Lavoro e povertà: il disagio che troppi ignorano (e le parole di Mattarella)

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di   Carlo Verdelli

La domanda sbagliata è chiedersi se alla fine, preso atto della delicatezza del momento, Sergio Mattarella si lascerà convincere ad allungare di un altro po’ il suo mandato. In realtà, ogni atto di questo suo periodo conclusivo sembra segnato da due evidenti certezze. La prima è che non concederà, per rispetto della Costituzione e anche per non dare alibi ai partiti, alcuna proroga al proprio settennato, che onorerà fino al 31 gennaio 2022, non oltre. La seconda è che nell’ultimo giro d’onore, tra incontri all’estero e occasioni pubbliche nazionali, il Presidente sta indicando una serie di priorità che sarebbe utile ascoltare, e possibilmente tradurre in atti o almeno intenzioni di governo, piuttosto che sciupare tempo a porsi la domanda sbagliata. E invece i suoi richiami rimbalzano flebili, come se il distacco che in tanti vorrebbero scongiurare fosse di fatto già avvenuto e le indicazioni di rotta che provengono dal Quirinale somigliassero alle raccomandazioni di un professore a fine scuola. Sì, certo, giusto, grazie.

Così è stato dopo alcuni interventi dove Mattarella ha messo di peso sul tavolo un tema forse non abbastanza centrale nel dibattito politico: lo stato del lavoro. Il Presidente ha detto cose incontestabili e durissime, senza però che il giorno dopo ne restasse una traccia visibile nelle dichiarazioni di qualche leader (partitico o sindacale o confindustriale) né nell’impegno di qualche membro dell’Esecutivo.

Vero che la ripartenza ha preso slancio, che il Pil sta toccando punte come mai da mezzo secolo e che la produzione industriale ormai supera stabilmente i livelli pre-Covid. Vero anche che, stando all’Istat, a settembre si sono registrati quasi mezzo milione di lavoratori e lavoratrici in più sull’anno prima, con un recupero che ridurrebbe a meno 300 mila il ritorno al totale di posti del febbraio 2020, inizio della grande depressione da pandemia. Calcoli approssimativi, che non tengono conto per esempio delle 150 mila occupazioni in meno nel segmento del lavoro autonomo, come osservato ieri su questo giornale da Dario Di Vico. Nel complesso, comunque, tutto vero, tutto incoraggiante. Ma.

Ecco, i «ma» sollevati dal Presidente sono puntuali e impegnativi. Bene la diminuzione degli «inattivi», meno bene che quasi tutti i nuovi contratti siano a termine (353 mila su 422 mila totali). E a chi sostiene che la flessibilità sia volano di occupazione, la replica del Primo Cittadino, indiretta naturalmente visto l’incarico che ricopre, è che «precarietà e frammentarietà aumentano le diseguaglianze», anche perché si assiste «a un allargamento dei poveri da lavoro, con salari bassi, impieghi intermittenti e part-time involontari», cioè subìti invece che richiesti.

Negli ultimi trent’anni, l’Italia è l’unico Paese europeo in cui gli stipendi sono diminuiti invece che adeguarsi all’aumentato costo della vita: -2,9 per cento, con un’ulteriore discesa di altri 6 punti per l’effetto pandemia. Persino il commissario europeo al Lavoro, Nicolas Schmit, ha di recente osservato che i nostri salari annui (27.900 euro medi, ma più di 5 milioni di persone guadagnano meno di 10 mila euro l’anno) sono effettivamente molto bassi, e anche se non si è spinto a suggerire la soluzione del salario minimo (siamo uno dei 6 Paesi dell’Unione che ancora non lo ha adottato), ha apprezzato che almeno si sia cominciato a discuterne. Il punto è trovare un rimedio a quella «povertà da lavoro» che, sommata alla disoccupazione ufficiale (e fermiamoci a quella), rischia di trasformare l’attesa ripartenza in un destino a portata di pochi. E tra i pochi faticano molto a entrare le donne e i giovani, i più penalizzati anche nei programmi post virus.

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