Il clima e i diritti: difendere le società aperte

di   Angelo Panebianco

Nonostante le responsabilità della Cina, i «potenti della Terra» con cui prendersela saranno soprattutto i «potenti» (i governi) occidentali. Quanto più si diffonde la credenza nel disastro incombente, tanto più il capitalismo (occidentale) può essere messo in difficoltà.

Spenti i riflettori su Cop26, sull’incontro di Glasgow, nonché sulle manifestazioni guidate da Greta Thunberg che lo hanno accompagnato, forse vale la pena di farsi un paio di domande. Nonostante l’intesa a sorpresa sul clima fra Stati Uniti e Cina (che però sembra essere solo una mossa in una più complicata partita a scacchi fra i due Paesi), resta che la contrarietà del più grande inquinatore attuale del Pianeta, la Cina, ad accordi stringenti sull’energia sporca, è stata determinante. Più ancora di quella dell’India che ha manifestato apertamente la sua ostilità (per ragioni, in verità, comprensibili) a una troppo rapida rinuncia all’uso del carbone.

Come mai non si vedono in giro per il mondo attivisti dell’ambiente incatenati di fronte alle ambasciate cinesi? Come mai la Cina non è diventata il loro nemico principale? Un’altra domanda è la seguente: a Glasgow c’erano attivisti arrivati da tante parti del mondo ma c’è da scommettere che quelli con in tasca il passaporto della Repubblica popolare cinese fossero pochini. E forse nessuno. Come mai? La prima domanda obbliga a distinguere fra le genuine preoccupazioni per i cambiamenti climatici e quelle di altra natura. La seconda domanda dovrebbe incoraggiare gli attivisti dell’ambiente a riconoscere che non siamo tutti uguali, che ci sono, fra i vari Paesi coinvolti, differenze politiche radicali e che quelle differenze non saranno ininfluenti sulle future scelte dei governi. Anche in materia di contrasto ai cambiamenti climatici.

La risposta alla prima domanda non è difficile. Nel movimento ambientalista convivono, visibilmente, due orientamenti. Il primo è di coloro il cui unico genuino interesse è bloccare il cambiamento climatico. È certamente l’orientamento di molti attivisti. Ed è anche quello che riscuote le simpatie di un più vasto pubblico occidentale che ne condivide le preoccupazioni.

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