolarmente gravi o efferati, una madre col suo bambino dovrebbero andare in cella. Oggi è il contrario. Oggi sono la prigione o l’Icam, gli istituti a custodia attenuata, la prima scelta. Quella che porta bambini di pochi mesi, fin a tre anni, a vivere la loro prima infanzia chiusi in posti bui, con le sbarre che si chiudono alle otto di sera, con la possibilità di uscire con i volontari sospesa in tempo di Covid e ancora oggi, in un carcere come Rebibbia, dove l’abitudine di portarli al nido al mattino non è mai ripresa per questioni sanitarie. E dove i nuovi arrivi stanno per una settimana in isolamento Covid con le loro madri (vuol dire chiusi in cella, 24 ore su 24, 7 giorni su 7).

Negli Icam i minori possono rimanere fino a 6 anni, alcuni a 10, ma anche se non hanno sbarre, restano una prigione. Dove tornare da scuola senza potersi fermare a casa dei compagni. Dove c’è sempre un’assistente che magari non è in divisa, ma alla quale devi chiedere: «Apri. Ti prego, apri». È la prima parola che imparano i bambini in carcere, «Apri». Prima di mamma, prima di papà. E così non parliamo solo di scandali come quello del reparto per malati psichiatrici al Lorusso e Cotugno di Torino, quando parliamo di carcere. Lo ha detto più volte Carla Garlatti, Garante nazionale per l’Infanzia, già giudice minorile: «È una questione di uguaglianza sostanziale: ogni bambino deve poter partire dalle stesse condizioni di partenza degli altri. In un carcere non è possibile. A luglio avevo chiesto che i fondi per le case protette fossero sbloccati. Sono felice che il 15 novembre sia finalmente accaduto».

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